Il problema in Germania non è (solo) la Volkswagen

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Non si placano le polemiche dopo lo scandalo in cui è stata coinvolta la Volkswagen: per ben sei anni la società tedesca ha garantito che le auto che vendeva erano pulite e potenti, in regola con le norme sui gas di scarico. Ora si è scoperto che la casa tedesca avrebbe modificato il software istallato sulle proprie autovetture per falsificare i dati per l’omologazione (giusto il tempo della durata delle analisi in laboratorio). Secondo una ricerca i cui risultati sono stati resi noti da The Guardian, sarebbero 11 milioni i veicoli coinvolti. Un sistema diabolico: il programma riusciva a capire dai movimenti del tester e dall’uso dell’acceleratore se l’auto era sottoposta a un test. In questo caso limitava le emissioni dei gas di scarico a scapito della performance. Una volta sulla strada, però, i veicoli tornavano ad emettere quantità di gran lunga maggiori di gas inquinanti (fino a 40 volte più alti) e così facendo riuscivano a migliorare le loro prestazioni.
Secondo i ricercatori (che si sono basati sul chilometraggio medio delle automobili negli Usa e sulle emissioni), le auto illegali della Volkswagen potrebbero aver riversato nell’atmosfera circa un milione di tonnellate all’anno di gas inquinanti: praticamente la stessa quantità emessa da centrali elettriche, automobili, stabilimenti industriali e molto altro in tutto il Regno Unito.
“In un mondo dove più e più oggetti sono controllati da programmi informatici, dobbiamo avere modi migliori per individuare gli imbroglioni”, ha scritto il New York Times. Una preoccupazione che si è subito estesa al vecchio continente. Un timore confermato dalla dichiarazione del ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt che ha riferito che il sistema utilizzato per manipolare i test sulle emissioni interessa anche i veicoli commercializzati in Europa. Intanto la procura di Torino ha aperto un’inchiesta affidata al pm Raffaele Guariniello, ipotizzando il reato di frode in commercio e altri reati. Anche l’India e la Norvegia hanno aperto un’indagine su Volkswagen accertare se le emissioni dei motori diesel erano conformi ai regolamenti e alle dichiarazioni della casa.
Uno scandalo che potrebbe estendersi a macchia d’olio anche ad altre aziende del settore. Secondo the Guardian, alcuni documenti dimostrerebbero che alcuni paesi (Germania, Gran Bretagna e Francia) avrebbero esercitato pressioni sulla Commissione europea affinchè il perfezionamento dei test sulle emissioni dei gas di scarico venisse ritardato (e si continuasse ad utilizzare il sistema di controllo che permetteva di manipolare i valori, aumentando le emissioni reali di circa il 14% rispetto a quanto dichiarato).
Immediate, in Germania, le reazioni del gruppo automobilistico tedesco: dimissioni dell’amministratore delegato (al quale, però, è stata concessa comunque una buonuscita milionaria) e campagna di richiamo per resettare la centralina. Misure entrambe discutibili. Modificare la centralina in modo che possa comunicare le emissioni reali non risolverà il problema: a che serve avere aggiornare il software del proprio veicolo e sapere che ha emissioni che non gli permettono di circolare praticamente in nessuna città europea dato che non rispetta le soglie e i vincoli imposti?
Ben più pesanti le considerazioni a proposito della gestione del problema da parte dei massimi livelli della casa automobilistica. Sono in molti, infatti, a pensare che i dirigenti non potevano non sapere ciò che stava avvenendo. E soprattutto non potevano non sapere quali sarebbero state le conseguenze per la salute dei cittadini.
Anche la Commissione europea ha manifestato preoccupazione: “Il nostro messaggio è chiaro: tolleranza zero contro le frodi e rispetto rigoroso delle norme comunitarie. Abbiamo bisogno di informative complete e test solidi sulle emissioni inquinanti in atto”. Ha detto il commissario per il Mercato interno e l’Industria Elzbieta Bienkowska. E per dimostrare che non si trattava delle solite frasi di rito, la Commissione europea ha chiesto alle “autorità nazionali di verificare le implicazioni sulle auto vendute in Europa e assicurare che gli standard sulle emissioni di CO2 siano scrupolosamente rispettati”.
A ben guardare, lo scalpore della notizia finita sulle prime pagine dei giornali è dovuto al fatto che una così spudorata violazione delle leggi e dei regolamenti (peraltro subito riconosciuta e ammessa) non ha avuto come protagonista un’azienda italiana o una greca, ma un’azienda leader del mercato mondiale e, soprattutto, il paese che, da sempre, ha fatto del rispetto delle regole il proprio cavallo di battaglia (un’altra casa automobilistica tedesca si basava sullo slogan, detto da una ex modella, “è una tedesca…”). Non è stata l’immagine della Volkswagen come casa automobilistica a crollare, ma l’immagine di tutta la Germania. Lo dimostra il fatto che anche le azioni di Bmw hanno subito una grave perdita (il 6,10per cento dopo che la rivista specializzata Autobild ha parlato di “sorprendenti risultati” di un test condotto dall’International Council on Clean Transportation sulle emissioni di un modello di punta della casa bavarese, anche in questo caso molto maggiori rispetto al dovuto).
Un’immagine, quella della Germania come paese rispettoso delle regole, che da un giorno all’altro appare come costruita ad arte. Per anni il paese teutonico ha cercato di non far apparire come rilevanti le violazioni a norme e regolamenti comunitari. Come la violazione della regola del “Six pack” che prevede un tetto massimo per le esportazioni del 6per cento per il rapporto tra surplus commerciale e prodotto interno lordo. Una regola pensata per evitare che le esportazioni di un singolo paese possano diventare eccessive e pesare negativamente sulle economie degli altri stati membri dell’Unione. Tornano alla memoria le parole dell’allora presidente Josè Manuel Barroso: “Dobbiamo esaminare bene la questione e capire se l’elevato avanzo tedesco danneggi il funzionamento dell’economia europea”. Ebbene questo limite è stato disatteso dalla Germania per otto anni consecutivi. Una costante violazione delle regole che ha portato Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, a definirla ormai “persistente”. Una violazione degli accordi che nessuno ha fatto niente per arrestare. Anzi “le ultime previsioni della Commissione Europea stimano che la Germania nel 2015 raggiungerà l’8per cento di surplus commerciale e il 7,7per cento nel 2016″ secondo De Nardis.
Ma l’elenco delle violazioni delle norme comunitarie non si limita a questo. La Commissione europea ha deferito la Germania alla Corte di giustizia dell’Unione europea in molte occasioni: per le norme tedesche riguardanti gli articoli pirotecnici, compresi i fuochi d’artificio, non sono conformi al diritto dell’UE; a causa delle norme interne in materia di esenzione dall’IVA; per le norme sull’orario di lavoro per calcolare la durata media massima dell’orario di lavoro settimanale; per non aver applicato correttamente la direttiva dell’UE sulla patente di guida; per non aver applicato le norme dell’UE in materia dei valori limite per i livelli di arsenico, mercurio e antimonio nei giocattoli; a causa della sua legislazione discriminatoria in materia di tasse di successione per i lasciti a favore di enti di beneficenza in altri Stati membri o in Stati appartenenti al SEE – la normativa tedesca viola le norme dell’UE sulla libera circolazione dei capitali; per non aver applicato correttamente le prescrizioni in materia di protezione della natura nella centrale elettrica a carbone ad Amburgo/Moorburg; per non aver completato il recepimento delle norme UE che adeguano determinate direttive relative al diritto di stabilimento e alla libera prestazione di servizi successivamente all’adesione all’UE della Repubblica di Croazia – la violazione riguarda il riconoscimento delle qualifiche professionali di architetti e ingegneri edili che non potrebbero operare in Germania; per aver varato una legge discriminatoria che prevedeva il pagamento del pedaggio stradale da parte dei soli cittadini stranieri; e in molti altri casi (solo per citare i casi di violazioni o di richiami degli ultimi mesi).
Una situazione che va avanti da decenni: già nel 2002 (allora fu il Corriere della Sera a parlarne), la Commissione europea aveva richiamato la Germania (e il Portogallo) a causa del comportamento economico non “conforme alla normativa comunitaria”. Ma, trattandosi di una violazione in campo economico – finanziario, si disse che la competenza spettava all’Ecofin, ovvero il Consiglio dell’Unione Europea competente per la materia che raggruppa i capi di Stato o di Governo (una volta ogni sei mesi ed è il Consiglio per eccellenza) od i ministri competenti per materia (sanità, economia, interni, giustizia). E nessuno ne parlò più.
Per non parlare dei casi di rischi per la salute dei cittadini. Come, giusto per fare un esempio, per la presenza di arsenico nella birra tedesca (cosa c’è di più “tedesco” della birra?). Ebbene gli esperti del TUM (Technische Universitat Munchen) hanno trovato tracce di arsenico in ben 360 birre tedesche. Secondo lo studio, reso noto durante il 245esimo incontro dell’American Chemical Society, la causa sarebbe il processo di depurazione dell’acqua. Livelli non pericolosi per la salute si è detto, ma stranamente, anche in quel caso, i consumatori non erano stati avvisati. In un altro caso, invece, sempre riguardante la birra, i responsabili della Brewery Lindenbräu – Graefenberg si sono precipitati a ritirare dalle vendite il proprio prodotto a causa della contaminazione con prodotti per le pulizie (causato, si disse, da un guasto tecnico).
Tornano alla memoria le parole del ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schaeuble, il paladino della rigidità del governo teutonico nonché ideatore di molte delle misure adottate da Bruxelles nei confronti della Grecia. Poche settimane fa, è stato lui, rivolto al Parlamento europeo, rispondendo alla Grecia che chiedeva flessibilità, a ribadire che questa “non deve portare a una situazione in cui le regole convenute non vengono rispettate. Allora sarebbe sbagliata e distruggerebbe la fiducia”.

Una fiducia che milioni di consumatori per decenni hanno riposto nella Germania e nei suoi prodotti, tanto da permetterle di conquistare i mercati europei. Una fiducia che, stando agli ultimi avvenimenti, forse, era immeritata.

C.Alessandro Mauceri

 

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