Frontiere Ue: le merci passano, le persone no

barriere ungheria

Da mesi è in atto una vera e propria corsa a erigere muri e barriere lungo le frontiere di molti paesi europei. E molti sono i paesi hanno minacciato di chiudere o di limitare sensibilmente il transito di migranti, di profughi e di richiedenti asilo. Alcuni paesi (come Francia e Gran Bretagna) hanno sottoscritto accordi bilaterali per tutelare passaggi critici (come il ponte sotto la Manica). Altri, invece, hanno deciso di inviare le truppe sui valichi di frontiera: il ministro della Difesa ungherese, Csaba Hende, ha comunicato al parlamento la decisione di inviare 3500 militari sul confine sud del Paese. “I militari non avranno però ordine di aprire il fuoco per mandare via la gente”, ha specificato il vicepremier ungherese Janos Lazar.
“La prospettiva è arrivare ad un sistema d’asilo su scala europea” ha affermato il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, che, come ormai consueto ha inserito nel proprio discorso riferimenti ai principi di “solidarietà, umanità e fermezza”. “Nessuno si può più nascondere”, ha detto Timmermans, riferendosi alle capitali più restie ad aprire le frontiere ai migranti.
In realtà, per anni il problema dei migranti è stato affrontato in modo politicamente sbagliato: per molto, troppo tempo si è cercato di confondere il problema dell’immigrazione clandestina (spesso causata dal land grabbing in corso in Africa) con quello dei flussi di migranti causati dalle guerre che i paesi occidentali sono andati a combattere in Medio Oriente e in Africa.
Dall’altro lato, si è cercato di scaricare questo problema sulle spalle dei singoli stati. Al di là di iniziative comuni promesse ma mai attuate (si pensi all’accoglienza di poche migliaia di profughi dalla Grecia e dall’Italia di inizio anno), l’Ue non ha realizzato nulla di concreto, salvo finanziare la costruzione di barriere e di concedere (pochi e sempre minori) aiuti per il salvataggio in mare di immigrati clandestini che, una volta diventati naufraghi, vengono scaricati sulle spalle dei paesi ospitanti (primo fra tutti, e di gran lunga, l’Italia).
Per il resto ogni paese ha affrontato il problema indipendentemente e tutelando i propri interessi. Il premier francese Manuel Valls, da Calais, ha auspicato la creazione di un “sistema unificato di asilo con un’armonizzazione di regole e di livelli di prestazioni” e ha invitato a “riflettere sull’impiego di guardie di frontiera europee”. La sua collega Angela Merkel ha chiesto all’Europa di “muoversi complessivamente”, a di “condividere la responsabilità della tutela del riconoscimento del diritto di asilo” dicendo che, nell’Unione, c’è “un grande accordo per aiutare l’Italia” nella crisi dei profughi”. Parole che, lungi dal risolvere il problema, confermano una volta di più che l’Unione europea e i paesi che la compongono sono ben lungi dall’essere un’unione sotto il profilo sociale: da mesi anzi da anni si continua a parlare di “accoglienza” e di condivisione del problema dei “profughi”, ben sapendo che la stragrande maggioranza di quelli che finiscono nei centri d’accoglienza in Italia non sono né rifugiati né profughi, ma semplicemente persone che cercano di entrare nel paese senza rispettare le leggi sull’immigrazione.
È per questo motivo che, fino ad ora, tutte le riunioni e gli incontri non sono serviti a niente. E, con tutta probabilità, non servirà a niente anche l’incontro previsto per il prossimo 14 settembre a Bruxelles. Ancora una volta si parla di ‘hot spot’ in Grecia e in Italia per identificare i richiedenti asilo (cosa che già esiste), di stilare una lista dei “paesi d’origine sicuri” per completare il regime di asilo comune, di proteggere i rifugiati e di garantire il ritorno effettivo degli immigrati illegali nei paesi di provenienza. In poche parole, niente di più di quello che già oggi viene fatto e che non servirà a risolvere il problema: non serve a nulla parlare di richiedenti asilo o di profughi quando a sbarcare sono decine, anzi centinaia di migliaia di immigrati clandestini (che spesso rifiutano di fornire le proprie generalità e di farsi identificare).
Per queste persone la decisione su cosa fare viene lasciata nelle mani dei singoli paesi. Poi i singoli paesi (da soli o al massimo in coppia) decidono di erigere barricate e di chiudere le frontiere. Limitando così il passaggio delle persone, non solo degli immigrati clandestini o dei possibili richiedenti asilo, ma anche dei cittadini comunitari (si pensi all’ultima proposta avanzata dal premier inglese Cameron).
La verità è che da mesi ormai sono molti i paesi che hanno messo in discussione (di fatto se non di diritto) l’accordo di Schengen, quello che sulla carta dovrebbe permettere la libera circolazione senza controlli doganali di persone e cose all’interno dell’Unione europea.
Oggi a poter viaggiare liberamente in Europa non sono le persone, ma solo le merci e i capitali. Lo confermano i dati Eurostat: i due terzi degli scambi delle merci dei paesi europei avviene all’interno dell’area Ue. Fatta eccezione per Grecia e Regno Unito (i cui dati sono, però, influenzati uno dalla crisi dilagante e l’altro dai rapporti con alcuni paesi, come gli Usa), tutti le imprese dei paesi dell’Unione europea vendono i loro prodotti principalmente in altri paesi Ue (e solo in misura minore in paesi extra Ue). Un giro d’affari, quello degli scambi di merci tra gli stati membri dell’UE, che ammonta, secondo le ultime stime, a 2.839 miliardi di euro ogni anno. Una cifra enorme e tale da giustificare l’apertura delle frontiere e la stipula di accordi come quello di Schengen. È questo che ha costretto gli europei a far sì che tra i vari mercati europei non ci fossero frontiere da attraversare né dazi da pagare. Frontiere e dazi che ostacolano non solo il passaggio delle merci ma anche gli scambi finanziari. Anche in questo caso il mercato unico è fondamentale: grazie alle recenti crisi e ai trasferimenti di fondi da un paese all’altro, i flussi finanziari da un apese all’altro raggiungono ogni anno cifre stratosferiche e (a causa dell’emissione di titoli come i derivati) solo parzialmente calcolabili.
È questo il solo e unico motivo che ha fatto sì che venissero aperte le frontiere dell’Unione. Ed è questo il motivo che, finora, ha evitato che venissero richiuse le frontiere. Il passaggio delle persone, invece, per molti paesi è solo un problema. Un problema che ogni paese dell’Unione deve risolvere da solo. Anche a costo di ricorrere alla forza armata o a norme impopolari e antistoriche come le barriere.

C.Alessandro Mauceri

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