La polizia greca si schiera con i Cittadini

 

di Jacopo Cioni

Questo è una parte del testo della lettera inviata da uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, lettera resa pubblica dove viene annunciato che:
“…..non obbedirà agli ordini del Governo ma, al contrario, che si riserva di far scattare subito il mandato d’arresto immediato per componenti della Commissione Europea e della BCE che si troveranno sul suolo greco per il reato di ricatto, istigazione multipla a reato contro lo statuto nazionale e, alla sua abrogazione legislativa, violazione ed offesa della sovranita’ popolare mirata al bene comune del popolo greco, ecc..ecc…”
Le forze dell’ordine hanno capito, finalmente, almeno in Grecia, che la criminalità non risiede nel popolo che anzi è oggetto di crimini, ma nelle istituzioni private e non europee. Non solo comunicano che smetteranno di prendere ordini dal governo ma che si attiveranno contro le istituzioni europee riconosciute come causa dei crimini in oggetto.
Invitiamo le nostre forze dell’ordine a comprendere questo concetto prima che anche in Italia si degeneri ad una guerra civile. Guerra civile che si avvicina ogni giorno di più, frenata da un’informazione che non informa e che nasconde le vicende greche per non indurre un effetto a catena.
Sarà ritardata ma avverrà.
La comprensione della differenza fra criminali e vittime da parte delle forze dell’ordine porterà ad un’unione di intenti con i cittadini stessi, limitando la violenza a fronte del riappropriarsi della propria Sovranità. Forze dell’ordine e forze armate devono comprendere che i meri esecutori della dittatura finanziaria europea sono coloro che l’avvallano sia in termini politici, con occupazione illecita delle istituzioni, sia gli ufficiali di altissimo grado che proteggano, non le istituzioni, ma chi le occupa agendo contro i Cittadini stessi. I Cittadini sono le vittime e non i criminali.
Il mio ha il sapore di una richiesta di colpo di stato? Se lo Stato sono i Cittadini non si tratta di un colpo di stato, ma di rientrare in possesso di ciò che è nostro per Costituzione secondo l’art. 1 della stessa.
Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco dimostra, ancora una volta e le forze di polizia con loro, che la Libertà non è una parola vana, che la democrazia non è una condizione alienabile, che la Sovranità è il solo mezzo per i Cittadini di vivere una vita fatta di scelte fatte in prima persona e non è possibile una cessione della stessa che portano a decisioni di poteri sovranazionali e dittatoriali.
E’ ora di staccare la spina.

Jacopo Cioni

L’ambiente, per chi governa e amministra l’Italia, è spazzatura.

Mentre il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il presidente della Commissione Europea, Junker, riempiono le prime pagine dei giornali con il loro battibecco a distanza, solo in pochi hanno pensato di informare i cittadini delle sanzioni che saranno costretti a pagare a causa della cattiva gestione di impianti idrici, rifiuti e fognature. A settembre dello scorso anno, l’Italia era già stata costretta a pagare, a seguito di sentenze emesse dalla Corte di Giustizia europea, multe per circa 153 milioni di euro. Nel 2016, i contribuenti dovranno pagare all’Ue sanzioni per quasi mezzo miliardo all’anno. E potrebbe essere solo l’inizio. Da quanto risulta dalle proiezioni su alcune procedure di infrazione, le sanzioni dovrebbero ammontare a circa 480 milioni all’anno. Fino a quando? Finchè in Italia non si deciderà di fare qualcosa di concreto per ottemperare a quanto previsto da regolamenti e direttive comunitarie.
La situazione, infatti, è ben lontana dall’essere risolta (forse è proprio per questo che il nuovo che avanza ha preferito non parlarne rivolgendosi a Junker e tanto meno lo ha fatto a dicembre nel suo “discorso agli italiani”). Nel Bel Paese esistono enormi problemi sui sistemi fognari e depurativi in oltre 2.500 comuni. E che sia questa la causa delle sanzioni emesse dall’Ue, il governo lo sa bene. Non a caso, con la legge di Stabilità (comma 813), ha autorizzato il ministero dell’Economia e delle finanze a rivalersi sulle amministrazioni locali responsabili delle violazioni.
In poche parole, quindi, l’Unione europea ha multato l’Italia che si rivarrà sui comuni e sulle regioni., le quali, viste le condizioni economiche di estremo disagio in cui si trovano, non potranno che scaricare questa palla sugli “ignari cittadini che saranno costretti a pagare queste multe con l’aumento dei tributi locali”, come ha affermato il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi. E per di più sperano di riuscire a farlo parlando della vicenda meno che si può.
Lo dimostra il fatto che quanto accadrà non è una novità. Le principali procedure d’infrazione la 2004/2034, la 2009/2034 e la 2014/2059 non sono “nuove”. Di queste, sulla prima (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in ben 110 agglomerati) la Corte di Giustizia europea si è espressa già nel 2012. Da allora si sono succeduti ben tre governi. E nessuno di questi ha detto niente né è riuscito a fare granchè per risolvere il problema. Sulla seconda (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in 41 siti) la Corte di Giustizia si è espressa ad 10 aprile 2014. E anche in questo caso, in quasi due anni, il “governo del fare” non pare abbia fatto molto. L’ultima, ma non per questo meno importante dato che riguarda ben 883 agglomerati urbani e 55 aree sensibili, è stata avviata anche questa all’inizio del 2014, a seguito delle ispezioni EU Pilot 1976/11/ENVI.
Il problema riguarda tutto il territorio nazionale. Siti in violazione delle norme comunitarie si trovano praticamente in tutte le regioni d’Italia. Ma la situazione è decisamente più grave nel Mezzogiorno e ancora di più in Sicilia, dove ad essere sotto accusa non sono solo gli “inceneritori” di cui si è parlato negli ultimi anni (spesso senza sapere nulla della materia e comunque senza giungere a niente). Le violazioni riguardano praticamente tutto il territorio regionale, da Agrigento a Bivona, da Caltabellotta a Casteltermini, da Cattolica Eraclea a Lampedusa, da Menfi a Montevago, da Palma di Montechiaro a Porto Empedocle, da Ribera a Sambuca di Sicilia, da Sciacca a Campofranco, da Niscemi a Catania, da Giarre a Milo, da Randazzo a Vizzini, da Enna a Piazza Armerina, da Capo d’Orlando a Gioiosa Marea, da Lipari-Vulcano a Messina, da Milazzo a Patti, da Giardini-Naxos a Bagheria, da Carini e Asi Palermo a Cefalù, da Corleone a Monreale, da Piana degli Albanesi a Prizzi, da Termini Imerese a Ustica, da Ragusa a Noto, da Castellammare del Golfo a Erice, da Marsala a Mazara del Vallo, da Pantelleria a San Vito Lo Capo, solo per citarne alcuni.
In pratica non c’è provincia, comune o impianto che non risulti, per un motivo o per l’altro, irregolare e che non dimostri l’incapacità di chi ha amministrato la “cosa comune” di risolvere il problema, pur sapendo che l’Unione Europea aveva avviato una procedura di infrazione. Un problema (anzi più di uno, dato che le infrazioni contestate in molti dei siti sono state diverse) che non può e non deve essere considerato solo “locale”: una simile estensione di procedure di infrazione praticamente a tutto il territorio regionale è segno che la situazione non è il risultato della cattiva gestione di questo o di quel sindaco (magari giovane o alle prime armi). Vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nella gestione del territorio nel suo insieme. Anche in molte altre regioni italiane gli ispettori dell’Unione hanno segnalato inesattezze e hanno avviato procedure di infrazione, ma mai così tante e così diffuse praticamente su tutto il territorio regionale. A non aver funzionato è l’intero sistema. E questo nonostante, grazie all’autonomia regionale (che costa cara ai siciliani in termini di tasse e imposte), dovrebbe essere più facile prendere alcune decisioni e agire di conseguenza.

Ma non basta. Alla situazione già grave della violazioni dei regolamenti e delle norme comunitarie riguardanti acque e rifiuti solidi urbani, si aggiungono anche le violazioni legate alle discariche abusive, alle eco balle, agli sgravi per le imprese legati ai rifiuti e al trattamento delle acque reflue. Tutti settori per i quali l’Unione europea ha avviato procedure di infrazione nei confronti degli amministratori del Bel Paese. Procedure che, in molti casi, si sono già concluse con la condanna dell’Italia (per le altre è prevedibile una fine analoga).

Condanne per la cattiva gestione dell’ambiente delle quali nessuno ha parlato né durante Expò 2015 né in occasione dell’incontro di tutti i paesi a Parigi per il COP21. Nessuno era si è preso la briga di informare i cittadini che saranno loro a dover pagare per tutto questo neanche nel proprio discorso di fine anno nè in nessuna altra occasione.

C.Alessandro Mauceri

 

2016 : l’anno del petrolio

C’è chi ha detto che il 2015 sarà ricordato come l’anno dei migranti. È ancora presto per dire che anno sarà il 2016 ma c’è già chi è pronto a scommettere che sarà l’anno del petrolio.
Da mesi ormai sono in corso stravolgimenti riguardanti questa risorsa che avranno ripercussioni sulla vita di buona parte della popolazione.

Nei mesi scorsi se ne è parlato a proposito della vendita da parte dell’ISIS di questo combustibile, fondamentale per la sopravvivenza di quasi tutti i paesi industrializzati. Vendita “in nero” che molti, almeno questa la versione ufficiale, stanno cercando di capire. È strano che i moderni mezzi di spionaggio (gli stessi che hanno permesso di scoprire terroristi nascosti nei più remoti anfratti del mondo), non riescano a seguire le carovane di centinaia e centinaia di camion-cisterna in viaggio attraverso i continenti (dall’Asia all’Europa e poi di nuovo in Asia).

Quello che non è strano, invece, è come mai uno dei maggiori produttori mondiali, l’Arabia Saudita, abbia i propri conti pubblici in rosso (tanto da dover emettere titoli di stato per 80 miliardi di dollari, di conseguenza il debito pubblico raddoppierà) proprio a causa del calo del prezzo del petrolio. Il prezzo del petrolio è sceso in picchiata nell’ultimo periodo e le conseguenze internazionali si sono già fatte vedere: diversi paesi, come l’Arabia Saudita (ma anche il Qatar e molti altri) che fino ad ora avevano basato la propria economia sullo sfruttamento di questa risorsa, sono stati costretti a “diversificare” le proprie attività e hanno deciso di scendere in guerra (quanto questa attività sia lucrativa lo dimostra l’economia americana) o darsi al commercio delle armi.

Il prezzo del petrolio basso, se da un lato è ancora un problema per molti paesi arabi (l’ultima riunione dei paesi produttori di petrolio, l’Opec, si è conclusa con nulla di fatto e con il rinvio di ogni decisione a giugno 2016), dall’altro permette loro di essere concorrenziali su due mercati.

Il primo è quello delle fonti energetiche rinnovabili: un prezzo dei combustibili fossili elevato renderebbe vantaggiosa la corsa (senza ritorno) verso le energie ecocompatibili. Ma con il prezzo del petrolio ai minimi storici non c’è competizione e quasi tutti i paesi industrializzati, nonostante le promesse fatte al COP21 di Parigi, preferiscono restare schiavi dei combustibili fossili.
Inoltre un prezzo del petrolio così basso permette anche ai paesi arabi di esercitare forti pressioni su altri produttori. Primi fra tutti gli Stati Uniti d’America e il Canada.
Navi Dhaliwal e Martin Stuermer, due esperti del settore, in un report citato da Bloomberg, hanno detto che “i prezzi bassi del petrolio hanno generato danni finanziari consistenti ai produttori di petrolio e gas americani, soprattutto perché questi devono far fronte a costi di produzione molto più alti dei loro concorrenti altrove nel mondo”. Non è un caso se, come ha riportato la Federal Reserve, sono almeno nove le compagnie che, negli ultimi mesi del 2015, hanno quasi dichiarato bancarotta, per un debito totale di oltre 2 miliardi di dollari. Cosa che ha anche causato la perdita di oltre settantamila posti di lavoro. “Se le bancarotte proseguono a questo ritmo, ci potranno essere ancor più ripercussioni nel 2016” è stato l’allarme lanciato dei due ricercatori.
Il modo di estrarre il petrolio nell’America settentrionale, basato sul fracking (la rottura delle rocce che ‘imprigionano’ la materia prima energetica), è estremamente costoso (per non parlare delle pesanti conseguenze per l’ambiente).
È questo che ha consentito ai paesi riuniti nel cartello dell’Opec di rallentare l’emergente produzione degli Stati Uniti, e di costringere Washington a rinunciare alla propria indipendenza energetica e tornare addirittura ad importare petrolio. L’Opec ha deciso di limare in maniera consistente i propri guadagni, pur di non perdere anzi di conquistare quote di mercato ribassando i prezzi.
Questo non potrà non avere conseguenze rilevanti anche in altre parti del mondo nel prossimo futuro. La decisione di abbattere i prezzi del petrolio ha consentito all’Opec di conquistare quote di mercato, ma, di contro, ha leso la coesione interna. Oggi, di fatto, il cartello non esiste più.
Questo non potrà non causare instabilità politica in alcuni paesi produttori, come l’Algeria, che fino ad ora si erano tenuti fuori dai conflitti internazionali. Ma non potrà non influire anche sulle scelte di politica estera della Russia.
Senza contare che, nell’immediato futuro, potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sulla corsa allo sfruttamento dei giacimenti dell’Artico e dell’Atlantico. Con rischi per l’ambiente che sono stati già dimostrati negli anni passati.
Una situazione difficile da interpretare ma che intanto ha portato la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse. Cosa che, nel breve periodo, avrà conseguenze rilevanti anche sulle economie di molti altri paesi. A cominciare da quelli europei. Non è un caso se, negli ultimi mesi, il rapporto euro/dollaro è cambiato a favore di quest’ultimo. Per non parlare del fatto che un dollaro forte potrebbe avere conseguenze non indifferenti per le economie di quei paesi che devono ripagare i propri debiti in dollari e causare una crisi sulla crescita in altre parti del mondo.
Tutto questo a causa delle decisioni che poche persone prenderanno a proposito del petrolio. Per questo non è azzardato dire che il 2016 sarà l’anno del petrolio.
C.Alessandro Mauceri

Israel bad war

In 2008, Israeli army launched a massive operation aimed at the Negev desert, on the last frontier of southern Israel. Many villages “unrecognized” were destroyed, hundreds of families were displaced and Israel launched broad-spectrum herbicides to prevent people from returning their homes. A paramilitary unit of the Ministry of Agriculture direct the “Green Patrol”action.

That wasn’t the first time these systems have been used as weapons. The United States of America, in the sixties, sprayed large areas of Vietnam with the infamous Agent Orange, to remove the leaves and depriving Vietcong of vegetation cover. After the end of the war, the consequences of this decision were clear: thousands of Vietnamese had cancer because of Agent Orange, and there was a scary number of deformed babies.

In recent days, Israel decided to use again this ‘”unconventional weapon” in the conflict with Palestine. Israeli airplanes sprayed herbicides and defoliants on hundreds of hectares of farmland in the eastern Gaza, near the boundary lines. “It is a disaster for hundreds of farming families and we do not know the effects that these chemicals may have on the people of Gaza,” said Khalil Shahin, deputy director of the Center for Human Rights. “It is not the first time that happens, the Israeli army claims that destroying the vegetation prevent rocket launches and other attacks” Shahin added, “but in recent years this spraying was limited to a few neighboring land to the border fences. In recent days, instead, Israeli planes have gone deep for many hundreds of meters. In some cases the liquid, driven by the wind, got up to two kilometers away from the border, close to the residential areas of Gaza.”
Israeli authorities admitted they allowed the use of herbicides and anti-sprouting: “The aerial spraying of herbicides, anti-sprouting products and was conducted in the area along the border fence [in Gaza] last week, in order to allow the optimal operations and continuous security, “he reports a representative Defense Forces (IDF), Israeli, Reuters reported. The Israeli army said that the crops have been sprayed with herbicides “to prevent the concealment of IEDs [improvised explosive devices], and to stop and prevent the use of the area for destructive purposes,” reported Anadolu agency, citing a written statement of the IDF.

The consequences of these military actions are manifested in two ways. The immediate is the destruction of fields and crops: in the areas of Qarara and Wadi al Salqa, hundreds of families along the border, the most fertile of the Gaza Strip, had to abandon their fields. In recent days, tons of tomatoes from the fields in this area, have been returned to the sender by the Israelis, officially because, according to the version provided by the military authorities, had been added illegally to a load of other vegetables. Palestinian sources (not confirmed by the Palestinian Ministry of Agriculture) reported a different motivation: high concentrations of pesticides, used improperly, therefore dangerous to health. The other consequence is people health damage.

According to data from OCHA, the Office for the coordination of humanitarian activities of the UN, in 2015, the Israeli authorities have destroyed “for lack of permit” more than 500 Palestinian buildings in the West Bank and East Jerusalem. Since 2007, the Gaza Strip and its 1.9 million inhabitants live in a ‘double bind’: on the one hand and on the other by Israel from Egypt.

After Vietnam war, in 1978, the international community signed a Convention which prohibits or severely restricts the use of herbicides during conflicts, given the devastating effects they have on people. But Israel has ever signed this agreement.

C.Alessandro Mauceri

 

La giornata della memoria ….

Il 27 gennaio è il giorno dedicato alla memoria di ciò che avvenne nei campi di sterminio nazisti. Quel giorno del 1945, l’esercito sovietico entrò dai cancelli di Auschwitz e rese noto al mondo l’orrore che vi era stato compiuto. Un orrore che lo stesso fuhrer aveva tenuto nascosto al suo stesso popolo. In tutti i regimi conosciuti (e non solo) la propaganda è uno strumento fondamentale. Non fu diverso durante il nazismo: vennero organizzate campagne tese a facilitare la persecuzione degli ebrei e per molto tempo si cercò di nascondere il genocidio classificandolo come una politica antisemita. Per questo la decisione di distruggere gli ebrei, la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”, venne annunciata senza grandi clamori a Wannsee, nel 1942, dai dirigenti del partito, dalle SS e da pochi funzionari di stato.
Nonostante la pubblica diffusione e pubblicazione di alcune dichiarazioni generiche sull’obiettivo di eliminare gli ebrei, le informazioni concesse ai comuni cittadini nascondevano i dettagli della “Soluzione Finale”. Mentre da una parte venivano mostrate immagini e dichiarazioni miranti a dimostrare come il popolo tedesco si stesse prendendo cura degli Ebrei, (creando posti di lavoro, costruendo ospedali, organizzando la distribuzione di pasti caldi), dall’altra nei comunicati ufficiali venivano utilizzate descrizioni eufemistiche per spiegare e giustificare il trasferimento degli Ebrei dai ghetti ai campi di transito e, poi, ai campi di concentramento.
Qui morirono 6 milioni di Ebrei, ma anche 300.000 zingari di etnia Rom e Sinti (alcune stime parlano di 800.000 vittime), 300.000 esseri umani affetti da disabilità mentale o fisica, 100.000 oppositori politici e 25.000 omosessuali. Una strage di dimensioni terrificanti e non solo per i numeri spaventosi, ma anche per il modo in cui vennero sterminate così tante persone.
Ma sebbene questa sia quella più nota, quella di cui tutti i libri di storia parlano e certo quella più celebrata, non è l’unica strage nei confronti di un popolo. Sin dalla fine del XIX secolo ci sono testimonianze di campi di concentramento. Spesso utilizzati come strumento di repressione, ma anche per impedire a tutti coloro che erano sospettati di offrire aiuto e assistenza ai partigiani di farlo.
Li utilizzò il generale spagnolo Valeriano Weyler y Nicolau, nel 1896, per reprimere la rivolta di Cuba. E anche gli americani ne fecero largo uso nelle Filippine, tre anni dopo. E così gli inglesi che li utilizzarono su larga scala in Sudafrica, contro i boeri. Furono loro, nel 1900, a decidere di costruire campi in cui internare intere famiglie: per questo realizzarono i laagers, come venivano chiamati dai boeri. Nel 1901, si calcola che gli inglesi avevano rinchiuso nei loro concentration camps (i loro lager) 109.418 bianchi. Killing fields: con questo termine vennero chiamati i campi di concentramento durante il regime di Pol Pot. Luoghi dove avvenne non solo un genocidio e l’eliminazione di un nemico politico ma la riduzione della stessa popolazione cambogiana. Nell’S-21, luogo di internamento per i prigionieri politici, ora sede del museo del genocidio di Tuol Sleng, morirono oltre 17.000 persone e solo sette sopravvissero.
O come quelli dove in Russia, negli anni venti, persero la vita circa 20 milioni di persone in campi di concentramento non molto diversi da quelli nazisti. Nessuno a loro ha dedicato una giornata. Così come nessuno ha dedicato un solo rigo ai campi di concentramento dove gli israeliani detenevano i palestinesi: da quanto è emerso dagli archivi della Croce Rossa, erano almeno cinque i campi che contenevano fino a 3.000 prigionieri l’uno (17 quelli non riconosciuti). Eppure anche in questo caso si tratta di dati che le autorità conoscono bene: il report (500 pagine di relazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa CICR scritte durante la guerra del 1948), è stato declassificato e reso pubblico solo nel 1996 (insieme alle testimonianze di ex detenuti civili palestinesi). Anche in questo caso si trattava di luoghi definiti eufemisticamente “campi di lavoro”. Ma del resto anche i tedeschi avevano scritto “il lavoro rende liberi” sui cancelli di Auschwitz. Oggi tutti conoscono le atrocità che sono avvenute in quel luogo. Nessuno però parla di Atlit o di Ijlil, di Sarafand di Tel Letwinksy o di Umm Khalid, i campi di concentramento dove venivano rinchiusi i palestinesi. L’unico a parlarne fu Papa Pio XII che, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, parlando dei palestinesi, scrisse “Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”.
Secondo un recente sondaggio a pensare che Israele stia conducendo una guerra di sterminio, cioè un genocidio contro i palestinesi sarebbero il 48 per cento degli intervistati in Germania, il 42 in Gran Bretagna, il 49 in Portogallo, e addirittura il 63 per cento in Polonia. Uno sterminio noto a tutti ma di cui nessuno parla e al quale nessuno dedica giornate.
La verità è che gli ultimi secoli sono stati pieni di campi di concentramento, di campi di sterminio. Alcune volte passati alla storia per il clamore delle stragi commesse al loro interno. Altre volte meno. E di alcuni solo pochi hanno avuto il coraggio di parlare. “L’Europa e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d’un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana”. A pronunciare queste parole e a paragonare l’Europa un campo di concentramento fu una persona che quei campi li conosceva bene, il presidente Pertini. Fu lui a dire che “un uomo senza lavoro, che vive nella misera, non può essere certamente considerato libero. Questo comporta che esso non sarà neppure un uomo in grado di capire la sua condizione e reagire ad un nemico così occulto, subdolo e purtroppo per noi strategicamente molto preparato”.
Altri tempi, altre persone ….ben diverse da quelle attuali in cui in Italia il presidente del Consiglio ha deciso di ricevere il 27 gennaio, il giorno della Shoah, il premier iraniano, ovvero uno degli ultimi negazionisti (coloro che negano che la Shoah sia mai avvenuta)….
C.Alessandro Mauceri

Francia e Italia si scambiano i territori….ma nessuno dice niente ai pescatori

Continuano gli scontri tra i Italia e Francia riguardanti i confini territoriali. Nei mesi scorsi a finire sui giornali fu la disputa per il possesso del valico di frontiera in prossimità dell’accesso al ghiacciaio del Gigante dal rifugio Torino. Ora la lite si è spostata in mare.
I confini marittimi tra Italia e Francia e i relativi diritti di pesca erano regolamentati da un documento le cui origini risalgono al 1892. Nel 2011, l’Italia ha creato una Zona di pesca esclusiva i cui confini erano stabiliti provvisoriamente “in attesa degli accordi di delimitazione con la Francia”. Ma, seppure senza grandi clamori, a marzo del 2015, Francia e Italia hanno sottoscritto un trattato con il quale regolamentavano la convenzione generale sui confini.
In base a questo accordo l’Italia accettava di definire “aree di mutuo scambio” alcune zone di mare a nordovest e a sudest della Corsica. In altre parole l’Italia cedeva un pezzetto di mar Ligure in cambio di uno di mar Tirreno. Una modifica apparentemente di poco conto. Almeno così devono aver pensato gli incaricati del ministero degli Affari esteri della Difesa, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, delle Politiche Agricole e persino dei Beni culturali che lo scorso anno, erano presenti alla stipula del trattato.
Nessuno di loro ha pensato alle conseguenze che avrebbe causato il fatto che l’accordo sottoscritto tra i due paesi prevede sì la libera circolazione dei pescherecci tranne nella zona di mare dove più fruttuosa è la pesca dei gamberoni. Una zona che i francesi non a caso hanno rivendicato di uso esclusivo: “Onde evitare che il presente accordo pregiudichi le tradizioni dei pescatori professionali dei due paesi, le parti concordano, quale intesa di vicinato, di lasciare ai pescherecci costieri italiani e francesi esercitare un’attività sui luoghi di pesca tradizionali situati all’interno di una zona definita…”. Lo spostamento dei confini riguarda infatti la cosiddetta “fossa del cimitero”, una zona che, come sanno bene i pescatori della zona, è il paradiso per la pesca dei gamberoni rossi.
L’accordo non è ancora stato ratificato dall’Italia. A farlo è stata solo la Francia le cui autorità, nei giorni scorsi, proprio sulla base di questo accordo, hanno sequestrato il Mina, un peschereccio italiano, che navigava nelle acque marittime al largo di Ventimiglia. Alla fine equipaggio e imbarcazione sono stati rilasciati. Ma solo dopo il pagamento di una cauzione di 8mila e 300 euro (somma che, per assurdo che possa apparire, il tribunale ha preteso non fosse pagata mediante assegno circolare firmato dall’armatore Ciro Lobasso – è stato necessario effettuare un bonifico sulla cassa degli avvocati francesi e, solo dopo il ricevimento della somma richiesta, è stato possibile procedere).
Improvvisamente tutte le autorità politiche si sono svegliate dal letargo durato quasi un anno: il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha tuonato: “Non sapevamo nulla, è inaudito! Ci hanno scippato un pezzo di mare senza dirlo, cioè una risorsa che è turistica ed economica, dà lavoro e garantisce sviluppo. Perché? Gentiloni dovrà fornire adeguate spiegazioni”. Un’affermazione alla quale il Ministero degli Esteri ha risposto blandamente: “Non sappiamo se ci sono interessi particolari dietro allo scambio”.
Intanto pare che ad essere danneggiate dalla decisione del governo non saranno solo le imprese che si occupano della pesca del gambero: a subire grossi danni saranno anche i pescatori di pesce spada, le cui flotte navigano fino a questa zona di mare dalla Toscana, dalla Sardegna e da altre regioni meridionali. “Buona parte delle zone di cala sono state sottratte ai nostri pescatori” ha detto Barbara Esposto, dirigente e portavoce di Legacoop. E ancora una volta, vaghe le dichiarazioni del ministero dell’Agricoltura: “Cercheremo di capire cosa è successo”, ha detto il sottosegretario Giuseppe Castiglione, “e poi chiederemo lumi agli Esteri”. “Faremo il possibile per rimediare ai torti subiti dai liguri”, ha detto il sottosegretario alle Politiche agricole: “Il trattato non è ancora stato ratificato, i margini ci sono”.
Viste le conseguenze, la senatrice Donatella Albano ha annunciato un’interrogazione parlamentare: “Non si decidono cose così importanti senza coinvolgere il territorio”. Dello stesso avviso Alice Salvatore capogruppo in Regione del Movimento Cinque Stelle, che ha detto: “Roba da matti, nessuno ci ha detto niente. Con che cosa hanno barattato il nostro mare?”.
Un silenzio di cui è apparsa sorpresa anche Renata Briano, vicepresidente della commissione pesca della Ue: “Incredibile che non sia stato informato il territorio. E che una vicenda durata sei anni non abbia avuto nessuna eco sui media”.
Intanto, nessuno ha detto niente circa il procedimento penale nei confronti del peschereccio italiano “colpevole” di aver sconfinato: nonostante la dichiarazione rilasciata dall’europarlamentare Renata Briano e dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante della direzione marittima della Liguria, che hanno ribadito che il peschereccio si trovava in acque italiane (dato che il trattato che modifica i confini non è ancora in vigore), le autorità francesi infatti hanno confermato l’accusa nei confronti del Mina e del suo comandante.
C.Alessandro Mauceri

 

Chi vende le armi ai paesi in guerra? Le nazioni “pacifiste”

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“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania (nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra) e dopo quello della vendita di armi all’India (nonostante la guerra decennale, e ancora non conclusa, con il Pakistan), anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti peròfino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.
C.Alessandro Mauceri

 

Nei mari e sulla terra la temperatura aumenta ….e l’Ue finanzia l’uso di combustibili fossili?

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Circa un mese fa, riuniti a Parigi, al COP21, i leader mondiali si sono vantati delle proprie promesse e degli impegni presi per salvare il pianeta riducendo le emissioni che stanno provocando un rapido innalzamento della temperatura terrestre: si sono impegnati ad attuare iniziative per limitare l’innalzamento della temperatura globale a non oltre 1,5° Celsius. Non subito, però: nei prossimi decenni.
Il problema è che i mari e l’intero pianeta potrebbero non avere tutto questo tempo: secondo i dati diffusi nei giorni scorsi da due organismi americani, la Nasa e l’Agenzia federale per la meteorologia (Noaa) (:http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/summary-info/global/201512), il 2015 è stato l’anno più caldo da quando vengono effettuate rilevazioni attendibili, il 1880.
Lo scorso anno, la temperatura è aumentata di un grado (e non di frazioni) rispetto all’epoca preindustriale. E, come se non bastasse, il mese di dicembre è stato il più caldo in oltre 130 anni: 1,11 gradi sopra la media. Cosa che confermerebbe che il fenomeno è in rapida evoluzione, come ha spiegato Compton Tucker, della Nasa, “ciò è dovuto all’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera, che agisce come una coperta isolante intorno alla Terra e tiene intrappolate le radiazioni terrestri. È proprio come mettere una coperta in più sul letto la notte. Tiene più caldi e l’anidride carbonica tiene la Terra più calda”.
Gli effetti di questo fenomeno si stanno manifestando in diversi modi ed entro il 2030 nel Mediterraneo, in Usa e in Brasile la temperatura media sarà cresciuta di oltre due gradi.
Ma non basta. Secondo un panel di esperti dal Politecnico federale di Zurigo, il cui lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nature, un aumento della temperatura media globale pari a 2 gradi, corrisponderebbe all’aumento della temperatura massima di 3 gradi nel mar Mediterraneo. Con una brusca accelerazione di fenomeni come l’innalzamento del livello del maree la scomparsa di alcune città costiere.
Per mantenere l’aumento della temperatura massima annuale del Mediterraneo entro i due gradi, (e non 1,5 gradi come concordato a Parigi), le emissioni di CO2 dovrebbero essere contenute entro i 600 miliardi di tonnellate (attualmente sono 850 miliardi).
La sola speranza per raggiungere questi risultati sarebbe un massiccio ricorso alle fonti energetiche rinnovabili (prime fra tutte solare ed eolica) e la riduzione dei consumi di combustibili fossili.
Stranamente, però, senza alcun motivo scientifico a supporto, l’Unione europea, nei giorni scorsi, ha deciso di fare l’esatto contrario e ha dato il via libera alla proposta della Commissione europea di sostenere con ben 217 milioni di euro nuovi progetti di infrastrutture energetiche trans-europee. In altre parole, ha deciso di finanziare la costruzione di impianti per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili!
“Stiamo mirando a quelle regioni in Europa che ne hanno più bisogno” ha detto il commissario Ue all’energia, Miguel Arias Canete. Che ha aggiunto “Dobbiamo avanzare con la modernizzazione delle nostre reti energetiche e portare tutti i Paesi ancora isolati all’interno del mercato europeo dell’energia”. Nel settore del gas, le sovvenzioni Ue stanziate serviranno a promuovere e modernizzare la rete di trasmissione del gas in Bulgaria in Grecia, in Romania, e nell’ex Repubblica jugoslava oltre che in Macedonia e Turchia. Ma anche l’interconnettore che lega le reti del gas in Romania, Bulgaria, Austria e Ungheria, beneficerà dei fondi europei e permetterà al gas proveniente dal Caspio di raggiungere tutta l’Europa centrale.
E, visto che quando si parla di petrolio, di gas e di combustibili fossili i soldi non bastano mai, è stato deciso che i vari paesi potranno beneficiare anche dell’assistenza finanziaria della Connecting Europe Facility.
Tutte misure e azioni che non potranno che rallentare il processo di conversione verso fonti energetiche rinnovabili ed ecosostenibili: invece di promuovere lo sviluppo e l’uso delle energie ecosostenibili, sostenere finanziariamente il ricorso ai combustibili fossili rallenterà tremendamente la riduzione delle emissioni in atmosfera. Con le inevitabili conseguenze per l’ambiente e una inevitabile accelerazione dell’aumento della temperatura del pianeta e, in misura ancora maggiore del Mediterraneo.
Così facendo è “quasi certo che il pianeta Terra sia destinato al disastro entro i prossimi mille o diecimila anni”, ha detto Stephen Hawking. Secondo lo scienziato, la razza umana ha davanti a sé uno dei secoli più delicati della sua storia, in cui potrà decidere in che modo influenzare il lontano futuro. Un’influenza che, stando alle decisioni prese nell’ultimo periodo, potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.
C.Alessandro Mauceri

Target 2….qual’è il vero “obiettivo” degli investitori?

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Il movimento dei migranti, dei rifugiati e dei profughi attraverso i paesi europei ha messo in discussione il Trattato di Schengen, l’accordo che regolamenta la libera circolazione di uomini e merci attraverso i paesi aderenti.
La soluzione trovata è, come era logico aspettarsi, all’”europea”: non potendo sospendere Schengen per un periodo così lungo (la sospensione è ammessa solo per pochi mesi, non per due anni come richiesto) i vari paesi si sono accordati di limitare il traffico delle persone, ma non quello delle merci. Un modo come un altro per non disturbare chi davvero sta beneficiando dell’Unione europea, ovvero le grandi multinazionali che continueranno ad avere a strada aperta per distribuire e vendere i propri prodotti.

Ma gli scambi commerciali non sono i soli a non essere esclusi dai nuovi accordi. Nessuno ne parla mai, ma c’è un altro traffico, ben più proficuo e rilevante, che prevede periodici scambi tra i vari paesi dell’Unione: sono gli scambi di denaro.
In passato, uno dei motivi che ha fatto crescere a dismisura l’importanza delle banche è stata la decisione di convertire gli scambi di merci in valuta corrente evitando in questo modo il trasporto di grosse quantità d’oro o dei corrispettivi. Solo periodicamente i banchieri compensavano questi scambi con i colleghi di altri paesi o mercati o territori.
Da allora poco è cambiato. Oggi i pagamenti (in entrata e in uscita) nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema (ovvero BCE e banche centrali nazionali), in altre parole il flusso di denaro che viaggia da uno stato all’altro, sono gestiti da una piattaforma chiamata Target2. E’ su questa piattaforma che, ogni settimana, transita una quantità di denaro enorme, un flusso di pagamenti quasi uguale a quello del PIL annuale di tutti i paesi dell’Eurozona. Un trasferimento, però, di cui nessuno parla (il denaro elettronico che le banche utilizzano per regolare i conti reciprocamente si muove ad altissima velocità). E quando una banca ne accumula troppo (perché i propri clienti ricevono più pagamenti di quanti ne eseguono), di solito, decide di prestarlo (ovviamente dietro lauto compenso) a un altro istituto bancario che ha bisogno di liquidità. Si tratta anche in questo caso di soldi portati oltre frontiera. Ma niente di illegale e nemmeno volontà di frodare il fisco visto che i movimenti sono tracciati.
Il problema è che, in molti casi, questi flussi sono considerevoli. Ciò significa che le banche di uno stato hanno guadagnato o perso molti soldi. È quello che sta accadendo in Italia: secondo i calcoli effettuati da Banca d’Italia, il Target 2, il sistema che regola i pagamenti e il flusso di capitali che girano da uno all’altro dei Paesi che adottano la moneta unica, indica che il deficit dell’Italia ha superato i 240 miliardi di euro. È in assoluto il peggior risultato da quando è nato l’euro. Molto peggiore del dato della Grecia (sotto di 97,3 miliardi,ma in ripresa) o della Francia (in “rosso” di 73,5 miliardi).
Dove sono finiti i soldi “italiani”? In Germania, prima di tutto, che presenta un attivo di 592,5 miliardi (il risultato migliore dal 2012), ma anche in Olanda (+49,4 miliardi), e in quello che da sempre è uno dei paradisi fiscali dell’eurozona: il Lussemburgo (+140,4 miliardi).
Anche se nessuno né al governo né sui media ne parla mai, si tratta di numeri di importanza “capitale” (in tutti i sensi). Indicano, tra l’altro, quanto risparmiatori e investitori si fidano del paese. Il fatto che molti degli invertitori hanno deciso di investire i propri soldi in attività all’estero vuol dire che, nonostante le promesse di ripresa sbandierate dal premier, sono sempre meno quelli che credono nel cambio di rotta. Il Target 2 è un segno palese e inconfutabile della perdita di fiducia. “Fiducia” che i soldi messi nelle banche italiane non vengano congelati o utilizzati per coprire almeno in parte i danni causati dalla cattiva gestione delle banche; paura che finiscano sono in tasse e imposte; paura che non valgano più quanto valevano fino a pochi anni fa.
Alcuni esperti hanno lanciato l’allarme dicendo che il Target 2 dell’Italia: oggi questo dato è peggiore addirittura di quello del 2011. In altre parole, anche quando (come nel 2011) sembrava che tutto il mondo della finanza stesse per esplodere, c’era più fiducia di adesso nel sistema finanziario. A poco è servita la giustificazione di Bankitalia che ha cercato spiegare il peggioramento del saldo debitorio Target2 nel corso del 2015 dicendo che è un “riflesso del comportamento delle banche italiane che grazie ai fondi ottenuti dall’Eurosistema soprattutto con la terza hanno ridotto le fonti di finanziamento sui mercati internazionali all’ingrosso più onerose”.
E mentre cresce il numero delle imprese italiane che decide di rilocalizzarsi all’estero, quello dei giovani che espatriano in cerca di un posto di lavoro, ad abbandonare il paese pare sia anche la fiducia degli investitori. Quella che, come confermano i dati del Target2, ha visto centinaia di miliardi di euro varcare la frontiera dall’Italia per non tornare più…
C.Alessandro Mauceri

Mucche (e non solo) clonate in Cina

È prevista a breve l’apertura della più grande “fabbrica” di animali al mondo. In questo stabilimento, a Tianjin, vicino Pechino, in Cina, cani, cavalli, vitelli e mucche non saranno allevati, ma “prodotti”. L’obiettivo è quello di clonare bestiame. Dati non confermati parlano una produzione di 100 mila capi all’anno da subito per arrivare, a pieno regime, a un milione di capi (pari al 5 per cento del fabbisogno complessivo di carne in Cina). La fabbrica è il risultato di una cooperazione tra Sinica (controllata da Boyalife) e la fondazione sudcoreana di biotecnologie Sooam, specializzata proprio nella clonazione di cani.
A guidare Sooam, è Hwang Woo-suk che divenne famoso nel 2004 per aver pubblicato su Science uno studio nel quale affermava di aver clonato cellule staminali umane. E quando riuscì a clonare un cane, alcuni pensarono che avrebbe vinto il Nobel. Tutto cambiò quando si scoprì che le sue scoperte erano false. Pochi anni dopo cercò di clonare addirittura un mammut (nel 2006, ammise di aver usato fondi statali coreani per acquistare dalla mafia russa alcuni esemplari di tessuto di mammut). Anche in questo caso, però, si scoprì che si trattava di un bluff.
A confermare la notizia dell’avvio delle attività di clonazione di animali, sui media cinesi (i media internazionali, invece, non hanno dedicato grande attenzione a questa notizia) è stata confermata dal presidente e amministratore delegato di Boyalife, Xu Xiaochun: “Vogliamo migliorare gli allevamenti cinesi iniziando dai bovini e dai cavalli”. “Stiamo per percorre un sentiero mai battuto”, ha aggiunto. “Stiamo creando qualcosa che non è mai esistito prima”. Boyalife opera in 16 regioni cinesi, e stando a quanto ha dichiarato, non si occuperà solo di animali per l’alimentazione. Lo stabilimento, secondo quanto comunicato ai media dallo stesso fondatore, si occuperà anche di produrre “modelli malati” di animali di grossa taglia per la sperimentazione di nuovi farmaci. “In Cina facciamo cose in grande scala, ma non inseguiamo solo il profitto. Vogliamo lasciare un segno nella storia” aveva dichiarato Xu ai media l’anno scorso.
Dopo il clamore suscitato dalla pecora Dolly, prodotta al Roslin Institute come parte di una ricerca per la produzione di medicinali nel latte degli animali da allevamento, la clonazione è già una realtà in diversi paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, ViaGen, una società che ha sede in Texas, offre ai propri clienti la promessa di clonare cani e gatti. Un servizio che, però, ha un costo non per tutte le tasche: dai 50mila ai 100mila dollari.
Il costo del processo di clonazione è uno dei motivi che hanno fatto dire a molti che la decisione dell’industria cinese di investire in questo settore potrebbe rivelarsi un fallimento: secondo Ryu Young-joon, docente alla scuola medica dell’università nazionale Kangwon, “clonare un animale richiede un processo estremamente dispendioso. Clonare un animale da compagnia costa all’incirca 87 mila dollari. Chi comprerà bestie da allevamento così costose? Lasciamo perdere il problema della sicurezza alimentare, è dal punto di vista economico che non ha senso”. Se, come hanno dichiarato i vertici della Boyalife, il progetto ha come scopo quello di abbassare il prezzo della carne, allora è destinato al fallimento.
Senza contare che molti paesi e la stessa Unione Europea hanno già vietato l’importazione di carne da allevamenti clonati. La sicurezza, infatti, è uno dei problemi maggiori: “Deve essere ancora testata. La clonazione ha diversi effetti collaterali, fra cui invecchiamento precoce e predisposizione dell’animale ad ammalarsi”, ha dichiarato critico Woo Hee-jong, veterinario presso l’Università nazionale di Seoul.
Ma a questo gli astuti imprenditori cinesi forse hanno già pensato. I divieti imposti da molti paesi e anche dall’Ue riguardano il consumo di carni da organismi clonati. Ma pare che nessuno abbia posto vincoli al cibo proveniente dai figli degli animali clonati (la cosiddetta progenie). E questo lo si sta già facendo in diversi paesi: negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile. Ma non basta. I “materiali riproduttivi”, i figli degli animali clonati e i loro embrioni, così come il cibo proveniente dalla progenie di cloni (ad esempio il latte), potrebbero essere importati anche in altri paesi, come quelli dell’UE, e senza che i consumatori abbiano la minima indicazione.
A conti fatti, quindi, la clonazione potrebbe davvero essere un affare colossale. Ma di cui è meglio fare sapere meno possibile ai consumatori.
C.Alessandro Mauceri

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