Ponte sullo Stretto di Messina (la storia infinita…) …..terza (e ultima) parte.

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Passano pochi mesi e cambia il governo. Mario Monti, nominato da Napolitano in fretta e furia prima “senatore a vita” e poi “presidente del Consiglio”, che fa? Dichiara, per voce di Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, che: “Non esiste l’intenzione di riaprire le procedure per il ponte sullo Stretto di Messina, anzi al contrario, il governo vuole chiudere il prima possibile le procedure aperte anni fa dai precedenti governi”. Ennesimo cambio di rotta. E nuove multe (a carico dei cittadini): per questo vengono inseriti, nella legge di stabilità, 300 milioni di euro da destinare al pagamento delle penali per la mancata realizzazione del progetto. In questo periodo, Alfano è leader del PdL (che ha la maggioranza sia al Senato che alla Camera) e il suo partito non dice una parola di questa decisione e appoggia il governo “tecnico” voluto dal Presidente della Repubblica. In questo modo, nel silenzio generale, i soldi stanziati per la realizzazione del Ponte sullo Stretto possono essere stornati a favore delle grandi opere del Nord. A denunciarlo è il deputato dell’Api, Franco Bruno: “L’avere accantonato l’idea di completare l’unico vero corridoio europeo che coinvolgeva la Calabria ha consentito lo spostamento definitivo di quelle risorse verso i territori del Nord. Purtroppo, devo registrare che i fondi del Ponte sullo Stretto, con l’ultimo Decreto “Fare”, sono stati sostanzialmente spostati all’alta velocità Milano-Genova e alla linea 4 della Metropolitana di Milano”….
Non passa neanche un mese che, a ottobre 2012, Monti decide l’ennesimo cambio di strategia (giusto per non essere diverso dalla maggior parte dei suoi predecessori): concede una proroga di due anni per l’approvazione del progetto definitivo del ponte (si dice, al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità…). L’opera viene considerata realizzabile e fruibile entro il 2019.
Forse è solo un coincidenza, ma solo un mese dopo, a novembre 2012, due grandi aziende cinesi (la China Investment Corporation (Cic) e la China Communication and Construction Company (Cccc)) dichiarano di essere interessate a sostenere parte dei costi dell’opera. Anche Giuseppe Zamberletti, presidente della società Stretto di Messina SpA, lo conferma: “Ci sono capitali cinesi pronti a finanziare l’opera”.
Con la Legge 221/12 si decide di stipulare un nuovo contratto con il general contractor Eurolink (ovviamente con nuove previsioni di spesa…). Ma la situazione non cambia. Per questo, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il 15 aprile 2013, la società Stretto di Messina S.p.A. viene posta in liquidazione. Non prima, però, di aver indennizzato Eurolink con alcune decine di milioni di euro di penale. Lo stop alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina “potrà determinare contenzioso ed ulteriori oneri per effetto della mancata realizzazione dell’opera”, a lanciare l’allarme è la Corte dei Conti nella relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria di Anas SpA per l’esercizio 2011. Ma nessuno ascolta il suo monito.
Cambia il governo, ora guidato da Letta. E il nuovo esecutivo (di cui Alfano fa parte, in qualità di ministro degli Interni e di vicepresidente del Consiglio dei ministri) conferma di non volere realizzare il ponte sullo Stretto. In seguito ad una mozione presentata in Parlamento (la 1-00713), il Presidente del Consiglio con decreto del 15 aprile 2013, pone in liquidazione la società Stretto di Messina SpA (si parla di contenziosi per la sua mancata realizzazione, che rischiano di pesare sulle casse pubbliche per più di 1 miliardo di euro). Alfano, visto il ruolo ricoperto, non può non appoggiare la decisione di Letta. Ma alcuni parlamentari a lui vicini cercano di aggirare l’ostacolo (e salvare la Stretto di Messina SpA). Per questo motivo presentano un emendamento (il 4.14) alla Finanziaria: “Il comma 8 dell’articolo 34-decies del decreto legge n. 179/2012 è abrogato e tutti gli atti che regolano i rapporti di concessione nonché le convenzioni e ogni altro rapporto contrattuale stipulato dalla società concessionaria proseguono”. Ma, dato che gli unici emendamenti che hanno una minima probabilità di essere approvati, sono quelli con alle spalle adeguate coperture finanziarie, l’emendamento viene dichiarato inammissibile.
Intanto continuano le pressioni degli ambientalisti affinchè l’opera non venga mai realizzata: dal Fai a Italia Nostra, dalla Legambiente al Man e al Wwf. Ma non basta. Sebbene ad essere stati incaricati siano alcuni tra i più preparati progettisti sulla piazza (almeno, così, si dice) e nonostante gli elaborati siano stati valutati ed approvati decine e decine di volte da decine di enti, c’è chi dice che l’opera sarebbe “tecnicamente irrealizzabile”.
Del ponte sullo Stretto pare non si debba più parlare neanche con il nuovo governo Renzi. Il 10 Novembre 2014, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, presieduto proprio dal “nuovo che avanza”, decide di cancellarlo definitivamente dall’elenco delle “Grandi Opere”. La decisione è confermata dal ministro dei Trasporti Lupi, deputato del Ncd (ovvero, proprio il partito guidato da Alfano), il quale dichiara che l’opera “non è una priorità per il governo”, ma che, secondo lui, “rimane un progetto strategico”. “Io sono sempre favorevole alla realizzazione del ponte e credo sia un tema che qualunque governo dovrebbe porsi”, afferma dispiaciuto Lupi (poco dopo, presenterà le proprie dimissioni a seguito dello scandalo “Grandi Opere”).
Ma (giusto per rendere le cose meno chiare possibili), pare che il governo dimentichi di togliere circa 1,3 miliardi di euro destinati alla realizzazione dell’opera dall’allegato alla nota di aggiornamento del Def (riportati sotto la voce “Revoche finanziamenti” e anche “reimpieghi”). Ad attaccare sono i deputati di Sel che presentano una interrogazione in Parlamento. Alla fine, non senza aver sollevato polemiche e critiche, il Ministero delle Infrastrutture chiarisce l’equivoco: “Il termine reimpieghi – spiega il Mit – indica non lo stanziamento di risorse a un’opera, ma l’indicazione storica di risorse revocate e non utilizzate né utilizzabili”. Come dire: da una parte abbiamo destinato questa somma per la realizzazione dell’opera, dall’altra le abbiamo tolte per farne tutt’altro….
Non passa neanche un anno che il ministro Alfano fa risorgere, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri, l’idea di realizzare un’unione fisica tra la Sicilia e il resto d’Italia e promette che il ponte si farà. “Non vedo ragioni per cui non si debba più parlare del ponte sullo Stretto di Messina. E noi in Parlamento presentiamo una proposta di legge per realizzarlo”. E la Camera dei deputati, che, in tutti questi anni insieme al governo ha dato prova di grande coerenza, approva la mozione del Nuovo Centro Destra (suggerita dal sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro) per “valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del Ponte sullo Stretto come infrastruttura ferroviaria previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici, quale possibile elemento di una strategia di riammagliatura del sistema infrastrutturale del Mezzogiorno”. De Caro specifica che si tratta di un “intervento che non è presente nell’agenda del governo e la cui complessità richiederebbe uno specifico approfondimento, che può tranquillamente essere rimandato ad altro momento”.
Peccato che il governo (di cui Ncd fa parte) dica l’opposto. Il ministro Del Rio ribadisce che il progetto non è nell’agenda del governo: “Sul mio tavolo non c’è alcun dossier sul Ponte nello Stretto, se arriveranno proposte, le valuteremo”. A ribadire che il governo non ha nessuna intenzione di portare avanti questo progetto è addirittura il presidente del Partito Democratico, Matteo Orfini che, in una intervista a Rai3, dichiara: “Il ponte sullo Stretto di Messina non è una priorità di questo Governo e il ministro Del Rio lo ha detto chiaramente. La posizione del Ncd è giusto che sia valutata, ma personalmente non la ritengo prioritaria”.
E gli enti locali? Sì perché in tutta questa vicenda, a pagare le conseguenze di promesse mai mantenute, fino ad ora sono stati prima di tutto i cittadini e i sindaci dei comuni sullo stretto (oltre che, ovviamente, tutti i siciliani). “Siamo indignati che qualcuno parli ancora di realizzazione del Ponte sullo Stretto, dopo che sono già stati bruciati milioni di euro solo per fare campagna elettorale”, afferma il sindaco di Messina Renato Accorinti. Che aggiunge: “Abbiamo fatto 15 anni di lotte nel passato e ora c’è un’importante presa di coscienza della popolazione che ha compreso l’inutilità dell’opera. Che la smettano ogni tanto di parlare del ponte per motivi elettorali, perchè offendono il Sud che per anni è stato preso in giro. Forse vorrebbero di nuovo bruciare milioni di euro e non realizzare invece quelle che sono delle opere indispensabili per la nostra Regione e per la città. Noi vogliamo tutto quello che non ci hanno mai dato al posto del ponte”.
Come dargli torto: le infrastrutture e i servizi sia in Sicilia che in Calabria sono a dir poco fatiscenti (come dimostrano io continui crolli dei mesi scorsi lungo le autostrade dell’isola). E gli interventi promessi per colmare il gap con altre regioni italiane spesso hanno il sapore di vere e proprie prese in giro.
Come quelle delle indennità a seguito degli espropri per la realizzazione dei lavori propedeutici al ponte sullo Stretto. Nessuno ne parla mai, ma sarebbero oltre duemila, tra Calabria e Sicilia, i proprietari immobiliari nei cui confronti la società Stretto di Messina SpA risulta inadempiente per il mancato pagamento delle indennità dovute a seguito della reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio. E questo indipendentemente dal fatto che l’opera sia stata o meno o cancellata dagli obiettivi del governo e che la società sia stata posta in liquidazione. È quanto emergerebbe dalla ricerca che “Benvenuti al Sud” ha commissionato ad un ufficio legale che si occupa della materia. (L’indennità da reiterazione del vincolo costituisce, infatti, un diritto ulteriore ed indipendente dall’indennità di espropriazione del bene vincolato, come peraltro conferma la delibera del CIPE che, nel settembre del 2008, reiterando il vincolo imposto nel 2003 con l’approvazione del progetto preliminare al Ponte, aveva assegnato alla “Stretto di Messina” la somma forfettaria di 5 milioni di euro proprio per far fronte, in parte, alle indennità per “reitero del vincolo”).
Somme che potrebbero andare a sommarsi alle penali (che continuano ad aumentare) che il governo, a causa di tutti questi cambi di rotta e stagnazioni, potrebbe essere costretto a pagare: secondo le ultime stime, il loro totale ammonterebbe a circa 1,5 miliardi di euro. Una somma stratosferica, specie se si considera che, in cambio, gli italiani hanno ricevuto solo promesse al vento. Quello sullo Stretto di Messina.
C.Alessandro Mauceri

 

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