Il governo ha trovato un nuovo sistema per combattere l’evazione: abolire l’IMU

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Ormai certi mezzucci adottati dal governo per far apparire le cose diverse da quelle che sono realmente non sorprendono più nessuno.

Nelle scorse settimane, il presidente del consiglio Matteo Renzi ha fatto una dichiarazione che è finita sulle prime pagine di tutti i giornali (e che gli ha permesso di migliorare lo share fino ad allora in netto calo): a dicembre il governo avrebbe abolito l’Imu e altre tasse sugli immobili.
Poi si è venuto a sapere che, in realtà, la promessa del nuovo che avanza era solo un trucco vecchia scuola: in realtà, già da aprile 2015, il governo aveva previsto di “cambiare” queste tasse e imposte con una nuova tassa, la local tax e proprio a partire da dicembre (proprio il giorno dopo la data di scadenza per il pagamento della seconda rata della Tasi abolita dal governo).

Nei giorni scorsi, si è andati oltre. Fino ad ora, il governo aveva detto cosa voleva fare, ma non aeva detto come e, soprattutto, perché: adesso, anche questo mistero è stato svelato.
Proprio ieri, il ministero dell’Economia ha pubblicato la nota di aggiornamento al Def. Ebbene da questo documento si evince (e lo ha confermato anche il ministro Padoan) che le entrate relative all’Imu sarebbero inferiori di 5,5 miliardi di euro rispetto a quanto si aspettava il governo. Il tex gap (come lo hanno definito per non perdere la buona abitudine di usare tecnicismi) sulla tassa della prima casa sarebbe pari al 28,1% dell’imposta totale teorica.

Entrate mancate che casualmente quasi coincidono con la somma che il premier Matteo Renzi aveva preannunciato quando aveva promesso l’abolizione l’Imu. In pratica, non si tratterebbe di sconti, ma di riconoscere l’incapacità del governo di far pagare le tasse ai cittadini o all’impossibilità di questi ultimi di continuare a pagare tasse che negli ultimi anni sono continuamente aumentate (l’Imu teorica, calcolata escludendo terreni, aree fabbricabili e fabbricati rurali, è aumentata del 31,2 per cento rispetto al 2012).

Una situazione, peraltro, che dimostra una volta di più, che nascondere certi numeri e fare promesse che non saranno mantenute, non serve a molto, ma anche che esiste una enorme differenza tra le varie regioni del paese.
Mentre al nord la differenza tra le entrate previste e quelle calcolate si aggira intorno a 13 per cento (12,7 per cento in Valle d’Aosta), al sud la situazione è ben più tragica: in Calabria, ad esempio, la differenza tra il gettito calcolato e quello reale è intorno al 40 per cento. In altre parole in questa regione per quasi un immobile su due non è stata pagata l’Imu.

Considerando che l’Imu è la tassa su cui tutti gli ultimi governi (da Monti in poi) avevano basato la propria politica fiscale per attingere da beni noti e di cui non si poteva negare l’esistenza (diversamente dai profitti aziendali, da altri tipi di rendite e dai redditi professionali), una simile differenza è preoccupante.
E, invece, per il governo, il fatto che dalle casse dello stato manchino circa un terzo delle somme previste non sarebbe dovuto a “comportamenti intenzionalmente evasivi”, ma a “forme fisiologiche di bassa propensione all’adempimento dei contribuenti”. In altre parole, il fatto che dalle casse dello stato mancherebbero ben 5,5 miliardi di euro deriverebbe, secondo gli esperti che gestiscono la cosa comune a Roma, da errori nell’interpretazione delle norme o da dimenticanze o da una semplice mancanza di liquidità.

Ma la cosa più preoccupante è che, come ha ammesso il ministero, queste “entrate mancate” potrebbero essere molte di più di quelle teoriche che sono state calcolate facendo riferimento all’aliquota standard. Se per il calcolo si tenesse conto dell’aliquota reale deliberata dai comuni molto probabilmente “il tax gap illustrato rappresenta, presumibilmente, una sottostima dell’evasione fiscale”.

Non si tratta di un buco nei conti dello stato, quindi, ma di una vera e propria voragine (dovuta, secondo il ministero, a semplice distrazione e in buona fede….).
Una voragine che il governo forse sta cercando di nascondere, cambiando nome alla tassa sugli immobili e rimescolando le carte….

C.Alessandro Mauceri

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Arrestati a Londra agricoltori in “erba”….

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Dopo quello della Germania (e dei tedeschi) sempre ligi a leggi e regolamenti, un altro mito rischia di andare in frantumi: quello degli inglesi come popolo flemmatico e, anche loro, fedeli a leggi e divieti.
Nei giorni scorsi la polizia ha scoperto una piantagione di marijuana in un quartiere di Londra, Kingston upon Thames.

La cosa più sorprendente è che si trattava di una zona destinata a verde pubblico (come ha riferito The Guardian). Le autorità sarebbero state avvertite della presenza di alcune piante di cannabis nella zona, ma dai sopralluoghi effettuati è emerso che nell’area si trovava una vera e propria coltivazione intensiva di piante di cannabis (oltre 150).
Ma non basta. Alcune di queste piante avevano raggiunto dimensioni (oltre 1,5 metri d’altezza) da richiedere un camuffamento per non essere notate: per questo motivo gli arguti agricoltori “in erba” avevano deciso di camuffare le piante da alberi di pino…..

C.Alessandro Mauceri

E poi c’è chi pensa che l’Italia conti ancora qualcosa…..

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Pochi giorni fa si è avuta l’ennesima conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) della considerazione in cui è tenuta l’Italia all’interno dell’Unione Europea.

A Parigi si è svolto un incontro informale (ma non per questo meno importante, anzi) tra alcuni paesi per discutere di due dei problemi di politica internazionale che sono maggiormente importanti in questo momento: la Siria e la Libia. All’ordine del giorno il problema del nucleare iraniano l’esodo dei profughi siriani (non i migranti che sbarcano ormai a centinaia ogni giorno in Italia, quelli sono un problema ben diverso e che all’Europa pare non interessare) e la guerra in Libia. Ma anche il resoconto della missine di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo appena tornato dal suo viaggio per constatare la situazione nei campi di accoglienza di Libano, Giordania e Turchia dove ci sono “10-12 milioni di potenziali rifugiati che potrebbero diventare potenziali migranti”.

A partecipare all’incontro sono stati invitati il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier, e quello britannico Philip Hammond. Alla riunione in rappresentanza non dell’Italia, ma della Commissione è stata invitata a partecipare anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Una scelta, quella di escludere l’Italia dai colloqui, grave e che in altri momenti e con altri capi di governo probabilmente avrebbe avuto ripercussioni pesanti. Invece, pare che nessuno abbia detto niente.

C.Alessandro Mauceri

 

UE. La Commissione apre le porte all’olio tunisino, nonostante danneggi la produzione europea

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Quanto abbia a cuore il proprio paese, il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini, lo ha dimostrato nei giorni scorsi, quando ha dichiarato che la Commissione europea ha deciso di facilitare l’export di 35mila tonnellate di olio d’oliva extra dalla Tunisia. Olio che, inevitabilmente, farà concorrenza all’olio prodotto dai paesi comunitari. Primi fra tutti Italia, Grecia e Spagna. Tutti paesi che stanno trovando enormi difficoltà a uscire dal periodo di crisi che va avanti ormai da troppi anni e che certamente subiranno ulteriori danni, a seguito della decisione della Commissione europea di aiutare la Tunisia prima ancora che i paesi membri dell’Unione europea.
“Periodi eccezionali richiedono misure eccezionali – ha detto la Mogherini – e questo è un forte segnale della solidarietà dell’Ue nei confronti della Tunisia”.
Una decisione, hanno detto il commissario europeo all’agricoltura Phil Hogan e il commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, che “è il risultato dell’impegno Ue ad aiutare l’economia tunisina a seguito dei recenti terribili eventi e lo scopo è quello di creare più posti di lavoro a beneficio della popolazione tunisina”.
Una decisione che ora sarà sottoposta al vaglio dell’Europarlamento e del Consiglio Ue e che si aggiunge all’aiuto già concesso alla Tunisia proprio a proposito dell’importazione di olio d’oliva (e alla quale, stranamente, nessun deputato italiano al Parlamento europeo si è opposto): quella di esonerare dal pagamento di dazi ben 56.700 tonnellate di olio d’oliva tunisino. Un aiuto di cui la Mogherini e gli altri membri della Commissione europea, però, non hanno tenuto conto.
C.Alessandro Mauceri

L’Arabia Saudita è uno degli ultimi paesi nella graduatoria dei diritti civili e umani….ma l’Onu ha deciso di metterla a capo della Commissione sui diritti umani

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In Arabia Saudita le esecuzioni capitali sono ormai una prassi usuale. Spesso avvengono in pubblico (addirittura recentemente dopo l’esecuzione per decapitazione di cinque condannati a morte, le teste sono state appese ad un elicottero e portate in giro per la città per essere mostrate al pubblico). Solo pochi giorni fa, in Arabia Saudita, fa un ragazzo di 21 anni, Ali Mohammed al-Nimr, è stato condannato a morte per un reato commesso quando era ancora diciassettenne, è sarà decapitato e il suo corpo crocefisso ed esposto in pubblico (la notizia è stata diffusa dalla ong britannica Reprieve che si batte contro la pena di morte). E le esecuzioni stanno aumentando (Amnesty International e dall’agenzia di stampa AFP, parlano di un’esecuzione capitale ogni due giorni) al punto che, recentemente, le autorità hanno pubblicato un annuncio per assumere nuovi boia.
Anche i diritti delle donne nel Paese sono solo una chimera: ancora oggi, in questo paese, le donne non possono guidare l’automobile (la pena, in caso di violazione, sono dieci frustate), non possono aprire un conto corrente in banca, a loro è proibito lavorare nel settore petrolifero o anche solo avere un documento di riconoscimento (possono farlo solo se hanno il permesso di un uomo). Solo recentemente è stato concesso alle donne di votare e di candidarsi alle elezioni, ma con grosse limitazioni.
Per non parlare di molte scelte di politica internazionale alquanto discutibili: dalla decisione dell’Arabia Saudita di bombardare presunti terroristi al di fuori del proprio territorio (e senza alcuna autorizzazione dell’Onu), all’aver fatto del commercio di armi una delle principali attività economiche del paese (non a caso recentemente il paese e diventato il paese che effettua i maggiori scambi di armi al mondo).

Secondo l’associazione Freedom House, che ogni anno valuta la violazione o il rispetto dei diritti umani in quasi tutti i paesi del mondo, l’Arabia Saudita è “non libera” e i voti relativi ai diritti umani sono i peggiori possibili: in una scala da 1 a 7 (dove 1 è il migliore e 7 il peggiore) l’Arabia Saudita ha meritato 7 per le libertà civili, 7 per i diritti umani e ancora 7 per i diritti politici. Più chiaro di così….

Eppure stranamente, pochi giorni fa, Michael Møller, direttore generale della sede di Ginevra delle Nazioni unite ha comunicato la nomina di Faisal bin Hassan Trad a presidente del panel di cinque esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, Unhrc. La nomina, i, realtà, è avvenuta a giugno scorso, ma è stata tenuta nel massimo riserbo fino allo scorso 17 settembre quando è apparsa in un report nel quale si dava mandato al gruppo di lavoro presieduto da Trad di conferire gli incarichi agli esperti in vista della trentesima sessione del Consiglio.

Una decisione che in molti hanno definito “scandalosa” specie considerando che l’Arabia Saudita è tra i paesi con il più alto numero di violazioni dei diritti umani accertate.

Secondo Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, le motivazioni che hanno portato alla nomina di Trad alla presidenza della Commissione sarebbero solo frutto di un “compromesso” politico dopo che l’Arabia Saudita aveva esercitato pressioni per sostenere la candidatura di un suo uomo alla presidenza del Consiglio dei diritti umani. Una posizione troppo in vista che avrebbe scatenato un inferno mediatico (e privato l’organizzazione di ogni credibilità a livello mondiale). È per questo motivo che i rappresentanti del Consiglio hanno deciso di conferire al rappresentate dell’Arabia Saudita “solo” l’incarico di presidente del comitato consultivo. “Avere Riad come membro dell’Unhrc è già un male di per sé”, ha detto Neuer, “ma lasciargli presiedere un organo chiave delle Nazioni Unite è come versare del sale sulle ferite dei dissidenti rinchiusi nelle prigioni saudite, come nel caso di Raif Badawi” (il blogger saudita incarcerato e condannato a mille frustrate per aver protestato in favore della libertà di espressione).
Oggi in Arabia Saudita non solo i diritti umani sono calpestati quotidianamente, ma è vietato anche solo parlare e chiedere delle riforme. E chi lo fa viene punito con la fustigazione o ucciso barbaramente. Una situazione che, fino ad ora, è stata inspiegabilmente tollerata da diversi paesi (gli stessi che, per molto meno, hanno scatenato guerre internazionali che durano da decenni) e da organizzazioni internazionali come l’Onu. Un paese che da molti è accusato di violare continuamente i diritti umani fondamentali. Violazioni che, a quanto pare, le Nazioni Unite non hanno considerato abbastanza gravi da impedire che il loro rappresentante venga messo a capo del “panel di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU”….
C.Alessandro Mauceri

Il problema in Germania non è (solo) la Volkswagen

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Non si placano le polemiche dopo lo scandalo in cui è stata coinvolta la Volkswagen: per ben sei anni la società tedesca ha garantito che le auto che vendeva erano pulite e potenti, in regola con le norme sui gas di scarico. Ora si è scoperto che la casa tedesca avrebbe modificato il software istallato sulle proprie autovetture per falsificare i dati per l’omologazione (giusto il tempo della durata delle analisi in laboratorio). Secondo una ricerca i cui risultati sono stati resi noti da The Guardian, sarebbero 11 milioni i veicoli coinvolti. Un sistema diabolico: il programma riusciva a capire dai movimenti del tester e dall’uso dell’acceleratore se l’auto era sottoposta a un test. In questo caso limitava le emissioni dei gas di scarico a scapito della performance. Una volta sulla strada, però, i veicoli tornavano ad emettere quantità di gran lunga maggiori di gas inquinanti (fino a 40 volte più alti) e così facendo riuscivano a migliorare le loro prestazioni.
Secondo i ricercatori (che si sono basati sul chilometraggio medio delle automobili negli Usa e sulle emissioni), le auto illegali della Volkswagen potrebbero aver riversato nell’atmosfera circa un milione di tonnellate all’anno di gas inquinanti: praticamente la stessa quantità emessa da centrali elettriche, automobili, stabilimenti industriali e molto altro in tutto il Regno Unito.
“In un mondo dove più e più oggetti sono controllati da programmi informatici, dobbiamo avere modi migliori per individuare gli imbroglioni”, ha scritto il New York Times. Una preoccupazione che si è subito estesa al vecchio continente. Un timore confermato dalla dichiarazione del ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt che ha riferito che il sistema utilizzato per manipolare i test sulle emissioni interessa anche i veicoli commercializzati in Europa. Intanto la procura di Torino ha aperto un’inchiesta affidata al pm Raffaele Guariniello, ipotizzando il reato di frode in commercio e altri reati. Anche l’India e la Norvegia hanno aperto un’indagine su Volkswagen accertare se le emissioni dei motori diesel erano conformi ai regolamenti e alle dichiarazioni della casa.
Uno scandalo che potrebbe estendersi a macchia d’olio anche ad altre aziende del settore. Secondo the Guardian, alcuni documenti dimostrerebbero che alcuni paesi (Germania, Gran Bretagna e Francia) avrebbero esercitato pressioni sulla Commissione europea affinchè il perfezionamento dei test sulle emissioni dei gas di scarico venisse ritardato (e si continuasse ad utilizzare il sistema di controllo che permetteva di manipolare i valori, aumentando le emissioni reali di circa il 14% rispetto a quanto dichiarato).
Immediate, in Germania, le reazioni del gruppo automobilistico tedesco: dimissioni dell’amministratore delegato (al quale, però, è stata concessa comunque una buonuscita milionaria) e campagna di richiamo per resettare la centralina. Misure entrambe discutibili. Modificare la centralina in modo che possa comunicare le emissioni reali non risolverà il problema: a che serve avere aggiornare il software del proprio veicolo e sapere che ha emissioni che non gli permettono di circolare praticamente in nessuna città europea dato che non rispetta le soglie e i vincoli imposti?
Ben più pesanti le considerazioni a proposito della gestione del problema da parte dei massimi livelli della casa automobilistica. Sono in molti, infatti, a pensare che i dirigenti non potevano non sapere ciò che stava avvenendo. E soprattutto non potevano non sapere quali sarebbero state le conseguenze per la salute dei cittadini.
Anche la Commissione europea ha manifestato preoccupazione: “Il nostro messaggio è chiaro: tolleranza zero contro le frodi e rispetto rigoroso delle norme comunitarie. Abbiamo bisogno di informative complete e test solidi sulle emissioni inquinanti in atto”. Ha detto il commissario per il Mercato interno e l’Industria Elzbieta Bienkowska. E per dimostrare che non si trattava delle solite frasi di rito, la Commissione europea ha chiesto alle “autorità nazionali di verificare le implicazioni sulle auto vendute in Europa e assicurare che gli standard sulle emissioni di CO2 siano scrupolosamente rispettati”.
A ben guardare, lo scalpore della notizia finita sulle prime pagine dei giornali è dovuto al fatto che una così spudorata violazione delle leggi e dei regolamenti (peraltro subito riconosciuta e ammessa) non ha avuto come protagonista un’azienda italiana o una greca, ma un’azienda leader del mercato mondiale e, soprattutto, il paese che, da sempre, ha fatto del rispetto delle regole il proprio cavallo di battaglia (un’altra casa automobilistica tedesca si basava sullo slogan, detto da una ex modella, “è una tedesca…”). Non è stata l’immagine della Volkswagen come casa automobilistica a crollare, ma l’immagine di tutta la Germania. Lo dimostra il fatto che anche le azioni di Bmw hanno subito una grave perdita (il 6,10per cento dopo che la rivista specializzata Autobild ha parlato di “sorprendenti risultati” di un test condotto dall’International Council on Clean Transportation sulle emissioni di un modello di punta della casa bavarese, anche in questo caso molto maggiori rispetto al dovuto).
Un’immagine, quella della Germania come paese rispettoso delle regole, che da un giorno all’altro appare come costruita ad arte. Per anni il paese teutonico ha cercato di non far apparire come rilevanti le violazioni a norme e regolamenti comunitari. Come la violazione della regola del “Six pack” che prevede un tetto massimo per le esportazioni del 6per cento per il rapporto tra surplus commerciale e prodotto interno lordo. Una regola pensata per evitare che le esportazioni di un singolo paese possano diventare eccessive e pesare negativamente sulle economie degli altri stati membri dell’Unione. Tornano alla memoria le parole dell’allora presidente Josè Manuel Barroso: “Dobbiamo esaminare bene la questione e capire se l’elevato avanzo tedesco danneggi il funzionamento dell’economia europea”. Ebbene questo limite è stato disatteso dalla Germania per otto anni consecutivi. Una costante violazione delle regole che ha portato Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, a definirla ormai “persistente”. Una violazione degli accordi che nessuno ha fatto niente per arrestare. Anzi “le ultime previsioni della Commissione Europea stimano che la Germania nel 2015 raggiungerà l’8per cento di surplus commerciale e il 7,7per cento nel 2016″ secondo De Nardis.
Ma l’elenco delle violazioni delle norme comunitarie non si limita a questo. La Commissione europea ha deferito la Germania alla Corte di giustizia dell’Unione europea in molte occasioni: per le norme tedesche riguardanti gli articoli pirotecnici, compresi i fuochi d’artificio, non sono conformi al diritto dell’UE; a causa delle norme interne in materia di esenzione dall’IVA; per le norme sull’orario di lavoro per calcolare la durata media massima dell’orario di lavoro settimanale; per non aver applicato correttamente la direttiva dell’UE sulla patente di guida; per non aver applicato le norme dell’UE in materia dei valori limite per i livelli di arsenico, mercurio e antimonio nei giocattoli; a causa della sua legislazione discriminatoria in materia di tasse di successione per i lasciti a favore di enti di beneficenza in altri Stati membri o in Stati appartenenti al SEE – la normativa tedesca viola le norme dell’UE sulla libera circolazione dei capitali; per non aver applicato correttamente le prescrizioni in materia di protezione della natura nella centrale elettrica a carbone ad Amburgo/Moorburg; per non aver completato il recepimento delle norme UE che adeguano determinate direttive relative al diritto di stabilimento e alla libera prestazione di servizi successivamente all’adesione all’UE della Repubblica di Croazia – la violazione riguarda il riconoscimento delle qualifiche professionali di architetti e ingegneri edili che non potrebbero operare in Germania; per aver varato una legge discriminatoria che prevedeva il pagamento del pedaggio stradale da parte dei soli cittadini stranieri; e in molti altri casi (solo per citare i casi di violazioni o di richiami degli ultimi mesi).
Una situazione che va avanti da decenni: già nel 2002 (allora fu il Corriere della Sera a parlarne), la Commissione europea aveva richiamato la Germania (e il Portogallo) a causa del comportamento economico non “conforme alla normativa comunitaria”. Ma, trattandosi di una violazione in campo economico – finanziario, si disse che la competenza spettava all’Ecofin, ovvero il Consiglio dell’Unione Europea competente per la materia che raggruppa i capi di Stato o di Governo (una volta ogni sei mesi ed è il Consiglio per eccellenza) od i ministri competenti per materia (sanità, economia, interni, giustizia). E nessuno ne parlò più.
Per non parlare dei casi di rischi per la salute dei cittadini. Come, giusto per fare un esempio, per la presenza di arsenico nella birra tedesca (cosa c’è di più “tedesco” della birra?). Ebbene gli esperti del TUM (Technische Universitat Munchen) hanno trovato tracce di arsenico in ben 360 birre tedesche. Secondo lo studio, reso noto durante il 245esimo incontro dell’American Chemical Society, la causa sarebbe il processo di depurazione dell’acqua. Livelli non pericolosi per la salute si è detto, ma stranamente, anche in quel caso, i consumatori non erano stati avvisati. In un altro caso, invece, sempre riguardante la birra, i responsabili della Brewery Lindenbräu – Graefenberg si sono precipitati a ritirare dalle vendite il proprio prodotto a causa della contaminazione con prodotti per le pulizie (causato, si disse, da un guasto tecnico).
Tornano alla memoria le parole del ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schaeuble, il paladino della rigidità del governo teutonico nonché ideatore di molte delle misure adottate da Bruxelles nei confronti della Grecia. Poche settimane fa, è stato lui, rivolto al Parlamento europeo, rispondendo alla Grecia che chiedeva flessibilità, a ribadire che questa “non deve portare a una situazione in cui le regole convenute non vengono rispettate. Allora sarebbe sbagliata e distruggerebbe la fiducia”.

Una fiducia che milioni di consumatori per decenni hanno riposto nella Germania e nei suoi prodotti, tanto da permetterle di conquistare i mercati europei. Una fiducia che, stando agli ultimi avvenimenti, forse, era immeritata.

C.Alessandro Mauceri

 

“La prima causa di morte evitabile al mondo”…perchè non si fa niente per evitarla?

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Quando sui media si sente parlare di qualcosa che ha provocato molti morti, tutti si domandano: “Possibile che non sia stato possibile far niente per evitarlo?”.

È stato così per l’ultima epidemia del virus Ebola (che ha causato circa diecimila morti in tutti i paesi africani in cui si è diffusa). I telegiornali ne hanno parlato per mesi, incessantemente.

È così quando si sente parlare di migranti che sono annegati nel tentativo di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo (il rapporto Deaths at the Borders of Southern Europe, parla di 3188 morti tra il 1990 e il 2013 ai quali però se ne devono aggiungere altrettanti negli ultimi due anni).

In entrambi i casi la mobilitazione nazionale ed internazionale è stata spaventosa: missioni mediche, esercito, missioni navali, studi e ricerche. Tutto per cercare di evitare queste morti o almeno di ridurle.

Stranamente, però, c’è un altro fenomeno che provoca ogni anno un numero di morti molto maggiore (si parla di circa 80mila morti all’anno e centinaia di migliaia di malati gravi) solo in Italia, ma nessuno dice una parola. Ogni anno, in Italia, sono 83mila le persone che muoiono a causa del fumo (nel mondo si parla di diversi milioni di morti, molti di più di quelli delle peggiori epidemie di cui sono stati riempite le prime pagine dei giornali).

Morti che sarebbe facile evitare: basterebbe vietare la vendita di sigarette. Le misure adottate fino ad ora, infatti, oltre ad essere ridicole e biasimevoli moralmente (perchè uno stato che dice di prendersi cura della salute dei sui cittadini e che impone l’uso delle cinture di sicurezza e del casco ai motociclisti, dovrebbe consentire il fumo ben sapendo – tanto da obbligare i produttori a scriverlo sulle confezioni – che provoca la morte?), non hanno sortito alcun effetto.
E già si sa che servirà a poco la campagna 2015 contro il tabagismo appena lanciata dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin dal titolo ‘Ma che sei scemo?’.
Del resto lo stato sa bene quali sono le conseguenze del fumo. I numeri, li ha detti lo stesso ministro in occasione della presentazione della campagna: oggi il tabacco provoca più morti di alcool, Aids, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme e l’epidemia da tabacco è una ”delle più grandi sfide di sanità pubblica della storia”, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito il fumo di tabacco come ”la più grande minaccia per la salute nella regione europea”.

Eppure nessuno fa niente di concreto. Né in Italia né in Europa. Nessuno pensa nemmeno lontanamente di vietare la vendita di sigarette e derivati del tabacco. Anche la decisione, presa con la legge Sirchia del 2003, di vietare il fumo nei luoghi chiusi e di proibire il fumo ai minori non è servita a niente: secondo un’indagine 2014 svolta in collaborazione con l’Università di Torino, il 63,9 per cento dei minori non ha ricevuto alcun rifiuto dal rivenditore né alcuna richiesta di verifica del documento d’identità.
Inutili anche le campagne fino ad ora promosse: l’80% di chi ha tentato di smettere, secondo dati Istat, ha fallito.

Né pare che la situazione sia molto diversa nel resto d’Europa. La direttiva che come ha detto ministro prevede “novità importanti, a partire dal divieto di fumo in auto davanti a minori e donne incinte e il divieto di vendita a minori di 18 anni anche di sigarette elettroniche con nicotina”, in Italia non è stata ancora recepita. E in Europa, come in Italia il numero di morti e di malati gravi causati dal fumo è spaventoso.

La verità è che della salute dei cittadini non interessa niente a nessuno. Non interessa alle aziende che stanno dietro al commercio delle sigarette e similari, non interessa allo stato che, solo di accise e Iva caricati su questo commercio, incassa quasi una decina di miliardi di euro ogni anno (ai quali bisogna aggiungere tutto il resto del settore, dalle tasse delle attività alle licenze etc. etc.).
Non interessa all’Unione europea. La stessa che da un lato è pronta ad imporre regole ferree sulle dimensioni delle cozze e delle vongole e a controllare che nel piatto dei ristoranti non finiscano mitili di dimensioni sbagliate, la stessa che ordina (pena sanzioni salate) ai paesi membri quanti decilitri di latte devono mungere da ciascuna mammella di una mucca. Ma che poi si guarda bene dal disturbare gli affari delle multinazionali e mettere al bando le sigarette. Lo fa ben sapendo che sarebbe stato facile evitare queste morti: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ripetutamente confermato che il fumo è “la prima causa di morte evitabile al mondo”.

E, invece, milioni di persone ogni anno continuano a morire solo perché che nessuno ha ritenuto necessario fare niente per evitarlo (a meno di blandi consigli pressochè inutili).
Nessuno parla. Tutti tacciono e fingono di non conoscere gli effetti di questa piaga che causa un numero di morti ben maggiore di quelli causati dal virus Ebola: ogni anno sono decine e decine le migliaia di cittadini europei che moriranno e decine di milioni si ammaleranno di malattie terribili. Cittadini europei e italiani che vedranno la loro vita e i loro sogni andare in fumo. Quello di una sigaretta.

C.Alessandro Mauceri

IgNobel

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Nei giorni scorsi nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard, sono stati resi noti i nomi dei vincitori dei premi Ig Nobel 2015. Come nel caso dei più classici Nobel, la cerimonia co-patrocinata dalla Harvard Computer Society, dalla Harvard-Radcliffe Science Fiction Association e dalla Harvard-Radcliffe Society of Physics Students, prevede l’assegnazione di un premio a studiosi e ricercatori che si sono distinti in tutto il mondo. La differenza è che, in questo caso, il premio (che non comprende, come invece nel caso del Nobel, un compenso in denaro) viene assegnato a quei ricercatori che hanno condotto studi “strani, divertenti, e perfino assurdi”, lavori improbabili e che quasi sicuramente non serviranno a nulla ma che “che prima fanno ridere e poi danno da pensare”. Non a caso il fine dichiarato è quello di “premiare l’insolito, l’immaginifico, e stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia”.
Il premio, la cui prima edizione risale al 1991, ha sempre visto tra i vincitori studiosi che hanno condotto ricerche assolutamente originali.
Ricerca come quella di alcuni dei vincitori di quest’anno. L’Ig Nobel per la Fisica è andato a Patricia Yang, David Hu (USa-Taiwan), Jonathan Pham e Jerome Choo (Usa) per aver appurato in modo scientificamente incontrovertibile che occorrono 21 secondi per fare pipì: secondo i dati dei ricercatori la durata della minzione non cambia a seconda della taglia del corpo. Per la Chimica hanno vinto Callum Ormonde e Colin Raston (Australia) e Tom Yuan, Stephan Kudlacek, Sameeran Kunche, Joshua Smith, William Brown, Kaitlin Pugliese, Tivoli Olsen, Mariam Iftikhar, Gregory Weiss (Usa), che hanno finalmente (chissà da quanti secoli generazioni di persone se lo sono chiesto) come è possibile riportare allo stato liquido un uovo dopo che è stato bollito.

In alcuni casi si tratta di studi che avranno notevoli ripercussioni sulla vita di tutti i giorni di molte persone: alcuni studiosi hanno finalmente scoperto un modo infallibile (almeno a loro dire) per diagnosticare se una persona ha un’appendicite acuta o no: il sistema scoperto si basa sul dolore che si prova percorrendo strade sconnesse in auto. Una metodologia che soprattutto al sud d’Italia potrebbe avere grande successo.
Il premio per l’Economia è andato alla Bangkok Metropolitan Police per aver offerto bonus ai poliziotti che rifiutavano tangenti.
Tra i vincitori anche un italiano: Gennaro Bernile, che però lavora a Singapore e che, con i suoi colleghi Vineet Bhagwat e Raghavendra Rau, ha scoperto il rapporto che esiste tra il successo in carriera di un dirigente e i disastri naturali che ha vissuto durante la sua infanzia: molti manager nella loro infanzia hanno vissuto disastri naturali, e questo li avrebbe poi influenzati nel diventare leader. Una ricerca che, forse, spiegherebbe il motivo per cui alcuni paesi si trovano nella situazione attuale (basti pensare che i leader di tutti i maggiori partiti italiani vantano sul proprio curriculum la partecipazione a programmi televisivi di “intrattenimento”) …..
C.Alessandro Mauceri

Trasformare gli Uffizi in un ristorante?

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Non smettono di sorprendere le scelte per la gestione dei maggiori musei italiani volute dal governo Renzi. Dopo la dichiarazione di uno dei nuovi direttori, fresco di nomina, di voler concedere alcune sale di uno dei maggiori musei italiani e mondiali, per eventi privati e cerimonie riservate (proposta subito ritirata visto il clamore e il levarsi di proteste che aveva causato), è la volta del direttore degli Uffizi.
Eike Schmidt, passaporto tedesco e nuovo direttore della galleria fiorentina, si è detto favorevole ad una proposta presentata all’Expo: portare l’alta ristorazione nei grandi musei. Ovvero fare dei maggiori musei italiani, primo fra tutti gli Uffizi, “anche” dei ristoranti. Un’idea che pare sia stata già vista favorevolmente anche da due ministri, il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, e quello dell’Agricoltura Maurizio Martina.
Anzi, pare che la scelta di trasformare i musei italiani da luoghi di cultura in ristoranti di alta classe stia viaggiando spedita: “Probabilmente nelle prossime settimane, metteranno insieme le linee guida per i criteri di selezione. E poi, caso per caso, si opererà per individuare la figura più adatta” hanno dichiarato membri dell’entourage di Franceschini riferendosi allo chef. Pare che siano già stati scelti i criteri di selezione: “Sicuramente chi andrà a cucinare agli Uffizi, dovrà portare una cucina identitaria del luogo”…..Cosa si intendesse dire con la parola “identitaria” non è chiaro (la definizione riportata al vocabolario Treccani dice: “Che si riferisce all’identità psicologica personale di ciascuno”)…..Non è chiaro se lo chef dovrà realizzare piatti che ricalchino la psicologia dell’artista delle opere esposte o se i suoi piatti dovranno adattarsi alle opere (ad esempio, se si mangia guardando il dipinto che rappresenta la battaglia di San Romano, cruenta e che mostra cavalli morti, il piatto del giorno non potrà non essere un filetto di carne equina …al sangue ovviamente).
L’ex soprintendente del museo fiorentino, Cristina Acidini, ha detto che in realtà di fare un ristorante agli Uffizi si parla già da tempo: “Si tratta di qualcosa che era stata già pensata. Non c’è ancora, ma è stato stabilito che a completamento dei lavori ci sarà”. Alla domanda, però, se lei era favorevole o contraria ha risposto: “Non si tratta di essere per il sì o per il no. È una cosa già stabilita e programmata”. Un diplomatico “No comment” che la dice tutta.

Ovviamente, non appena è stata data la notizia, è iniziata la corsa al totochef: chi sarà il cuoco pluripremiato e ultrafamoso che avrà l’onore di preparare i propri piatti all’interno del museo? Pare che questo, il “nuovo che avanza”, i suoi ministri e il direttore appena importato dalla Germania non lo abbiano ancora deciso. Così come pare non abbiano ancora capito come fare a mettere una cucina adatta ad un ristorante (con tutti i rischi che questa comporta in termini di variazioni di temperatura, odori, danneggiamenti e presenza di sostanze potenzialmente pericolose per la conservazione e la tutela), in uno dei luoghi che vanta una delle maggiori concentrazioni di reperti storici al mondo…..

C.Alessandro Mauceri