In Libia (forse) si stava meglio quando si stava peggio….

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Ormai le guerre (chiamarle “missioni di pace” o “interventi di polizia internazionale” non cambia la sostanza) sono diventate una consuetudine. Nessuno si sorprende quando al telegiornale sente dell’ennesimo bombardamento di un drone statunitense. Neanche quando gli effetti collaterali di queste missioni di pace sono stati la morte di migliaia di civili. E neanche quando una marea inarrestabile di migranti e profughi (conseguenza diretta di queste guerre) approda sulle coste del Bel Paese senza che missioni nel Mediterraneo né i muri, che ormai sorgono in tutti i paesi di confine come se fossero funghi, riescono a contenere.

Ma, soprattutto, nessuno si è preso la briga di domandarsi se effettivamente queste missioni di pace hanno portato la pace. Se aver rimosso a forza i dittatori e i monarchi che governavano questi paesi indipendenti e averli sostituiti con soggetti scelti a seguito di pressioni internazionali, ha effettivamente reso questi paesi più democratici e ha migliorato la qualità della vita.
Esemplare in questo senso è il caso della Libia. Il dittatore Gheddafi, amato e benvoluto anche dai leader europei (chi non ricorda il famoso baciamano di Berlusconi) fino a non molti anni fa, è stato rimosso e giustiziato.
Nessuno si è preso la briga di vedere qual è la situazione in Libia dopo anni di missioni di pace per portare la “democrazia” nel paese.
Fino a non molti anni fa, la Libia era il primo paese africano per indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), lo standard con cui le Nazioni Unite valutano le condizioni di vita di una nazione. Oggi, dopo anni di guerra imposte da paesi esterni che forse miravano solo alle risorse energetiche del paese, la Libia è praticamente uno stato fallito.
In Libia ci sono due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, la guerra civile continua a mietere migliaia di vittime e il paese è diventato sede del nuovo Stato islamico senza che non si sia riusciti se non ad arrestare almeno a ridurre il flusso di migranti che salpano dalle coste libiche diretti in Italia. in tutto il paese si vive in una situazione di degrado totale. Confermata dal fatto che le ambasciate di quasi tutti i paesi sono e restano chiuse.
Ad ottobre del 2011, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”. Due anni dopo, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani diceva che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” e Amnesty International riportava che i reclusi “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.
A cosa è servita la missione di pace? È questa la democrazia che i paesi occidentali hanno portato in Libia? Casi di disumanità che nessuno ha riportato nei tg o sui giornali, dove invece sono stati citate le torture subite dal figlio del dittatore rimosso Saadi Gheddafi. Del resto come si potrebbe avere notizia di ciò che avviene in Libia? Solo nel 2014 sono stati più di novanta i giornalisti attaccati, arrestati, assassinati o picchiati.
Il vero risultato della missione di pace in Libia è che il paese oggi versa in uno stato di totale anarchia, 400mila libici hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni e molti hanno lasciato il paese reso invivibile dai bombardamenti che non sono mai cessati, nonostante la guerra sia stata dichiarata finita (e vinta) dagli occidentali. Grazie agli interventi delle organizzazioni internazionali, il paese è praticamente in ginocchio. Politicamente, economicamente e socialmente.
Alan J. Kuperman, professore dell’Università del of Texas, ha fatto notare che prima della missione di pace la guerra civile (che stava per concludersi) aveva causato circa mille vittime. Grazie alla missione di pace dell’Onu questo numero è più che decuplicato (e il conflitto non è ancora concluso). Ma la cosa forse più grave è che dopo tutti questi morti, dopo aver raso al suolo un paese che era culla della civiltà mediterranea, oggi il futuro della Libia è più che mai incerto. Con l’uccisione del “dittatore” Gheddafi è stata rimossa l’unica speranza di un ordine in un paese dove (come avviene in Iraq, in Siria, in Afganistan e in molti altri paesi mediorientali) le diverse popolazioni, fazioni, etnie e religioni non sono in grado di trovare un compromesso.
E la decisione di imporre la democrazia non sembra, almeno stando ai numeri, aver mantenuto le promesse fatte. Numeri di cui, naturalmente, nessuno parla.

C.Alessandro Mauceri

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