Tsipras ha vinto il referendum, ma sta tradendo il suo popolo

“Penso che sarà una riunione piuttosto difficile: sui contenuti e ancor più sulla fiducia”. Così il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze dell’Olanda ha sintetizzato “l’agenda” dei lavori del vertice dei ministri sulla Grecia. “Ci sta ovviamente un grande problema di fiducia – ha detto – le questioni chiave verranno affrontate oggi”.

Come al solito, si cerca di trovare scuse per giustificare scelte politiche che in realtà sono meramente economiche. Le banche, soprattutto quelle europee, hanno perso la loro fiducia nella Grecia già da molti anni. Lo dimostrano i numeri diffusi dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) che dicono che gli investimenti delle banche in Grecia sono ai minimi storici, segno che gli investitori non hanno più fiducia nella ripresa di questo Paese.

Ma in realtà, a ben guardare quelli che non dovrebbero più avere fiducia nella Grecia, anzi, per essere più precisi, nel premier Alexis Tsipras, dovrebbero essere proprio i greci. Prima si è fatto eleggere promettendo di fare, se necessario, la rivoluzione. Poi, mentre faceva vedere di stare sbattendo i pugni sul tavolo, ha accolto passivamente le richieste della Troika: prima ha accettato che non fosse più Varoufakis il Ministro delle Finanze. Poi ha presentato un piano di risanamenti che sembra la copia esatta di quello che Banca Centrale Europea (BCE), Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea avevano cercato di imporre ai greci solo qualche settimana fa. Non a caso questo piano sarebbe stato redatto dal nuovo ministro delle finanze, Euclid Tsakalotos, con l’aiuto di esperti francesi, “un’assistenza inestimabile”, secondo quanto riferito da fonti attendibili riportate dal Guardian.

Un piano che i greci avevano detto chiaramente di non volere: era proprio questo l’oggetto del referendum. Con il referendum dei giorni scorsi (come potete leggere qui) non veniva chiesto ai greci se volevano uscire dall’Euro o dall’Unione Europea, ma solo se lui doveva accettare le richieste della Troika (il trio costituito da Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea). E il popolo aveva detto chiaramente No. E cosa ha fatto Tsipras?

Ha presentato un piano economico che somiglia molto, forse troppo, a quello che solo pochi giorni prima il popolo aveva detto di non voler accettare. Un piano, molto probabilmente, insostenibile per le finanze greche. (Vista la montagna di falsità che sono girate sulla rete nei gironi scorsi, chi volesse leggere il documento ufficiale della proposta del Parlamento greco può leggere qui).

Secondo il piano portato a Parigi da Tsipras, aumenterà l’IVA sul catering e sui ristoranti, fino quasi a raddoppiare (al 23% mentre era al 13%); e così quella degli hotel (che passerà dal 6.5 al 13%). Aumenteranno le imposte caricate sugli armatori (altro settore vitale dell’economia e ora in crisi) e la tassa sui beni di lusso passerà dal 10 al 13%. Tutte le imprese locali, già in crisi, pagheranno di più: dal 26% al 28%. Saranno aumentate le tasse sugli immobili (dopo che verrà fatta la revisione catastale) e sparirà il contributo di solidarietà per pensionati.

Ma non basta: Tsipras ha chiesto 12 miliardi di euro invece degli otto previsti. In un Paese in cui manca la liquidità, aumentare del 50% questa somma non servirà a rilanciare l’economia. Anzi peggiorerà la situazione e non poco: quei soldi, ammesso che a Parigi si decida di prestarli, finiranno subito nelle ‘casse’ delle banche creditrici e solo in minima parte potranno servire alla gestione della cosa comune (figurarsi al rilancio dell’economia). Per contro, però, aumentare il prestito (il piano di aiuti richiesti all’Esm, l’European Stability Mechanism, ammonta complessivamente a 53,5 miliardi di euro nel prossimo triennio) farà lievitare in modo più che proporzionale gli interessi che il popolo greco sarà chiamato a pagare da qui a poche settimane. In altre parole, peggiorerà la situazione e non poco.

In questo modo lo stato dell’economia della Grecia non potrà che peggiorare. E questo Tsipras non può non saperlo. Nel 2014 la Grecia aveva avuto una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del +0,8 per cento; dopo le elezioni di Tsipras era stata prevista, per il 2016, una crescita del 2.9 per cento. Dopo il fallimento della politica di questi giorni le stime del governo greco parlano di un -3 per cento per il 2015 (e la situazione potrebbe essere ancora peggiore se continuerà la chiusura ingiustificata e ad oltranza delle banche).

Una gestione politica, quella di Tsipras, che appare inspiegabile anche al suo stesso partito: sebbene il Parlamento greco abbia approvato il piano da presentare a Parigi e abbia dato mandato a Tsipras di chiudere l’accordo con i creditori  (a favore della mozione hanno votato 251 deputati su 300, i no sono stati 32, otto le astensioni), la minoranza interna al partito ha parlato di un piano “non in linea con il programma”, ed anche il ministro per l’Energia e lo Sviluppo, Lafazanis, si è detto contrario.

Un piano di aiuti che, prima ancora di sapere se verrà approvato o no dalla Troika, avrà certamente gravi conseguenze pesanti. La prima è che Tsipras perderà consensi. Quanti di quelli che erano in piazza Syntagma domenica scorsa e che hanno festeggiato l’esito del referendum, faranno lo stesso dopo aver letto la proposta di Tsipras?

Ma non basta. Tsipras ha detto a chiare lettere che la Grecia non uscirà dall’Euro: gli economisti più blasonati (inclusi diversi premi nobel) da anni continuano a ripetere non solo che gli aiuti ricevuti dalla Grecia sono finiti nelle tasche, anzi nelle ‘casse’ delle banche, ma anche che il problema è aver ceduto la propria sovranità monetaria. E, invece, prima ancora di partire per Parigi e prima ancora che si votasse per il referendum, il capo del governo greco ha ribadito che di uscire dall’Euro e dall’Unione Europea non se ne parlava.

Ma la cosa più importante, forse, è un’altra. Ciò che sta avvenendo in Grecia ha già avuto (e la cosa potrebbe peggiorare ulteriormente) conseguenze rilevanti su tutti i gruppi indipendentisti europei dal movimento guidato della Le Pen, in Francia, a Podemos, in Spagna, e molti altri: se gli indipendentisti greci che sono riusciti ad ottenere la maggioranza non mantengono gli impegni assunti con gli elettori, cosa potranno mai fare quelli degli altri Paesi dove, a fronte di risultati notevoli, di maggioranza assoluta non si parla nemmeno?

La verità è che nei giorni scorsi, e ben prima che il piano presentato da Tsipras venisse discusso e votato, la Troika aveva già vinto: ha dimostrato che i partiti indipendentisti non sono stati capaci di rispettare la sovranità popolare e agire in modo indipendente neanche dopo che la maggioranza assoluta della popolazione aveva dichiaratamente affermato di essere dalla loro parte, cioè di essere pronta a seguirli. Anche dopo il referendum (e dopo l’analisi del team di esperti internazionali che avrebbe giustificato anche teoricamente, proposte ben diverse al tavolo negoziale), Tsipras ha accettato i “suggerimenti” di altri esperti esterni, quelli che a Parigi gli hanno imposto di piegarsi al volere dei grandi gruppi finanziari.

Dopo aver visto ciò, chi realmente gestisce l’UE non potrà non sentirsi sempre più padrone di ciò che non gli appartiene: gli europei.

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