La Costituzione (che non c’è più…)

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Nei giorni scorsi, il generale Prayut Chan-O-Cha, primo ministro della Thailandia e capo del Consiglio nazionale per la pace e l’ordine (Ncpo), ha annunciato la nomina di Meechai Reuchupan (noto per la sua esperienza politica e veterano nella redazione di carte fondamentali) a presidente del Comitato per la redazione della Costituzione (Cdc).
Dopo la rivolta di alcuni anni fa, è stato deciso di istituire un panel di esperti (venti) che si occuperà della scrittura della nuova carta fondamentale del Paese. Il nuovo documento dovrà soddisfare alcuni requisiti: riformare e costruire l’armonia tra le persone in tutta la nazione, prevenire ogni tentativo dei poteri politici di ricercare benefici economici per sé, i parenti o i colleghi, disporre di appropriati meccanismi per disfarsi della corruzione e dei comportamenti immorali, e, soprattutto, dovrà consentire l’accesso di tutti alla democrazia, a beneficio della nazione. Ineccepibile.
La stessa cosa è avvenuta in Nepal. Dopo il terremoto che ha quasi raso al suolo il paese ad aprile scorso (circa 8 mila i morti), il 19 settembre, il presidente del Nepal ha ufficialmente promulgato la nuova Carta Costituzionale. Il nuovo documento è costituito da 37 parti, 302 articoli e 9 indici. Punti di forza la forma repubblicana dello Stato, il federalismo, la laicità, l’inclusione e rappresentazione proporzionale delle minoranze svantaggiate e le politiche di giustizia sociale. A sostenere la nuova Costituzione, Sushil Koirala, primo ministro del Nepal, un politico di grande esperienza. La formulazione del nuovo documento è stata frutto di un duro lavoro, non privo di scontri e di proteste da parte delle minoranze, ma tutti sono stati coinvolti nella sua preparazione e, alla fine, l’hanno condivisa. Non è un caso se alla fine sia stata approvata con il voto positivo di 507 membri, su un totale di 601, dell’Assemblea Costituente (come riportato dall’agenzia di stampa francese AFP). Ammirevole.
Anche in Cile, nei giorni scorsi, sono stati avviati i lavori per la nuova Costituzione: a dare la notizia è stato il capo del governo, Michelle Bachelet, che ha annunciato l’inizio delle procedure che, come nei casi precedenti, prevedono il coinvolgimento diretto dei cittadini. Da marzo a ottobre del 2016 la popolazione potrà dialogare con le istituzioni per esprimere le proprie opinioni sul documento finale che sarà poi proposto in Parlamento nel 2017. Il testo finale sarà, quindi, oggetto di un referendum per avere il massimo consenso popolare.
Anche in Italia si sta scrivendo una nuova Costituzione. Semplicemente lo si sta facendo distruggendo, pezzo dopo pezzo, tutti i capi saldi su cui i padri costituenti avevano fondato il documento originario. Una manovra cominciata con Monti il quale, pur avendo ricevuto il mandato di gestire un “governo tecnico”, non mancò di apportare modifiche (assolutamente fondamentali) a ben tre articoli della Costituzione. Da allora non ci si è più fermati. Articolo dopo articolo, i governi pare che non abbiano alcuno scrupolo nel modificare la Costituzione. E di farlo apportando modifiche sostanziali anche a parti fondamentali (ammesso che ce ne siano di meno importanti) di quella che dovrebbe essere la “legge delle leggi”.
Una decisione che non ha precedenti nella storia dell’Italia e che dovrebbe far riflettere sotto diversi aspetti.
A cominciare dal fatto che ad apportare queste modifiche è un gruppo di persone elette con un sistema elettorale incostituzionale: l’attuale Parlamento (e tutto ciò che ne deriva) non è rappresentativo della volontà degli italiani. Quindi, non dovrebbe avallare a sé il diritto di modificare la Costituzione.
Ma non basta. Il Parlamento non sta coinvolgendo in questo processo i cittadini (come, invece, stanno facendo molti altri paesi ufficialmente “meno sviluppati” del nostro). A decidere, spesso imponendo le proprie scelte grazie al voto di fiducia (altra forzatura che storpia i dettami della Costituzione), è il governo. Che è diretto da una persona che non è mai stata scelta dai cittadini (anzi nel suo caso non è stata necessaria neanche la nomina a senatore da parte del Presidente della Repubblica – ma allora perché per Monti è stato necessario?). E ancora. Mentre altri paesi stanno modificando la propria Costituzione per renderla più democratica, in Italia ci si sta spostando sempre di più verso quello che recentemente una giornalista ha definito “premierato assoluto”.
Quello che sta avvenendo in Italia è che poche persone (nessuna delle quali ha ricevuto costituzionalmente questo mandato) stanno riscrivendo le basi della Costituzione avocando a sé diritti che sono del Parlamento e dei cittadini. La decisione di modificare il Senato non è che l’ennesima conferma di ciò. Il governo non sta cercando di modificare un articolo della Costituzione: sta riscrivendo tutta la seconda parte di questo documento. E nel farlo sta stravolgendo la forma di governo e l’equilibrio tra potere legislativo e potere esecutivo. (Per buona pace di Montesquieu, ovvero colui che ha teorizzato la tripartizione dei poteri di uno stato come base per una democrazia).
Un governo “nominato” (e non eletto) da un Parlamento incostituzionale composto da persone nominate (e non elette: è questo uno dei motivi fondamentali che ha fatto dichiarare incostituzionale il Porcellum) ha deciso di stravolgere il modo stesso di intendere l’Italia pensato dai padri costituenti.
E lo sta facendo senza nemmeno nascondersi dietro l’alibi dell’adeguare le leggi italiane ai regolamenti comunitari (che non sono “leggi” proprio perché a decidere non è il Parlamento europeo, ma la Commissione). La decisione di stravolgere la Costituzione farà del Bel Paese un soggetto quasi unico all’interno dell’Unione europea. Sia la Francia che la Germania o la Spagna (giusto per portare alcuni esempi) sono governati da un sistema bicamerale. Sebbene con notevoli differenze, in tutti questi paesi le leggi devono essere approvate da entrambe le camere. Anche il sistema britannico, sebbene con molte differenze, è basato sul bicameralismo.
Con la modifica della Costituzione voluta dal governo Renzi, l’intero modo di essere della cosa comune in Italia sarà stravolto: “Cambia tutta la parte organizzativa della Costituzione, cambia l’equilibrio tra Governo e Parlamento, di fatto abbiamo un altra repubblica …” come ha commentato il costituzionalista Gaetano Azzariti.
Già, una nuova repubblica, sempre più “res” (ovvero oggetto da usare per favorire gli interessi di alcuni) e molto meno “pubblica” (cioè gestita dal popolo). Un modo di interpretare la cosa comune che, secondo alcuni, somiglierebbe in modo preoccupante a quello proposta da Licio Gelli, il discusso capo della P2. In un documento (ritrovato in casa della figlia) Gelli parla di “assorbire” gli apparati democratici della società italiana dentro le spire di un autoritarismo legale che avrebbe avuto al suo centro l’informazione. Un piano che prevedeva la concentrazione di tutte le forze politiche in due soli partiti, il controllo dei media, l’abolizione delle province, ma soprattutto, il “progetto bicamerale”: ovvero, riduzione del numero dei parlamentari e la “ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere” (alla Camera dei Deputati doveva competere la funzione politica e al Senato la funzione economica).
Un progetto di cui lo stesso Gelli, nel 2003, in una intervista a Repubblica, si vantò: “Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo.[…] La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”. E nel 2014, in un’altra intervista pubblicata da IlFattoQuotidiano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della modifica del Senato, Gelli ha confermato che il cosiddetto Piano R., il piano di Rinascita nazionale, prevede “”una quasi totale abolizione del Senato. Riducendone drasticamente il numero dei membri, aumentando la quota di quelli scelti dal presidente della Repubblica e attribuendo al Senato una competenza limitata alle sole materie di natura economica e finanziaria, con l’esclusione di ogni altro atto di natura politica”. Lo scopo del piano di Gelli era chiaro: “Dare un taglio effettivo a un ramo del Parlamento che, storicamente , ha maggiore saggezza e cultura non solo politica, a favore di una maggiore velocità nel fare leggi e riforme”.
Rileggere le parole del “maestro”, dopo aver ascoltato qualsiasi telegiornale fa venire i brividi. E fa venir voglia di trasferirsi in Cile o in Thailandia o magari sulle montagne del Nepal…..
C.Alessandro Mauceri

 

 

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