I bambini “invisibili”

La Cina ha diffuso la notizia che, nel paese, non è più in vigore la regola che imponeva ad ogni famiglia di non avere più di un figlio. Una politica introdotta nel 1979, che oggi è divenuta obsoleta a causa della bassa natalità e del rapido invecchiamento della popolazione.
Quella che imponeva un solo figlio, era una legge non scritta, ma non per questo le autorità non imponevano che venisse rispettata. Sono molti i genitori che hanno preferito abbandonare i propri figli, piuttosto che perdere il lavoro o essere costretti a pagare quella che era considerata una grave violazione: nel 2012 un avvocato dello Zhejiang ha stimato che multe che i genitori di un secondo figlio erano stati costretti a pagare avevano consentito all’amministrazione locale di incassare ben 17 miliardi di yuan.

Queste regole non scritte, nel corso degli anni, hanno creato decine e decine di milioni di “invisibili”. È questo il termine con cui, nel corso degli anni, sono stati chiamati i bambini abbandonati.
Un problema che le autorità e le organizzazioni internazionali conoscono da molti anni. Ne parlò l’Unicef che, nel 2005, diffuse uno studio che riportava i dati degli invisibili non solo in Cina, ma in tutto il mondo. Gli osservatori internazionali parlarono di bambini “invisibili, di un’infanzia che non si vede, che non viene considerata, che non riceve aiuto”.
Impressionanti i numeri: solo nei paesi in via di sviluppo, i bambini abbandonati alla nascita erano oltre 50 milioni. Il 55 per cento dei nati nei paesi in via di sviluppo (Cina esclusa) non veniva registrato alla nascita. E, di conseguenza, questi bambini non erano riconosciuti come cittadini. A loro non era fornita istruzione nè assistenza sanitaria. Il futuro per loro non doveva esistere. Per questo decine di milioni di bambini e bambine finivano sulla strada dove erano esposti ad ogni tipo di abuso e sfruttamento, spesso erano vittime di violenze e le condizioni di vita causavano gravi malattie. Molti di loro non sopravvivevano. A dirlo i dati ufficiali: nei paesi meno sviluppati, un bambino su 6 muore prima dei 5 anni e uno su 10 prima di un anno; una bambina su due non frequenta la scuola elementare; uno su tre sotto i 5 anni (42 milioni) è sottopeso; un neonato su 4 non è vaccinato contro il morbillo (malattia che ogni anno uccide 500mila bambini).
Quelli che sopravvivono spesso finiscono diventano “merce”: vengono venduti in adozioni illegali (recentemente in Cina è stato condannato il direttore e alcuni impiegati di un orfanotrofio dello Hunan, per tratta di esseri umani: dal 2002 attraverso la copertura del sistema delle adozioni internazionali, avevano organizzato un lauto trafficoni bambini) o finiscono nel pozzo nero della prostituzione minorile.
Non stupisce che nessuno faccia niente per risolvere il problema: per la maggior parte della popolazione mondiale, questi bambini sono “invisibili”.
A distanza di dieci anni da quel rapporto, la situazione oggi è peggiorata. Ad ammetterlo è un nuovo rapporto Unicef: oggi sono non meno di 230 milioni i bambini “invisibili”.
“La registrazione alla nascita è più di un diritto. È il riconoscimento dell’identità e dell’esistenza del bambino da parte della società”, ha detto Geeta Rao Gupta, vicedirettore esecutivo dell’Unicef. Un diritto che, sempre più spesso, viene negato ai bambini. In alcuni paesi la percentuale dei bambini non registrati alla nascita è spaventosa: in Etiopia sono il sette per cento di tutti nati. Nello Zambia il 14 per cento. E in Pakistan più di un bambino su quattro (il 27 per cento) è “invisibile”. Ancora peggiore, se possibile, la situazione in Cina dove il loro numero è solo ipotizzabile.
Nascite non registrate che, secondo l’Unicef, sono un sintomo di disuguaglianza e di disparità nella società: i bambini più colpiti sono quelli provenienti da gruppi etnici o religiosi minoritari, quelli che vivono in zone rurali o remote, o quelli che hanno la sfortuna di nascere da famiglie povere. A volte, come in Cina, a peggiorare la situazione contribuiscono altre cause. Come la necessità delle famiglie di trasferirsi verso i grandi centri urbani nella speranza (spesso vana) di trovare una vita migliore. E nel farlo abbandonano i figli appena nati. È questo, insieme ad altri fattori (come la regola di non poter avere più di un figlio a coppia), che ha fatto crescere in modo spropositato il numero di bambini “invisibili” (basti pensare che in Cina sono oltre 22 milioni i bambini che sono stati abbandonati dai genitori che si sono trasferiti nelle grandi città in cerca di lavoro).
È così che milioni di bambini finiscono a vivere in condizioni inimmaginabili: in Cina, i più “fortunati” cercano di sopravvivere ai margini della civiltà nelle grandi città. Molti vivono all’aperto, per strada. Solo quando la temperatura scende tanto da non consentire loro di sopravvivere, cercano un riparo di fortuna. Qui vivono senza corrente elettrica, senza riscaldamento (si scaldano tenendo in mano una tazza d’acqua calda o con un fuoco di fortuna). Per loro non c’è la scuola: non hanno l’hukou (il certificato di residenza), non hanno documenti e, quindi, non possono andare a scuola. Per il governo cinese, questi bambini non hanno nessun diritto: niente assistenza sanitaria, niente lavoro quando saranno grandi, niente di niente. Anche per il resto del mondo è come se loro non esistessero: sono “invisibili”.
Pare che i governi si accorgano di questi “problemi sociali” solo in momenti “particolari”. Recentemente il Brasile ha cercato di nascondere quale sia la situazione in cui versano nel paese i bambini che vivono ai margini della società (i cosiddetti meninos de rua). È avvenuto in vista dei mondiali di calcio del prossimo anno. E le soluzioni adottate sono state oltremodo violente. Lo stesso aveva fatto la Cina in occasione delle Olimpiadi del 2008. Anche allora le autorità non mancarono di fare quanto di peggio potevano per nascondere come stavano realmente le cose.
In questi casi si fa di tutto per fare sì che, per le televisioni, per i media, per la gente, decine di milioni di bambini continuino ad essere “invisibili”…..
C.Alessandro Mauceri

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A chi convengono le guerre (e le missioni di pace…..)?

Dopo eventi come la strage di Parigi ei giorni scorsi è normale chiedersi com’è possibile che, nel XXI secolo, avvengano cose simili. Come è stato possibile per un gruppo di rivoltosi come quelli dell’Isis riuscire ad espandere il proprio dominio fino alla Libia e all’Egitto (ma, casualmente, senza toccare paesi come Israele o la Giordania).

Molti pensano che ciò è stato reso possibile grazie al controllo sui pozzi petroliferi e agli aiuti concessi da alcuni paesi come quelli del Golfo (sia il primo ministro iraniano, sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’Isis – senza però fornire prove). Basti pensare che, secondo alcune fonti, l’Is venderebbe petrolio anche alla Siria con cui è in guerra. Anche i proventi derivanti dal contrabbando di reperti archeologici, di cui Siria Libia ed Egitto sono ricchi, costituisce una voce rilevante del bilancio “nazionale”.
Denaro che serve principalmente a consentire un costante afflusso di armi e armamenti per i terroristi.

Basti pensare che, secondo gli studiosi, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno. Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati.

Missioni di pace, guerre e rivolte, in realtà, sono un toccasana per le economie di molti stati. A cominciare dai paesi occidentali.
Mentre in tutta Europa sono in molti a piangere sui cadaveri delle vittime dell’attentato del 14 novembre, nessuno si è preso la briga di chiedere al governo francese quanto abbia beneficiato della guerra contro l’Is. Ebbene, nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Solo due anni, nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Secondo i datai diffusi dal Sipri, ovvero la fonte più autorevole di dati sul commercio di armi e armamenti a livello globale, oggi la Francia è il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania).
Armi che spesso finiscono proprio in Africa e in Medio Oriente: i due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar (che in molti hanno indicato come uno dei maggiori finanziatori e fornitori di armi alle milizie mediorientali) e all’Arabia Saudita che, sempre secondo i dati del Sipri, è il secondo compratore di armi al mondo.
La vendita di armi e armamenti è una fonte di entrate irrinunciabile per molti paesi. Basti pensare che, l’anno scorso, al Salone aeronautico di Dubai, le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.
Giri d’affari e scambi di armi e armamenti che gli accordi internazionali non riescono a controllare (se non in minima parte). Pochi hanno fatto notare che, proprio il giorno dell’attentato, mentre in tutto il mondo la gente piangeva per le vittime delle stragi di Parigi, gli Stati Uniti, asciugate le lacrime, consegnavano l’ennesimo carico di armamenti e munizioni alla coalizione arabo-siriana (secondo quanto affermato dal Pentagono, sono state trasferite da Erbil verso la Siria orientale). Ma la cosa più strana, come ha fatto notare il sito Difesaonline.it, è che il programma “train and equip” (che prevede la collaborazione tra USA e Siria) è stato sospeso. Eppure è continuata incessante la fornitura di equipaggiamento ai ribelli!
Il traffico d’armi è un settore economico di dimensioni mostruose. E quando circolano tanti soldi non possono mancare le banche. Anche quelle italiane. Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi di 4 miliardi e 248 milioni di euro. E questo in barba ai divieti e agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.
Se poi si guarda alle banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale, le cifre diventano spaventose. Stando ai dati di Nigrizia sulle cosiddette “banche armate” (gli istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento). Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente.
Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi. Un controllo che recentemente è stato “semplificato” fino quasi ad essere annullato: ad esempio, sul rapporto relativo alla vendita di armi all’estero una parte rilevante delle vendite non specificata. E gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Uno “snellire” l’iter procedurale che favorisce le banche, ma che è gradito soprattutto ai produttori e agli acquirenti di armi e armamenti.

Armi di cui molto spesso, appena varcati i confini territoriali, si perdono le tracce. Recentemente un tribunale americano ha chiesto il rinvio a giudizio del gruppo bancario francese Bnp Paribas per avere “deliberatamente e consapevolmente” fornito ad al-Qaida “denaro, sostegno materiale e risorse” che hanno permesso ai terroristi di compiere gli attacchi alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe avuto il ruolo di “banca centrale per il governo sudanese”, finanziando le organizzazioni terroristiche con scambi di denaro tra Bnp Nord America e Bnp Svizzera.

Spesso i diversi contendenti di molti conflitti in corso sono uniti da un filo comune: le armi. Uguali i produttori di armi, i trafficanti e anche i finanziatori di questi “scambi commerciali” altamente redditizi.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine.
Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili. Soldi sporchi di sangue, ma pur sempre soldi.
Cercare di pulirlo chiamandole missioni di pace, inneggiando alla guerra santa o imponendo una democrazia gestita da sovrani non eletti da nessuno non servirà a niente. Sarà sempre denaro. E “il denaro non ha coscienza […] è l’uomo che lo possiede ad operare la scelta, e quella scelta si chiama potere” (W.Smith, 1988)…..

C.Alessandro Mauceri

 

Red meat cause cancer?

During the last days an alarm raised on newspapers and media: some kind of meat could cause cancer. Panic about food that is absolutely unfounded: the risks connected with the use of this food are far inferior to others. According to many studies, every year about 50 thousand die because of cancer caused by food. Far fewer of fatal cancers caused by smog (200 thousand), alcoholism (600 thousand) or cigarettes (smoking related deaths are a million). Yet no one has unleashed campaigns or has filled the newspapers of titles against smoking or against alcohol.

Just a few days later Europe – what a coincidence – authorized the consumption of foods such as insects, worms, spiders, algae and larvae. Again many people impressed, but with no reason: most of these foods are eaten in different parts of the world.
Many of those who were shocked by the new EU directive, should discuss about another “food” authorized. With insects and animal foods of various kinds, the Directive permit to consider “food” things completely created in the laboratory!
The European Council, with 359 votes in favor, 202 against and 127 abstentions, included in the “novel food” a simplification of procedures for foods based on cell cultures and tissues, new nanomaterials and dyes. The text of 1997 that contains food “allowed” has been updated with substances realized through chemical and biological industrial processing methods or technologies, such as primary molecular structure modified, foods consisting of, containing or produced from micro-organisms, fungi or algae, foods containing, consisting of or produced from cell cultures or tissues, minerals and other substances intended with complementary foods, foods that contain manufactured nanomaterials. “Parliament was not up to the concerns of Europeans,” stated representatives of the Greens.

The problem is that with this Directive, the European Council has made corporations a great gift allowing them and producing and selling as foods or ingredients something created from scratch in the lab or products with new methods and new technologies (such as, for example, cloning).
The problem is that instead of insects and algae whose edibility is well known, the situation is completely different for synthetic food: there is no evidence that they are eatable or even the consequences that they might have on people health.

Last possibility to avoid filling the dishes of chemicals is the final analysis of the European Food Safety Authority (EFSA). EFSA will have to evaluate new foods and new substances before they are placed in foods sold in the EU. A few weeks ago, about the insects, they said: “When the insects are fed unprocessed feed substances currently authorized, the potential occurrence of microbiological hazards is expected to be similar to that associated with other protein sources unprocessed. As to the transfer of chemical contaminants from different types of substrate as the insect the available data are limited.”
What will happen when they are entirely produced in the laboratory? Nobody knows the implications for human health, and to discover will be difficult, if not impossible. Something that clashes with the Council’s decision to “simplify” the authorization procedures.
The problem are not to find in our food insect larvae. The risk will be permit corporations to include in food they sell in supermarkets, substances that make it “more beautiful” or “more attractive”, but not necessarily healthier or, at least, harmless.

The truth is that now, waiting for the TTIP (and the problems it will cause), it will be easier for multinational companies to expand their market and sell artificial foods even where until now it wasn’t permitted.
A “step forward” imposed on Europe and people who olive there. That with wine without grapes, cheese without milk and chocolate without cocoa, will include in their diet laboratory products ….

C.Alessandro Mauceri

Stones and blood in Myanmar

Nearly one hundred people dead and missing at least another hundred (but there is little hope to find them still alive). Is this is the result of a landslide in a mine in Myanmar.

Just another case of deaths in mines without any security system: a price in blood and human lives that nobody talks or writes about.
The greatest part of the jade in the official markets is extracted in three countries: China, Korea and Myanmar (formerly Burma). Mines are quite often located in hard to reach areas: normal roads disappear into the forest where begins the hell for those who live in the miners, their guards and, of course, for Chinese buyers.

Extraction and trade of mineral usually occur outside of normal commercial channels. Almost half of jade mined in Myanmar is sold in China and, very often, on unofficial market. Billions of dollars (according to data of the ash Center at Harvard University): this market reached eight billion dollars, one-sixth of the entire GDP of Burma.
Nothing of this money remains in Myanmar: most of it goes to Chinese entrepreneurs and armed gangs that rules and permit mining companies to extract and to traffic drugs.

Mine workers are often treated in conditions of semi-slavery. Life goes digging with rudimentary; the only break is for sleeping a few hours or for consuming drugs. The two things are inseparable since several years. Often workers are “convinced ” (the first “dose”, usually is given free) to take drugs to be able to withstand the gruelling work shifts. Heroin, methamphetamine and opium (Myanmar is one of the largest producers of the latter, after Afghanistan). Shortly they become dependant and do not work anymore for a wage (even if ridiculous) but only for receiving their daily “dose”. That’s like their lives go on, until death.

Often a death like in the past few days. The collapse occurred in the state of Kachin. In the same place where, only three years ago, 100 thousand men, women and children had been evacuated during the violent clashes between the Burmese army and Kachin.

Many people know their situation. Authorities knew it: in an interview on the New York Times, Yang Houlan, Chinese ambassador to Myanmar, said that entrepreneurs and business people regularly and systematically violate Burmese laws and Chinese “business man” “cross the border to smuggle out jade”.

A situation that none, up to now, has done anything to change. One is the reason: the jade market is pretty darn prosperous and it grows quickly: during the last quarter of 2014, revenues in the export of jade in Myanmar increased by 30per cent over the same period last year.

Many of these stones are sold in all markets around the world, but especially in China (where they have a huge value tied to the belief that they can have healing properties or they can bring luck).These stones are not green: they are spotted of red, the blood of thousands of people who live as slaves in a hell of mines where they extract the jade.

C.Alessandro Mauceri

Bollette non pagate: l’Italia finirà come la Grecia?

Che la decisione del premier greco Alexis Tsipras avrebbe avuto conseguenze rilevanti sulla vita dei greci era chiaro a tutti. O, almeno, a quanti avevano previsto che, dovendo ripagare (e con interessi salati) l’indebitamento, tasse e imposte sarebbero aumentate.
E così è stato. Gli effetti si sono manifestati nel giro di pochi mesi, in modo rapido e doloroso: i greci, che fino ad ora avevano cercato di limitare le proprie spese ai beni primari e all’indispensabile, ora non sono più in grado di pagare neanche quelli. A lanciare l’allarme è stata l’Azienda Elettrica Pubblica greca. Il numero delle bollette non pagate dai clienti è lievitato fino a raggiungere la cifra spaventosa di 2,5 miliardi di euro. Sono oltre due milioni (su una popolazione di 11 milioni di abitanti) i greci che rischiano il blackout, ovvero che la società tagli loro la fornitura dell’energia elettrica. E questo, con l’inverno ormai alle porte, potrebbe avere conseguenze disastrose.
Secondo quanto riferito da KeepTalkingGreece, sono molti i greci che non hanno più i soldi per pagare la bolletta semplicemente perché il totale richiesto è quasi raddoppiato a causa delle tasse supplementari che sono state aggiunte (su emissioni, imposte “ecologiche”, tasse comunali, canone della televisione pubblica, ecc.). Famiglie, ma anche attività commerciali (solo i debiti delle attività commerciali ammonterebbero a 1,8 miliardi di euro), artigiani, e piccole e medie imprese.
I problemi sono iniziati alcuni anni fa. Gli analisti fanno coincidere l’aumento dei debiti delle famiglie e delle imprese con la decisione di incorporare nelle bollette elettriche la Tassa Speciale sulla Proprietà, nel 2011. Da allora le bollette della luce sono cresciute sempre di più e sempre più velocemente. E contemporaneamente è aumentato il numero di clienti debitori. Semplicemente i consumatori non riuscivano a pagare bollette più che raddoppiate.
La stessa cosa potrebbe verificarsi anche in Italia (del resto l’idea di aggiungere il pagamento di nuove accise e del canone della televisione, non è certo un’invenzione del “nuovo che avanza”). Nel 2014, secondo l’Istat, il 12 per cento dei nuclei familiari italiani era in arretrato con il pagamento delle utenze domestiche. Sono circa 3 milioni le famiglie (l’11,7% del totale) “in difficoltà” con il pagamento delle spese domestiche o delle rate del mutuo o dell’affitto incluse le bollette.
Dati che il Parlamento conosce bene: l’Istat ha consegnato la documentazione in occasione delle audizioni sulla legge di Stabilità, di cui le spese per la casa rappresentano uno dei punti chiave. Le cause di questa situazione non sono molto diverse da quelle che politiche analoghe hanno prodotto in Grecia. L’Istat non sembra avere dubbi in proposito: “si associa nettamente all’onerosità delle spese stesse e, in particolare, alla loro incidenza sul reddito disponibile”.
Ma non basta. Come sempre a pagare sono i più poveri: le categorie di famiglie maggiormente interessate dal problema sono quelle del quinto quintile, ovvero quelle che appartengono alla fascia di reddito più povero (il 29,2% sono risultate in arretrato con le spese per la casa, pari a 1 milione e 505mila famiglie). Il motivo è semplice: le spese per l’abitazione, a cominciare dalle spese per l’energia elettrica, sono una poche delle voci dei bilanci familiari che non erano state eliminate. Almeno fino ad ora.
Dello stesso avviso la Cgia di Mestre che recentemente ha cercato di stilare un elenco delle tasse che gravano sulle tasche degli italiani: tra addizionali, accise, imposte, sovraimposte, tributi, ritenute e altro ne sono state catalogate un centinaio. Fra queste, a pesare maggiormente (per più della metà del gettito, il 53,1%) sono l’Irpef e l’Iva.
“Nel 2015 – ha detto Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio Studi Cgia – ciascun italiano pagherà mediamente 8mila euro di imposte e tasse, importo che sale a quasi 12 mila euro considerando anche i contributi previdenziali”. Un carico sulle spalle degli italiani che aumenta costantemente: “negli ultimi 20 anni le entrate tributarie pro-capite sono aumentate di 76 punti percentuali, molto di più rispetto all’inflazione che, invece, è salita del 47 per cento” ha detto ancora Zabeo.

Un carico fiscale che non aiuta certo i cittadini a risollevarsi dal periodo di crisi: tanto più che la pressione tributaria (imposte, tasse e tributi sul Pil) esercitata in Italia è la terza più alta tra i paesi dell’area euro (peggio del Bel Paese solo Finlandia e Belgio). Facile dire, ad esempio, che in Germania “si vive meglio”: la pressione fiscale in quel paese è inferiore di sette punti percentuali rispetto a quella italiana.

E mentre in quasi tutti i paesi in ripresa (quella vera, non quella virtuale sbandierata da alcuni politici) il carico fiscale diminuisce, in Italia continua ad aumentare. Col rischio di fare del Bel Paese la prossima Grecia….

di C.Alessandro Mauceri

Terrorismo, all’origine il traffico d’armi e gli interessi economici macchiati di sangue

Dopo eventi come la strage di Parigi ei giorni scorsi è normale chiedersi com’è possibile che, nel XXI secolo, avvengano cose simili. Come è stato possibile per un gruppo di rivoltosi come quelli dell’Isis riuscire ad espandere il proprio dominio fino alla Libia e all’Egitto (ma, casualmente,  senza toccare paesi come Israele o la Giordania).

Molti pensano che ciò è stato reso possibile grazie al controllo sui pozzi petroliferi e agli aiuti concessi da alcuni paesi come quelli del Golfo (sia il primo ministro iraniano, sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’Isis – senza però fornire prove). Basti pensare che, secondo alcune fonti, l’Is venderebbe petrolio anche alla Siria con cui è in guerra. Anche i proventi derivanti dal contrabbando di reperti archeologici, di cui Siria Libia ed Egitto sono ricchi, costituisce una voce rilevante del bilancio “nazionale”.

Denaro che serve principalmente a consentire un costante afflusso di armi e armamenti per i terroristi.  Basti pensare che, secondo gli studiosi, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno. Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati.

Missioni di pace, guerre e rivolte, in realtà, sono un toccasana per le economie di molti stati. A cominciare dai paesi occidentali.

Mentre in tutta Europa sono in molti a piangere sui cadaveri delle vittime dell’attentato del 14 novembre, nessuno si è preso la briga di chiedere al governo francese quanto abbia beneficiato della guerra contro l’Is. Ebbene, nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Solo due anni, nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Secondo i datai diffusi dal Sipri, ovvero la fonte più autorevole di dati sul commercio di armi e armamenti a livello globale, oggi la Francia è  il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania).

Armi che spesso finiscono proprio in Africa e in Medio Oriente: i due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar (che in molti hanno indicato come uno dei maggiori finanziatori e fornitori di armi alle milizie mediorientali) e all’Arabia Saudita che, sempre secondo i dati del Sipri, è il secondo compratore di armi al mondo.

La vendita di armi e armamenti è una fonte di entrate irrinunciabile per molti  paesi. Basti pensare che, l’anno scorso, al Salone aeronautico di Dubai, le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.

Giri d’affari e scambi di armi e armamenti che gli accordi internazionali non riescono a controllare (se non in minima parte). Pochi hanno fatto notare che, proprio il giorno dell’attentato, mentre in tutto il mondo la gente piangeva per le vittime delle stragi di Parigi, gli Stati Uniti, asciugate le lacrime, consegnavano l’ennesimo carico di armamenti e munizioni alla coalizione arabo-siriana (secondo quanto affermato dal Pentagono, sono state trasferite da Erbil verso la Siria orientale). Ma la cosa più strana, come ha fatto notare il sito Difesaonline.it, è che il programma “train and equip” (che prevede la collaborazione tra USA e Siria) è stato sospeso. Eppure è continuata incessante la fornitura di equipaggiamento ai ribelli!

Il traffico d’armi è un settore economico di dimensioni mostruose. E quando circolano tanti soldi non possono mancare le banche. Anche quelle italiane. Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi di 4 miliardi e 248 milioni di euro. E questo in barba ai divieti e agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.

Se poi si guarda alle banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale, le cifre diventano spaventose. Stando ai dati di Nigrizia sulle cosiddette “banche armate” (gli istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti  per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto  la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento). Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente.

Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante  il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi. Un controllo che recentemente è stato “semplificato” fino quasi ad essere annullato: ad esempio, sul rapporto relativo alla vendita di armi all’estero una parte rilevante delle vendite non specificata. E gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Uno “snellire” l’iter procedurale che favorisce le banche, ma che è gradito soprattutto ai produttori e agli acquirenti di armi e armamenti.

Armi di cui molto spesso, appena varcati i confini territoriali, si perdono le tracce. Recentemente un tribunale americano ha chiesto il rinvio a giudizio del gruppo bancario francese Bnp Paribas per avere “deliberatamente e consapevolmente” fornito ad al-Qaida “denaro, sostegno materiale e risorse” che hanno permesso ai terroristi di compiere gli attacchi alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe avuto il ruolo di “banca centrale per il governo sudanese”, finanziando le organizzazioni terroristiche con scambi di denaro tra Bnp Nord America e Bnp Svizzera.

Spesso i diversi contendenti di molti conflitti in corso sono uniti da un filo comune: le armi. Uguali i produttori di armi, i trafficanti e anche i finanziatori di questi “scambi commerciali” altamente redditizi.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine.

Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili. Soldi sporchi di sangue, ma pur sempre soldi.

Cercare di pulirlo chiamandole missioni di pace, inneggiando alla guerra santa o imponendo una democrazia gestita da sovrani non eletti da nessuno non servirà a niente. Sarà sempre denaro. E “il denaro non ha coscienza […] è l’uomo che lo possiede ad operare la scelta, e quella scelta si chiama potere” (W.Smith, 1988)…..

 C.Alessandro Mauceri

Perchè i governi salvano sempre e solo le banche?

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei Ministri del governo Renzi, con un decreto scritto e approvato in fretta e furia (di domenica!), ha approvato una misura d’urgenza per salvare quattro banche a rischio fallimento. Banche “in sofferenza” (un eufemismo per dire che erano quasi fallite?) che erano già commissariate da tempo: Banca Marche, Carife, Cari Chieti e Banca Etruria (di cui è stato vicepresidente, fino subito prima di essere commissariata, il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi). Per alcune di loro, le criticità risalgono addirittura al 2011. E, in tutto questo tempo, la gestione controllata non sembra sia servita a risolvere i problemi. Anzi, forse, li ha peggiorati. Al punto che, oggi, le risorse necessarie per evitare clamorosi fallimenti ammonterebbero alla ragguardevole somma di 2 miliardi di euro (ma c’è chi parla di una cifra ben maggiore – tre miliardi – per fornire a queste banche un “certa liquidità”).

Una misura, si sono precipitati a specificare i tecnici del governo, “a costo zero per i contribuenti”. Ammesso che sia vero (non lo è come vedremo tra poco), si tratta dell’ennesimo favore di un governo italiano alle banche.
Del resto, anche a proposito degli aiuti miliardari concessi dai governi precedenti al Mps si parlò di misura a costo zero. Semplici prestiti, si disse. Dimenticando di spiegare che la banca avrebbe potuto restituirli praticamente senza interessi.

E proprio le quattro banche sopra citate erano già state oggetto di un’altra misura da parte del governo: a gennaio scorso quando il CdM si era riunito per decidere della misura per convertire le banche popolari. Una riforma importante alla quale, però, proprio il ministro delle Riforme, Elena Boschi, non partecipò (stando alle sue dichiarazioni, per evitare polemiche dato che il padre era dirigente di una delle banche oggetto della misura). Eppure, in passato, i governi non avevano adottato misure analoghe in favore di banche come il Banco di Sicilia. Ma, allora, nessuno si azzardò a pronunciare una sola parola (e tutti i siciliani stanno ancora pagando le conseguenze di questa “dimenticanza”).

La realtà è che, nonostante trattamenti privilegiati e sostegni da parte di tutti i governi, molti istituti di credito sono in crisi. Negli ultimi anni, a queste “imprese” sono stati erogati miliardi e miliardi di aiuti. Le misure e gli interventi volti a favorire le banche non si contano più.
In attesa del via libera definitivo, da parte di Bruxelles, per la creazione di una “bad bank” nazionale (un istituto che raccolga tutte le “sofferenze” delle banche del Bel Paese e scarichi sulle spalle dei cittadini le conseguenze di gestioni azzardate), il primo gennaio 2016, entrerà in vigore il cosiddetto “bail in”: le banche potrebbero scaricare le perdite derivanti dalla gestione i titoli spazzatura o a rischio anche sui correntisti (con depositi superiori ai 100.000 euro). Un modo come un altro per consentire a questi istituti di far pagare ad altri parte delle colpe derivanti da una cattiva gestione.

Aiuti dopo aiuti che si sommano a trattamenti privilegiati che cercano di nascondere l’elevato numero di banche italiane in crisi. Secondo un rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana, ad essere a rischio sarebbero molte: l’Istituto per il credito sportivo, la Cassa di risparmio di Ferrara, la Banca delle Marche, la Bcc Irpina, la Cassa di risparmio di Loreto, la Banca popolare dell’Etna, la Banca padovana credito cooperativo, la Cru di un Folgaria, il Credito trevigiano, la Banca popolare delle province calabre, la Cassa di risparmio della provincia di Chieti, la Banca di Cascina, la Bcc Banca Brutia, la Bcc di Terra d’Otranto e la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio.

Come mai tante banche versano in condizioni così disastrose? A cosa sono serviti gli aiuti diretti e indiretti concessi fino ad ora? E che fine hanno fatto le montagne di euro periodicamente distribuiti dalla Bce?
A proposito di Bce, alla fine dello scorso anno, la situazione non sembrava così tragica dopo lo “stress test” da lei imposto alle banche europee. Proprio una delle banche oggetto della misura dei giorni scorsi, la Banca popolare dell’Etruria (sempre lei), nel 2014 aveva fatto registrare performance sbalorditive. Inspiegabilmente, però, all’inizio del 2015, la Banca d’Italia ha deciso di commissariarla per “insufficienza patrimoniale rispetto ai requisiti prudenziali”. E senza che nessuno si chiedesse la ragione di un simile cambiamento.

Che la situazione di molte banche è critica lo si sa bene. Lo dicono i numeri. Secondo l’ABI, il rapporto tra le sofferenze bancarie e il capitale ha superato il venti per cento (20.92), con un trend in crescita e un’impennata nell’ultimo periodo. Non a caso, a settembre la Banca d’Italia, in qualità di Autorità nazionale di risoluzione delle crisi nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico europeo, ha preannunciato l’istituzione di una Unità di Risoluzione e gestione delle crisi.
A questo si aggiunge la criticità derivante dalle sofferenze bancarie: secondo i dati del Centro Studi Unimpresa, queste avrebbero raggiunto la ragguardevole somma di 198 miliardi (di cui 142 derivanti da imprese – in barba alla ricrescita sbandierata da Renzi). Una criticità che continua a crescere, anno dopo anno, e che imporrà, per evitare tracolli, la ricapitalizzazione di molte banche.
Una crisi che potrebbe stendersi a macchia d’olio fino a interessare le banche più grandi: in attesa che a pagare siano i cittadini, infatti, a intervenire per compensare le perdite delle banche, dovrebbe essere il Fondo interbancario di garanzia dei depositi (Fitd) o Fondo di risoluzione, cui partecipano i 155 istituti aderenti all’ABI. Soldi che, secondo gli ultimi dati diffusi, dovrebbero essere reperiti attingendo, in prima battuta, alle banche più grandi (come Intesa San Paolo o Unicredit).
Uno stato di criticità di molte banche italiane che ha spinto il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a inviare una lettera al consiglio di supervisione della Bce (a diffondere la notizia è stata Bloomberg) chiedendo di non prendere decisioni “ingiustificate” e “arbitrarie” nell’esame annuale sullo stato degli istituti di credito (Srep).

Investimenti sbagliati, gestioni errate, controlli superficiali, commissariamenti e fallimenti evitati in estremis.
Possibile che gli enti di controllo non si siano mai accorti di tutto questo (a cosa serviva, se non a questo, lo stress test voluto dalla Bce)? E se, invece, se ne erano accorti, cosa è stato fatto?
Tanto più che il problema non riguarda solo le banche italiane: si è già manifestato più volte in diversi paesi europei. In Spagna, in Grecia, ma anche in paesi economicamente “forti” come la Germania: la maggiore banca tedesca, la Deutsche Bank, versa in una situazione critica (da anni è soggetta a procedure e sanzioni miliardarie in tutto il mondo e, secondo diverse agenzie di rating, è a rischio – come dimostra anche il fatto che il titolo è crollato negli ultimi mesi).

La verità è che tutto il modo di gestire la finanza in Europa è stato sbagliato. E le misure correttive adottate fino ad ora non sono state altro che blandi palliativi per favorire chi ha sempre creato soldi dal nulla (basti pensare alla vicenda dei derivati che, pur essendo stati vietati a comuni, province e regioni, costano agli italiani miliardi di euro, al punto che il governo ha deciso di porre il segreto di stato sull’esposizione dello stato in questi titoli e sulle perdite). E quando la situazione è diventata tanto grave da non poterla più nascondere e le banche sono finite “in sofferenza”, le conseguenze della cattiva gestione dei banchieri sono state scaricate sulla gente comune (che si parli di “bad bank” o di “bail in” poco importa).
Il motivo per cui tutto ciò avviene è che, ormai, quasi tutti i paesi europei sopravvivono (e rispettano i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles) grazie alle continue elargizioni di valuta fresca (ma virtuale) da parte delle banche. Sono questi istituti che comprano titoli di stato che non rendono nulla: le ultime aste di Bot a sei mesi e di Ctz a due anni avevano addirittura rendimenti negativi. Quale investitore sarebbe tanto ingenuo da prestare soldi allo stato, sapendo che, per fargli questo favore, deve pure pagare? Nessuno. Eppure, alle aste periodiche, questi titoli vano a ruba. A comprarli sono le banche. Per loro queste forme d’investimento presentano molti vantaggi: innanzitutto, sono una alternativa a “parcheggiare” i soldi nei forzieri della Bce (cosa che costerebbe di più); e, poi, permettono di compensare, almeno in parte, i rischi connessi con altri investimenti ben più rischiosi. Ma non basta: disporre di questi titoli permette alle banche di esercitare forti pressioni su decisioni che dovrebbero essere prese in modo indipendente dal Parlamento, sia esso nazionale o comunitario. Non a caso, recentemente, il Financial Times ha reso noti i risultati di un’inchiesta che proverebbe scambi di informazioni tra “banchieri e asset manager pochi giorni prima, e in un’occasione anche poche ore prima, che venissero prese alcune importanti decisioni strategiche”.
Stando così le cose, non sorprendono gli sforzi compiuti da molti governi nazionali ed europei per risolvere i problemi delle banche. Anche quando i loro bilanci hanno del marcio al loro interno. Anche a costo di scaricare sui clienti (con il bail in) e sui cittadini (con le bad bank) i problemi e le perdite derivanti dalla cattiva gestione.
Anche quando si tratta di misure, come quella approvata nei giorni scorsi dal CdM del governo Renzi, che, forse, riuscirà a prolungare l’agonia di alcune banche. Ma sarà anche l’ennesima dimostrazione di chi comanda realmente il paese ….

C.Alessandro Mauceri