In Italia mancano i “comuni ricicloni”….e l’Ue la condanna a pagare una multa.

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“A causa dell’inesatta applicazione della direttiva ‘rifiuti’ in Campania, l’Italia è condannata a pagare una somma forfettaria di 20 milioni di euro più una penalità di 120.000 euro per ciascun giorno di ritardo”. È questa la sentenza definitiva emessa dalla Corte di giustizia dell’Ue che ha scritto la parola fine sul procedimento in corso nei confronti dell’Italia.

Nel 2010, la Corte aveva stabilito che l’Italia “era venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva” europea e era “giunta alla conclusione che l’Italia non ha garantito un’attuazione corretta della prima sentenza”. Secondo i giudici, “tra il 2010 e il 2011 sono stati segnalati più volte problemi di raccolta dei rifiuti in Campania”. Una regione in cui “si è accumulata una grande quantità di rifiuti storici (sei milioni di tonnellate di ‘ecoballe’), che deve ancora essere smaltita, il che richiederà verosimilmente un periodo di circa quindici anni”.
Una sentenza che conferma una volta di più l’incapacità delle amministrazioni sia quelle locali che quella centrale di gestire un problema annoso, ma rilavante come quello dei rifiuti.

Per questo motivo “la Commissione ha proposto un ricorso per inadempimento contro l’Italia, imputandole la mancata creazione, in quella regione, di una rete integrata ed adeguata di impianti atta a garantire l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti sulla base del criterio della prossimità geografica”. Una situazione che per l’Ue rappresenta “un pericolo per la salute umana e per l’ambiente”.

In una nota diffusa dalla Corte di giustizia dell’Ue è detto chiaramente come “gli Stati membri abbiano il compito di assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonchè di limitare la loro produzione, in particolare promuovendo tecnologie pulite e prodotti riciclabili e riutilizzabili”.
Ma il problema della cattiva gestione dei rifiuti non si limita alla Campania. Secondo quanto emerge dallo studio di Legambiente sui “comuni ricicloni”, ovvero i comuni che hanno raggiunto l’obiettivo di legge del 65per cento di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, in Italia solo il 25per cento dei comuni può essere annoverato in questa lista. Gli altri, ovvero i tre quarti dei comuni italiani, non sono stati in grado di ottemperare agli obblighi di legge.

Una situazione che mostra grandi differenze tra le regioni d’Italia: se, da un lato, alcune regioni, come il Veneto o il Friuli Venezia Giulia, si sono distinte per la capacità di gestire i rifiuti solidi urbani (RSU), dall’altro, in molte altre regioni non si è stati capaci nemmeno di affrontare il problema. Regioni come la Campania o le Marche o la Valle d’Aosta (dove non c’è nemmeno un “comune riciclone”), sono ben lungi dal raggiungere gli obiettivi imposti dalle leggi nazionali, figurarsi dai regolamenti comunitari.

Un dato che (al di la di qualche eccezione) conferma il pesante divario tra nord e sud del paese: mentre in molte regioni del nord la percentuale di “comuni ricicloni” raggiunge (e talvolta supera) il 50per cento, nelle regioni del centro sud il concetto di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani sembra essere ancora una chimera. Regioni come la Calabria o la Puglia (con poco più del due per cento dei comuni sono “ricicloni”) fino alla Sicilia, dove solo lo 0,5 per cento dei comuni è classificato “riciclone”. Tutti gli altri continuano a riempire sino all’inverosimile di rifiuti indistinti le proprie discariche inquinando l’ambiente e costringendo le popolazioni future a gestire questi siti per decenni e decenni ……

C.Alessandro Mauceri

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