Che succede se erutta il Vesuvio? Non si sa…..

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Nei giorni scorsi alcuni studiosi hanno lanciato l’allarme circa una possibile prossima eruzione del Vesuvio. A lanciare l’allarme, durante i lavori della XII conferenza mondiale dei geoparchi ospitata ad Ascea, nel Parco nazionale del Cilento, è stato il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya, da molti ritenuto uno dei maggiori esperti di terremoti. Setsuya ha dichiarato che “il Vesuvio erutterà, è sicuro perchè è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando”. Tra il 2000 e il 2012, il suolo si sarebbe sollevato di almeno 20-30 centimetri. Un dettaglio preoccupante, che è stato accompagnato da una sequenza di micro terremoti, nuovi fumaroli ogni giorno e da ripetuti fenomeni dell’ormai famoso bradisismo flegreo. Tutti fenomeni considerati precursori di una possibile eruzione.
L’allarme è stato confermato da due vulcanologi italiani, Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo, che in uno studio pubblicato su “Nature”, hanno lanciato l’allarme per le condizioni del vulcano: una sacca di magma ospitata in una caldera a una profondità di 10 chilometri tra il Vesuvio e i Campi Flegrei potrebbe risalire in superficie dando luogo ad una pericolosissima eruzione.

Il fatto che il Vesuvio possa eruttare non è niente di nuovo. Il problema è che nell’area a rischio vivono oltre tre milioni di persone. Il ricercatore giapponese ha detto che, visto che ci sono abitazioni nell’area sino ai piedi del vulcano, “gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione”.
È questo che ha scatenato dichiarazioni a non finire. A cominciare da quelle rilasciate dal responsabile regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli. “Tutto il mondo – ha detto Borrelli – è preoccupato e lancia allarmi per i vulcani del napoletano. Solo la Protezione Civile nazionale continua a dormire sogni beati rinviando di anno in anno il piano dei Campi Flegrei e non aggiornando quello del Vesuvio”.

Accuse pesanti ma che, come sempre in Italia, hanno reso ancora più difficile da comprendere la realtà: non è vero che non esiste un piano di emergenza predisposto dalla protezione civile. La rete di monitoraggio delle attività vulcaniche è molto sviluppata e sul sito della Protezione civile esistono non uno ma molti “piani di emergenza Vesuvio”. Il primo, risalente al 2001, venne poi integrato nel 2007. E poi è stato aggiornato, ancora, proprio nel 2015, per individuare o ridefinire le zone di “pericolosità” Rossa, Gialla e Blu. Sono stati definiti i “livelli di allerta” e le “fasi di allarme”. Con l’ultimo aggiornamento la zona controllata è passata da interessare ben 25 comuni rispetto ai 18 del piano iniziale.
Ma allora qual è il problema? Il problema è che non è vero che non esiste un piano di emergenza Vesuvio. Il fatto è che questo piano è poco più che un mero studio teorico. Come hanno ribadito lo stesso Borrelli e Gianni Simioli: “Sarebbe il momento di realizzare le prove di evacuazione e trasformare tutta questa teoria in un minimo di pratica per gli abitanti del territorio. Per ora nessuno che abita in quelle zone è minimamente coinvolto in questi piani e tanto meno ha chiaro cosa dovrà fare in caso di emergenza”.
È questo il vero problema e il vero rischio Vesuvio: tutti sanno che una eruzione ci sarà. Forse sarà tra un mese, forse tra un anno o più. Questo nessuno può dirlo con esattezza. Di certo, però, c’è che se ciò dovesse accadere ora (o a breve) non si sarebbe in grado di affrontare il problema in modo sicuro. Mancano le infrastrutture, i piani e i mezzi per evacuare la zona. E anche i piani esistenti, secondo molti degli esperti, sono strutturalmente carenti. Se il Vesuvio dovesse eruttare, le autorità non sarebbero nemmeno in grado di evacuare l’area a rischio: secondo alcune stime ci sarebbe il panico tra la popolazione e si creerebbero code interminabili (alcune stime parlano di un ingorgo lungo 800 chilometri).

Parole, studi, monitoraggi, conferenze e dibattiti (l’ultimo organizzato con l partecipazione dell’Ordine dei Geologi è previsto, a settembre prossimo, presso un centro commerciale dal nome “renziano”: Centro Commerciale Vulcano Buono) in cui si discute, si mostrano immagini (ormai monitoraggi vengono fatti con i droni…), giochi per bambini (potranno essere geologi per un giorno….), ma niente che permetta in caso di eruzione di ridurre i danni alla popolazione.

C.Alessandro Mauceri

 

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DALLA CINA NON ESCONO LE NOTIZIE SUL DISASTRO (LE MERCI PERO’ SI)

CHINA

Ormai non esistono più frontiere che non possano essere valicate dai prodotti cinesi che hanno invaso la vita di tutti. Ma se i prodotti realizzati in Cina viaggiano veloci, non altrettanto può dirsi per le informazioni.

Dopo l’esplosione l’esplosione di un magazzino, a Tianjin in Cina, che ha causato 114 morti (ma mancano all’appello ancora un centinaio di persone tra cui 85 pompieri), circa 700 feriti e l’evacuazione di buona parte della popolazione della città, restano ancora forti dubbi su cosa sia realmente avvenuto.

Le notizie ufficiali hanno parlato di un “incidente” in uno stabilimento dove si adoperavano sostanze contenenti cianuro. Secondo la versione ufficiale, il deposito conteneva 700 tonnellate di cianuro di sodio (70 volte di più di quello che avrebbe dovuto contenere), una sostanza altamente tossica.
Anche l’esplosione è stata anomala e di intensità tale da essere stata rilevata dall’istituto sismologico cinese che ha valutato la potenza della seconda esplosione, la più forte, equiparandola alla detonazione di 21 tonnellate di tritolo.
E, nel frattempo, piccole esplosioni continuano ad essere segnalate nella zona del disastro e la vista dall’alto mostra un cratere di dimensioni spaventose (che a molti ha ricordato quelli lasciati dopo l’esplosione di ordigni nucleari).
Nei giorni scorsi, l’Onu ha criticato aspramente gli organi di governo cinesi. Baskut Tuncak, esperto delle Nazioni Unite su diritti umani e materiali infiammabili, ha criticato la scarsa trasparenza con cui sono stati diffusi i dati riguardanti gli effetti della contaminazione sull’ambiente, così come la mancanza di informazioni e gli atti di restrizione della libertà di stampa e censura in seguito al disastro. Una forma di omertà che è emersa anche durante la conferenza stampa in cui le autorità locali avrebbero dovuto rispondere alle domande. Domande troppo incalzanti da parte dei giornalisti, al punto che l’emittente televisiva CCTV ha deciso di sospendere il collegamento. La stessa cosa è avvenuta sulla piattaforma Weibo dove sarebbero stati censurati diversi commenti.
Le autorità hanno arrestato Yu Xuewei, presidente della Ruihai International Logistics, la compagnia che gestiva il deposito, e il suo vice Dong Shexuan.
A conferma del fatto che la vicenda ha pesanti implicazioni politiche le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Tianjin, Huang Xingguo, che si è addossato la responsabilità dei fatti accaduti. Una decisione che confermerebbe responsabilità legate a concessioni illegali fornite all’azienda proprietaria del deposito.
Ma nelle ultime ore ad essere accusate sono state anche le autorità cinesi ree di non aver diffuso dati reali sulla reale contaminazione ambientale: nel fiume Haihe, vicino alla città, si è verificata una inspiegabile moria di migliaia di pesci, con tutta probabilità avvelenati dalle sostanze rilasciate dall’esplosione della scorsa settimana. I tecnici hanno rilevato all’interno dell’area livelli di cianuro 356 volte sopra la soglia di sicurezza.
Inspiegabilmente, però, fonti ufficiali hanno continuato a dichiarare che, fuori dalla zona, non c’è contaminazione.
C.Alessandro Mauceri
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E’ IN GIOCO LA VITA DEI MARO’….

 

foto: kikapress
foto: kikapress

Ormai la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò italiani accusati in India di aver ucciso due pescatori durante un’azione antipirateria al largo della costa del Kerala, ha raggiunto, per i governi che in questi anni si sono succeduti e per tutti gli italiani, livelli di ridicolo che vanno oltre l’immaginabile.

La storia è diventata addirittura un videogame “Marò Slug-The Game”, che vede come protagonisti proprio i due militari italiani. La presentazione è “I due marò sono appena evasi. Riuscirai a farli tornare in Italia?”. Scopo del gioco, infatti, sarebbe quello di fare rientrare in patria i marò, appena evasi, ai quali sono stati assegnati nomi diversi (ma con poca fantasia: Girone è stato chiamato Big Round e Latorre The Tower (ovvero le traduzioni in lingua inglese dei cognomi originali).

Nessuno del governo ha commentato la novità. Unico a farlo è stato il delegato della Marina militare Vito Alò che ha sottolineato che “il mestiere del fuciliere di Marina non è un gioco” e che “questa vicenda è stata fin troppo strumentalizzata, non darei risalto alla notizia per una storia che vede coinvolte le vite di due intere famiglie e l’intero Paese”.

C.Alessandro Mauceri

 

Ictus: un nuovo caso ogni tre minuti (ma nessuno ne parla)

ictus-ischemico-emorragico

Ci sono malattie che causano ogni anno centinaia di migliaia di morti ma che non ricevono la dovuta attenzione.
Una di queste è l’ictus cerebrale che oggi è la prima causa di disabilità e la seconda causa di morte e di demenza nel mondo. Questa malattia colpisce circa 200000 persone ogni anno, una ogni 3 minuti. Senza contare che, a volte, gli effetti lasciati dalla malattia su chi ne è stato colpito sono pesanti e comportano un costo enorme per il servizio sanitario nazionale: 3,7 miliardi di euro,solo a livello nazionale e circa 27 miliardi a livello comunitario.
Eppure molte di queste morti,di questi disagi (e di questi costi) potrebbero essere evitati con una corretta diagnosi. A dirlo sono i risultati del Progetto Eis (European Implementation Score) che ha analizzato questa patologia in 10 Paesi: Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Lituania, Polonia, Scozia, Spagna e Svezia. Secondo i ricercatori “fino al 40% dei pazienti non riceve cure adeguate ai più recenti standard scientifici, con un sostanziale sottoutilizzo degli interventi potenzialmente disponibili”, ha detto Di Carlo. Ma non basta esiste anche una sostanziale differenza tra i vari paesi europei sotto il profilo dell’efficienza: “I Paesi con miglior qualità complessiva dell’assistenza sono caratterizzati dalla presenza di stroke unit (unità specificamente dedicate all’assistenza del paziente con ictus), audit a livello nazionale e indicatori di performance e benchmarking delle strutture”.
Per una volta, l’Italia non è ultima in una classifica internazionale: ha ottenuto risultati accettabili “in 5 degli 11 indicatori analizzati (politiche nazionali, strategie educative, attività degli opinion leader, interventi complessi, organizzazioni di pazienti), contro gli 8 della Svezia, i 10 di Inghilterra e Scozia”. Come spesso capita (e come accadrà sempre più spesso dopo i tagli alla sanità voluti dal governo Renzi) le carenze per il Bel Paese vengono dalle risorse economiche a disposizione.
Come al solito, pesante il divario tra nord e sud dell’Italia: “si sottolinea il diverso livello di implementazione tra regioni del Nord, del Centro e del Sud. In queste ultime si evidenzia l`insufficienza di atti normativi, materiali e campagne informative, audit e protocolli tra fase acuta, medicina generale e servizi riabilitativi”.
C.Alessandro Mauceri

Un’idea ….culturale

libri autobus

Encomiabile iniziativa promossa da Emil Boc sindaco di una cittadina nel nordovest della Romania: il primo cittadino del comune di Cluj-Napoca ha accolto la proposta avanzata da Victor Miron, un appassionato lettore che, per incoraggiare l’amore per la lettura tra i suoi concittadini, ha suggerito di non far pagare il biglietto sui mezzi sui mezzi di trasporto pubblico alle persone che avrebbero utilizzato il tempo del tragitto per leggere. Per questo a giugno, per una settimana, i cittadini che leggevano un libro durante il tragitto in autobus non dovevano pagare il biglietto.
Una differenza notevole rispetto a ciò che avviene in Italia dove, vista l’incapacità di far rispettare l’obbligo del pagamento del biglietto, il ministro Del Rio, nella riforma del trasporto pubblico locale del Consiglio dei ministri, ha previsto, tra l’altro, l’utilizzo di guardie giurate e vigilantes (anche di società private) al posto dei controllori. Ma non basta: la norma prevede che «il ministero dell’Interno metta a disposizione agenti ed ufficiali con qualifica di Polizia giudiziaria a supporto degli agenti accertatori» a carico dell’ente richiedente e che i dati dei trasgressori e gli importi evasi vengano trasmessi all’Agenzia delle Entrate per le dovute sanzioni…..

E poi c’è chi si ostina a dire che si è tutti europei…..

C.Alessandro Mauceri

foto Shutterschock

Nascondino: una nuova disciplina olimpica?

nascondino

Alzi la mano chi, da bambino, non ha giocato almeno la volta a nascondino. Nel XVII secolo si giocava tra i nobili ed era una forma consentita di corteggiamento tra giovani aristocratici nelle corti di Italia, Francia e Spagna ma certo oggi ha perso quel significato.
Ora questo gioco diffuso in tutto il mondo sta cambiando tra pochi giorni, a Bergamo si svolgeranno i campionati mondiali di nascondino. A confrontarsi saranno 45 squadre di 5 giocatori ciascuna. ”Servono corsa, equilibrio e la capacità di restare immobili per minuti, è assolutamente uno sport che richiede intuito e collaborazione” ha affermato Yasuo Hazaki professore alla Nippon Sport Science University. Le gare si svolgeranno rigorosamente all’aperto: ad alberi, cespugli e prati si aggiungono nascondigli artificiali opportunamente posizionati dagli organizzatori. Al termine della competizione verrà scelta la squadra vincitrice che si aggiudicherà l’ambito premio: la Foglia di Fico d’Oro 2015 (simbolo storico del nascondere).
E c’è chi già parla di un possibile inserimento della disciplina tra gli sport delle olimpiadi in Giappone nel 2020. ”Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono ancora una possibilità aperta. L’interesse da parte della commissione olimpica c’è”, ha detto il professor Hazaki “e l’organizzazione italiana sta lavorando per rendere concreta questa possibilità”.
C.Alessandro Mauceri

foto: palermomania

I dati del governo hanno le gambe corte…..

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Il Viminale ha appena reso noto (con il solito orgoglio) il dato relativo ai crimini commessi nell’ultimo anno: in base ai “numeri” forniti, nell’ultimo anno i reati sono in calo del 9,3%. Il dato è stato diffuso dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che ha presentato i dati relativi all’ultimo anno di attività delle forze dell’ordine nella tradizionale conferenza stampa di Ferragosto al Viminale. “L’Italia è un posto sicuro nel quale vivere”, ha detto Alfano.
Come ormai consuetudine, però, quella diffusa è solo una mezza verità: il ministro abbia dimenticato di dire che questo risultato è stato raggiunto anche grazie al fatto che molti reati sono stati depenalizzati.
Reati una volta considerato (se non giuridicamente, almeno moralmente) come la detenzione di materiale pedopornografico, la diffamazione, la frode informatica l’appropriazione indebita, il furto “semplice”, l’aver causato lesioni colpose, la truffa, la turbata libertà degli incanti, la violazione di domicilio, la violenza privata, l’istigazione a delinquere, e molti altri dallo scorso anno non sono più, di fatto, reato. Da aprile dello scorso anno, i giudici, possono archiviare un’ipotesi di reato valutando la “tenuità del fatto”.
A confermare il fatto che i “reati” non sono diminuiti, anzi stanno aumentando, è l’Unione europea che nel database ufficiale dell’Eurostat (reso noto nella prima metà dell’anno) ha posto il Bel Paese al terzo posto assoluto per crimini e reati (dopo Germania e Regno Unito e prima di Spagna e Turchia).
Solo gli omicidi sono quasi costanti. In compenso violenze, rapine e furti sono in aumento. Anzi, proprio per questi ultimi, l’Italia vanta il primato assoluto in Europa…
Per non parlare del giro d’affari che ruota intorno al crimine (e, questo, il governo dovrebbe conoscerlo bene, dato che alcuni reati sono stati addirittura inseriti nel calcolo del Pil). Un impero il cui fatturato annuo; secondo gli ultimi dati (quello di Ocportfolio), supera abbondantemente i dieci miliardi di euro.
C.Alessandro Mauceri

Italia…un paese culturalmente straniero

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Nei giorni scorsi, sui giornali, sono uscite due notizie diverse e, ma solo a prima vista, senza alcun collegamento tra loro.

In Grecia, il premier Alexis Tsipras (e al suo rifiuto di adottare misure più radicali come quelle proposte dall’ex ministro dell’Economia Varoufakis, costretto alle dimissioni), ha aumentato il carico fiscale (che ha superato, e non di poco, i livelli che aveva prima delle ultime elezioni politiche), e ha accelerato il processo di “svendita” della Grecia.
Come nel caso della concessione dei diritti di gestione di 14 aeroporti greci alla società tedesca Fraport. Una svendita a prezzo d’occasione, solo 1,2 miliardi di euro, che permetterà alla società tedesca di controllare gli aeroporti per 40 anni. Ciò consentirà alla Germania di pesare sull’intera economia della Grecia: in un paese che (distrutte e già svendute le migliori imprese) cerca di sopravvivere grazie all’agricoltura e al turismo, una simile decisione avrà un peso enorme. Non a caso gli aeroporti acquistati sono stati quelli più “turistici”: quelli di Salonicco, Corfù, Chania (Creta), Cefalonia, Zante, Aktion, Kavala, Rodi, Kos, Samos, Mytilini, Mykonos, Santorini e Skiathos. E giusto per ricordare ai greci chi comanda l’economia e le finanze elleniche (e non solo quelle), le banche, nei giorni scorsi, hanno pensato doveroso fare quello che sta diventando abitudine: chiudere gli sportelli e i bancomat per alcuni giorni.

Per comprendere gli effetti che la vendita degli aeroporti potrebbe avere sul turismo ellenico, basti pensare agli effetti che ha avuto, in Italia, la vendita di Alitalia (spaccata in Lai e Cai), ad un gruppo straniero: il traffico di turisti (o meglio, di “certi” turisti, quelli con i soldi) nel Bel Paese è diminuito. Negli aeroporti di altri paesi, invece, è aumentato considerevolmente. Stessa cosa per la scalata da parte di azionisti stranieri ad aziende strategiche come Eni e Terna. Le aziende italiane e quelle che hanno dichiarato di volerne assumere il controllo, fino a non molto tempo fa sono state dirette concorrenti in gare d’appalto miliardarie in tutto il mondo: cosa succederà ora, è facile prevederlo.

Sempre in Italia, da qualche giorno, si parla di un’altra decisione “importante”: quella di nominare“direttore” di alcuni grandi musei italiani soggetti con passaporto straniero. Dei venti direttori nominati dal ministero dei Beni culturali, ben sette (più di un terzo) sono stranieri. Tre sono tedeschi (anche qui, come nel caso della Grecia, alla Germania è toccata la fetta più cospicua della torta), due sono austriaci, uno è inglese e uno francese. Ad esempio, agli Uffizi è stato nominato il tedesco Eike Schmidt. E al britannico James Bradburn, nato in Canada, è stata assegnata la gestione della Pinacoteca di Brera a Milano.
Immediate le polemiche e le proteste sia da parte di gruppi politici che da parte di esperti. A cominciare da Sgarbi che ha detto: “Franceschini umilia italiani”. Per una volta non si può non essere d’accordo con il contestato critico d’arte: davvero su tutto il territorio nazionale non è stato possibile trovare persone altrettanto qualificate e preparate per ricoprire questi incarichi?
Senza contare che questa scelta riguardano la direzione di siti fondamentali non solo per la cultura, ma anche per l’economia del paese. Immediata la giustificazione del selezionatore, Paolo Baratta, economista, attualmente Presidente della Biennale di Venezia: “Non ho ricevuto neanche una raccomandazione, durante la selezione mi è arrivata una, ripeto una sola telefonata sulla materia, ma era ‘neutrale’, di curiosità più che di interessamento”, ha tenuto a specificare.
Nessuno ha accusato il governo di avere ricevuto “raccomandazioni”, ma, di sicuro, di aver adottato criteri di selezione forse discutibili. Come ha tenuto a far notare Sgarbi: “Franceschini ha mortificato il suo esercito di bravissimi italiani, e si è contraddetto più volte”. “Un momento esaltatorio del pressapochismo italiano”, ha dichiarato ad Huffpost Philippe Daverio.

Pesanti anche le critiche di diversi partiti. A cominciare dal M5S: “Il sistema italiano di gestione dei beni culturali deve incentivare la crescita professionale dei talenti che abbiamo nel nostro paese. Oggi assistiamo al triste spettacolo di un ministro della Cultura che affida l’incarico di direttore di alcuni dei musei più importanti d’Italia a professionisti non italiani”, hanno affermato le senatrici del M5S in commissione Cultura. “Possibile che il ritardo dell’Italia di cui parla Franceschini possa essere colmato solo facendosi colonizzare e affidando le nostre immense risorse artistiche nelle mani di professionisti esteri?”.
A proposito di spettacolo, i nuovi direttori senza passaporto italiano non hanno perso tempo per avanzare proposte discutibili. In un’intervista al Corriere della Sera, il nuovo direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ha già proposto di “affittare a privati alcune sale del museo o concederle per eventi agli sponsor che finanziano un restauro”. Immediata (e più che giustificata) la reazione alla sua affermazione. Tanto che lo stesso neo direttore (che ha così dato prova della propria professionalità) ha cercato di fare un passo indietro o di limitare i danni: “Serviranno dei criteri: non darei mai ai privati spazi come la sala della Tribuna”.

Sorge spontaneo qualche dubbio anche sulla nazionalità dei nuovi direttori: come mai l’incarico di gestire i musei italiani è stato conferito a persone provenienti da Germania, Gran Bretagna, Austria e Francia? Come mai non ci sono esperti greci o spagnoli? E, ancora: come mai, se la selezione è avvenuta a livello internazionale, non ci sono esperti extraeuropei? Ma non basta. Come mai nessun italiano è stato incaricato di gestire un museo a Berlino o a Londra? Possibile che, per il selezionatore nessun italiano sia così preparato? Italiani come Claudia Ferrazzi, numero tre del Louvre o Paola Antonelli, direttore della Ricerca e Sviluppo del Museum of Modern Art di New York o Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery di Londra e altri…
“Venti europei, nessuno straniero”, ha detto cercato di giustificarsi il ministro Franceschini. Che, però, non ha saputo spiegare come mai gli stranieri, in Italia, sono “europei” quando, invece, gli italiani, in Europa, sono “stranieri”.

La risposta a tutte queste domande, forse, è un’altra. In Italia, sta avvenendo la stessa cosa che sta accadendo in Grecia: è in corso una vera e propria “colonizzazione silenziosa” da parte di imprenditori, gruppi finanziari e paesi stranieri che, in un modo o nell’altro, avranno titolo per imporre le proprie scelte sempre di più, nel prossimo futuro. Dopo la vendita dei “gioielli di famiglia” (le aziende migliori) iniziata durante il governo Monti, nei mesi scorsi, è iniziata la scalata da parte di investitori cinesi (che hanno già fatto capire che è loro intenzione assumerne il controllo) ad alcune imprese italiane del settore energetico, importantissime sia dal punto di vista economico che dal punto di vista strategico.

Ora, quella che di fatto è una vera e propria svendita dell’Italia, è continuata con la cessione del controllo di enti fondamentali (dal punto di vista culturale, ma anche economico e sociale) come i musei. E senza che nessuno del governo abbia avuto niente da dire.

Una delle maggiori ricchezze del paese, i beni storici e archeologici che, lungi dall’essere valorizzati, viene sistematicamente sottratto e saccheggiato. In un’inchiesta dell’Fbi di qualche anno fa, in Svizzera, furono scoperti diversi magazzini pieni di migliaia e migliaia di reperti archeologici e storici provenienti dall’Italia. Opere di valore inestimabile: vasi, crateri di epoca greco-romana (V e VI sececolo avanti Cristo); monete bizantine, greche e romane; vari elementi metallici (fibule-punte di freccia) e perfino una rarissima moneta antica, un tetradracma del maestro incisore Eukleidas (risalente al periodo tra il 413 ed il 399 avanti Cristo). Tutte oggetto di furti o inspiegabilmente scomparse dai siti archeologici. E portate all’estero per essere messe in vendita al miglior offerente.

E, come è avvenuto spesso nella storia, è risultato che la regione maggiormente razziata dai ladri di opere archeologiche (e con il più alto tasso di scavi clandestini accertati) è stata la Sicilia (che, casualmente, è anche quella dove il restauro dei capolavori del passato avviene maggiormente a rilento)…..

C.Alessandro Mauceri

Non è vero che i giovani italiani sono “BAMBOCCIONI”

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C’era una volta un ministro che si chiamava Fornero, uno dei “tecnici” chiamati a salvare l’Italia (peccato che anche a causa di un “errore” sia stata causata una voragine di svariati miliardi nelle casse dello stato). La stessa che, nel corso di una conferenza, scoppiò in lacrime, commuovendo tutti i giornalisti (che non fecero più molta attenzione a quello che stava dicendo). La stessa che, nel novembre 2012, disse dei giovani che «non bisogna mai essere troppo “choosy” (schizzinosi, ndr), meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale».

A distanza di tre anni (e tre governi, più o meno tecnici, ma, di sicuro, non eletti dagli italiani), nessuno ha pensato di valutare quali siano stati i risultati delle misure introdotte dal governo tecnico di cui lei faceva parte (e dai successivi).

Ebbene, dal 2012, proprio il periodo del governo Monti, ad oggi, la disoccupazione giovanile è raddoppiata. Fino al 2009, nonostante la crisi ormai manifesta e le condizioni economiche certo non rosee del Bel Paese, la percentuale di disoccupati di età tra i 15 e i 26 anni (dati Istat) si aggirava intorno al 25 per cento. Nel 2014, (udite, udite) ha superato il 42 per cento.
Ma ciò che più dovrebbe fare riflettere è la valutazione tecnica fatta dal ministro del governo tecnico. I giovani italiani non sono affatto dei “bamboccioni”, come sono stati classificati forse frettolosamente e certamente ingiustamente: dai dati emersi nell’ultimo sondaggio di Openjobmetis, è risultato che la maggior parte (58 per cento) dei giovani neo-diplomati (18-19 anni) è pronto a entrare nel mondo del lavoro. Più della metà degli intervistati ha deciso di non proseguire il proprio percorso di studi, ma di iniziare a lavorare. Un dato in linea con quanto è emerso da un rapporto del Miur che conferma un netto calo dei giovani che aspirano ad un titolo di studio superiore, la laurea.
La verità è che la gran parte dei giovani italiani ha la testa sulle spalle ed è davvero alla ricerca del primo impiego per aiutare la propria famiglia. Il fatto è, come ha confermato l’antropologo Marc Augè, che “viviamo in una società che preferisce spingere i vecchi a restare giovani per sempre, piuttosto che dare la possibilità ai giovani di diventare adulti”. Secondo lo studioso francese, “per diventare adulti e indipendenti, i giovani avrebbero bisogno innanzitutto di un lavoro, che però è sempre più raro, aleatorio e provvisorio”.
Contrariamente a quello che pensano certi “tecnici”, i giovani a causa della crisi, “rinunciano ai sogni per accettare quello che trovano: lavori precari, poco qualificati e sottopagati. La vocazione è un lusso cui non hanno diritto. Più che un lavoro attraverso cui realizzarsi, cercano un impiego che permetta di sopravvivere. C’è chi cerca ancora di seguire le sue aspirazioni, ma è sempre più raro chi ci riesce”.

Il problema è che molti dei giovani che non hanno i giusti aiuti, le giuste spinte, sanno che non hanno prospettive. Non è vero che i giovani non vogliono lavorare. Sono gli anni di cattiva gestione della cosa comune che hanno spento le loro speranze. I giovani ormai vedono il lavoro non come una aspirazione e una realizzazione, ma come disuguaglianza e ingiustizia: da un lato vedono dirigenti poco preparati che “guadagnano tantissimo anche quando fanno male il loro lavoro” (lo dimostrano anche gli scarsi risultati ottenuti a livello nazionale dalle misure adottate dagli ultimi governi “tecnici”); dall’altro, anche i giovani più preparati non vedono apprezzato il proprio valore e spesso sono costretti ad accettare incarichi poco soddisfacenti o scarsamente remunerati pur di poter essere indipendenti. “Non contano merito e talento, ma la fortuna. Per i giovani il lavoro ha perso valore”, ha detto Augè.

La prova che questa è la situazione è data da un evento che potrebbe sembrare pirandelliano. Nei giorni scorsi, sono stati migliaia ad iscriversi al ‘Corso per diventare posteggiatore abusivo’ creato su Facebook, a Catania: una provocazione (si spera), ma al tempo stesso la conferma (per chi ancora non lo avesse capito) che non è vero che i giovani sono dei bamboccioni. Sono molti i giovani esasperati dalla mancanza di opportunità di lavoro di qualunque tipo e che sarebbero disposti a fare di tutto pur di avere un minimo di autonomia e di indipendenza e di non essere mantenuti dalla famiglia.

Ma tutto questo, molti tecnici al governo, forse, non lo sanno.

C.Alessandro Mauceri

Una soluzione semplice …come bere un bicchier d’acqua

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Uno dei maggiori problemi di molti paesi, oggi, non è tanto la possibilità di accedere a risorse idriche, quanto piuttosto il fatto che l’acqua disponibile non è potabile. Spesso è inquinata o è infetta da batteri che la rendono non idonea per un uso umano. E, quando alcuni non disponendo di altre risorse idriche, la bevono, spesso l’acqua trasmette malattie e infezioni.
Per evitare tutto ciò, basterebbe informare la gente dei rischi a cui vanno incontro, dire loro quali sono le cautele da adottare e purificare l’acqua a disposizione. E soprattutto fare il tutto con un costo sostenibile dalla ridotte disponibilità economiche di questa gente. Una soluzione geniale a questo problema è stata proposta dalla dottoressa Teri Dankovich, ricercatrice della Carnegie Mellon University di Pittsburgh. La sua soluzione consiste in un libro nel quale su ciascuna delle pagine sono contenute indicazioni su quali cautele adottare. Ma non basta le pagine sono fatte di carta che contiene nanoparticelle di argento o rame in grado di uccidere i batteri dell’acqua e renderla potabile. In pratica basta che dopo aver letto la pagina la persona la stacchi e la usi come filtro. Gli esperimenti condotti su campioni prelevati da siti in cui l’acqua era contaminata, prelevati in Sudafrica, Ghana e Bangladesh, hanno avuto successo: oltre il 99% dei batteri sono stati eliminati.
Il libro, ha detto la Dankovich “è pensato per le comunità nei Paesi in via di sviluppo, considerando che ci sono 663 milioni di persone in tutto il mondo che non hanno accesso ad acqua pulita, potabile”. Basta ” strappare un foglio di carta del libro, metterlo in un contenitore a mo’ di filtro e versarvi sopra l’acqua. Così il liquido fuoriesce depurato, senza batteri”. Un libro è sufficiente a depurare l’ acqua di cui una persona ha bisogno per circa 4 anni.
Davvero una soluzione geniale.
C.Alessandro Mauceri