Il governo nasconde gli azzardi finanziari dell’Italia?

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Di derivati non si parla spesso. Sembra quasi che l’argomento sia tabù. O che lo sporco che sta dietro a questi giri d’affari incontrollati e multimiliardari sia tale da far pensare che è meglio non far sapere cosa si sta facendo.

E questo anche quando i soldi utilizzati per foraggiare questi affari sono quelli pubblici. Del resto è per questo motivo che proprio il Parlamento ha vietato l’uso dei derivati a Comuni, Province e Regioni. Ma non allo stato.
I motivi per cui questo strumento è stato vietato sono essenzialmente due: il primo, come detto, è il mancato rispetto delle normali regole borsistiche; il secondo, ben più grave, è che, trattandosi di vere e proprie scommesse, comportano un azzardo che non dovrebbe essere concesso a chi gestisce soldi pubblici (ovvero dei cittadini).
Titoli “tossici” che girano al di fuori delle normali regole di borsa, ma che lo stato italiano continua ad utilizzare forse per convincere che i propri conti sono a posto.

Le conseguenze di questo modo di gestire i soldi pubblici potrebbero essere pesantissime per gli italiani. Già anni fa venne fuori che la mancanza di liquidità e il conseguente ricorso di molti politici a questi strumenti aveva aperto voragini nei bilanci pubblici. Tanto per fare un esempio, c’è chi sostiene che uno dei motivi che avrebbe spinto gli ultimi governi (dal governo Berlusconi, a Monti, fino a Renzi) a concedere aiuti miliardari al Mps, deriverebbe proprio dal fatto che alcuni dei contratti in derivati sottoscritti dallo stato italiano sarebbero stati emessi dalla banca senese.

Proprio per quantificare quali siano le conseguenze dei derivati sui conti pubblici dello stato, alcuni mesi fa, diversi deputati hanno avanzato una richiesta formale chiedendo di sapere come stavano realmente le cose.

La risposta da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) guidato da Pier Carlo Padoan, però, sembra non abbia chiarito i molti dei dubbi riguardanti l’esposizione dei conti pubblici in derivati e soprattutto le conseguenze di questo modo di gestire le finanze dello stato. Una gestione che avrebbe comportato perdite per miliardi di euro.
Per questo motivo diversi parlamentari di differenti gruppi politici hanno chiesto chiarimenti sui contratti derivati posti in essere dal ministero del Tesoro. E visto che le risposte ricevute non avevano chiarito la situazione, 90 parlamentari e il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, hanno chiesto al Procuratore Capo della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, di poter “svolgere tutti gli accertamenti investigativi necessari ad appurare se nello svolgimento dei fatti, nonché in tutti quelli che emergeranno in fase istruttoria, dovessero essere stati commessi reati in danno dallo Stato Italiano”. Ed eventualmente di perseguire “i responsabili ai sensi di legge”. Le ipotesi di reato potrebbero essere “Sottrazione di atti o documenti concernenti la sicurezza dello Stato” (art. 255 c.p.) e “Usurpazione di potere politico” (287 c.p.).

Immediata la risposta del governo. Quasi a conferma che nei conti dello stato ci sarebbe qualcosa che non va, il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha deciso di chiedere che venga posto il segreto di stato (previsto dalla legge 127/2007), sui contratti derivati stipulati dal Tesoro.
Una decisione che, secondo alcuni, varrebbe più di una confessione. Un segreto che non avrebbe ragion d’essere dato che, come hanno confermato numerosi giuristi non esisterebbero giustificazioni per dichiarare la segretezza di questi dati di grande interesse pubblico. Sulla questione si è espressa anche la Commissione per l’Accesso che ha ribadito che nella legislazione vigente non esistono norme che contrastino con la divulgazione di questi contratti.
E, invece, grazie alla decisione del presidente del Consiglio Renzi, la magistratura non potrà avere accesso agli atti che riguardano l’esposizione in derivati: il governo ha deciso di non permettere non solo ai cittadini e ai deputati, ma anche alla magistratura di valutare se sono state commessi reati.
Una decisione che non fa che confermare la dipendenza delle finanze nazionali da molte banche di affari contraenti con il Mef (Imi, Merrill Lynch, Bnp Paribas, Barclays, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Ag, Dexia Crediop, FMS Wertmanagement Anstaltalt Des, Goldman Sachs, HSBC, Ing Bank, JP Morgan, Securities PLC, Morgan Stanley, Nomura International, Societè Generale, The Royal Bank of Scotland, Ubs, Unicredit Bank Ag). Istituti che, a volte (come nel caso di Deutsche Bank), versano in condizioni critiche. L’esposizione dello stato nei loro confronti comporterebbe quindi un doppio rischio.
Ma la decisione del Governo di secretare questi atti potrebbe essere tardiva. Tra la fine dello scorso anno e i primi mesi del 2015, il governo aveva già ammesso (e il direttore generale del Debito pubblico, Maria Cannata aveva confermato) che l’esposizione dell’Italia ai derivati comportava un rischio di perdite di decine di miliardi di euro: erano trentasei alla fine del 2014, ma nel giro di pochi mesi, a marzo 2015, questa somma era cresciuta a ben 42 miliardi di euro. Allora, il governo cercò di giustificarsi dicendo che si trattava di scelte prese dai governi precedenti. La verità è che una parte rilevante delle tasse pagate dagli italiani lo scorso anno sono servite a pagare i miliardi di euro frutto degli azzardi in derivati (come hanno confermato i dati del Centro studi di Unimpresa sulle passività sui bilanci relative alle operazione in derivati).
Quello che nessuno ha detto (e che, forse, potrebbe essere il vero motivo della decisione di porre il segreto di stato sui derivati) è che l’esposizione del Bel Paese a questi titoli e le perdite che ciò comporta è in assoluto la peggiore in Europa. A dirlo è stata l’agenzia Bloomberg, che riclassificando i dati Eurostat sulle finanze pubbliche degli Stati dell’Eurozona, ha rivelato una situazione spaventosa. Mentre alcuni paesi (come la Francia, la Finlandia, il Belgio e perfino la Grecia) sono riusciti a trarre benefici economici dai contratti sottoscritti dai loro governi, per l’Italia la situazione è catastrofica: gli analisti hanno calcolato, tra il 2011 e il 2014, perdite intorno ai 16miliardi di euro (e il rischio è che nel prossimo futuro questa voragine si allarghi esponenzialmente). “E’ molto probabile che anche nei prossimi anni le perdite e passività italiani relativi ai derivati supereranno i cosiddetti risparmi”, ha detto Nicola Benini, vice presidente di Assofinance. Secondo Bloomberg l’esposizione dell’Italia in derivati ammonta a circa 159,6 miliardi di euro, quasi il 9 per cento dei titoli di Stato in circolazione e poco meno dell’ottanta per cento dei 42 miliardi di euro di passività mark-to-market sui contratti esistenti deriverebbe proprio da quelli che il Ministero del Tesoro definisce contratti “Duration Interest Rate Swap”.
Una situazione che, nonostante le promesse, le chiacchiere e i discorsi in tv o sui social network, continua a peggiorare da molti anni. Ciò ha reso l’Italia praticamente schiava delle banche (tornano alla memoria diverse misure introdotte o promesse in fretta e furia dal governo a favore degli istituti finanziari, come quella sulla Bad Bank o quella per consentire il bail in ).
Se a questo si aggiunge che, secondo i dati della Corte dei Conti (contenuti nel rapporto sulla finanza degli enti territoriali), sono ancora oggetto di rinegoziazione i derivati sottoscritti dagli enti locali (secondo i dati della Banca d’Italia, i derivati in perdita nelle amministrazioni locali ammonterebbero a 1,27 miliardi di euro), la situazione appare drammatica.
È questo che il governo ha cercato di nascondere secratando i dati del Tesoro: che sull’Italia, oggi, pende una spada di Damocle a causa dell’indebitamento, oltre ogni ragionevole limite, con le banche di mezzo mondo. Ma nasconderlo non esimerà i politici, a tutti i livelli, dalle proprie responsabilità.

C.Alessandro Mauceri

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