Terrorismo, all’origine il traffico d’armi e gli interessi economici macchiati di sangue

Dopo eventi come la strage di Parigi ei giorni scorsi è normale chiedersi com’è possibile che, nel XXI secolo, avvengano cose simili. Come è stato possibile per un gruppo di rivoltosi come quelli dell’Isis riuscire ad espandere il proprio dominio fino alla Libia e all’Egitto (ma, casualmente,  senza toccare paesi come Israele o la Giordania).

Molti pensano che ciò è stato reso possibile grazie al controllo sui pozzi petroliferi e agli aiuti concessi da alcuni paesi come quelli del Golfo (sia il primo ministro iraniano, sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’Isis – senza però fornire prove). Basti pensare che, secondo alcune fonti, l’Is venderebbe petrolio anche alla Siria con cui è in guerra. Anche i proventi derivanti dal contrabbando di reperti archeologici, di cui Siria Libia ed Egitto sono ricchi, costituisce una voce rilevante del bilancio “nazionale”.

Denaro che serve principalmente a consentire un costante afflusso di armi e armamenti per i terroristi.  Basti pensare che, secondo gli studiosi, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno. Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati.

Missioni di pace, guerre e rivolte, in realtà, sono un toccasana per le economie di molti stati. A cominciare dai paesi occidentali.

Mentre in tutta Europa sono in molti a piangere sui cadaveri delle vittime dell’attentato del 14 novembre, nessuno si è preso la briga di chiedere al governo francese quanto abbia beneficiato della guerra contro l’Is. Ebbene, nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Solo due anni, nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Secondo i datai diffusi dal Sipri, ovvero la fonte più autorevole di dati sul commercio di armi e armamenti a livello globale, oggi la Francia è  il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania).

Armi che spesso finiscono proprio in Africa e in Medio Oriente: i due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar (che in molti hanno indicato come uno dei maggiori finanziatori e fornitori di armi alle milizie mediorientali) e all’Arabia Saudita che, sempre secondo i dati del Sipri, è il secondo compratore di armi al mondo.

La vendita di armi e armamenti è una fonte di entrate irrinunciabile per molti  paesi. Basti pensare che, l’anno scorso, al Salone aeronautico di Dubai, le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.

Giri d’affari e scambi di armi e armamenti che gli accordi internazionali non riescono a controllare (se non in minima parte). Pochi hanno fatto notare che, proprio il giorno dell’attentato, mentre in tutto il mondo la gente piangeva per le vittime delle stragi di Parigi, gli Stati Uniti, asciugate le lacrime, consegnavano l’ennesimo carico di armamenti e munizioni alla coalizione arabo-siriana (secondo quanto affermato dal Pentagono, sono state trasferite da Erbil verso la Siria orientale). Ma la cosa più strana, come ha fatto notare il sito Difesaonline.it, è che il programma “train and equip” (che prevede la collaborazione tra USA e Siria) è stato sospeso. Eppure è continuata incessante la fornitura di equipaggiamento ai ribelli!

Il traffico d’armi è un settore economico di dimensioni mostruose. E quando circolano tanti soldi non possono mancare le banche. Anche quelle italiane. Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi di 4 miliardi e 248 milioni di euro. E questo in barba ai divieti e agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.

Se poi si guarda alle banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale, le cifre diventano spaventose. Stando ai dati di Nigrizia sulle cosiddette “banche armate” (gli istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti  per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto  la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento). Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente.

Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante  il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi. Un controllo che recentemente è stato “semplificato” fino quasi ad essere annullato: ad esempio, sul rapporto relativo alla vendita di armi all’estero una parte rilevante delle vendite non specificata. E gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Uno “snellire” l’iter procedurale che favorisce le banche, ma che è gradito soprattutto ai produttori e agli acquirenti di armi e armamenti.

Armi di cui molto spesso, appena varcati i confini territoriali, si perdono le tracce. Recentemente un tribunale americano ha chiesto il rinvio a giudizio del gruppo bancario francese Bnp Paribas per avere “deliberatamente e consapevolmente” fornito ad al-Qaida “denaro, sostegno materiale e risorse” che hanno permesso ai terroristi di compiere gli attacchi alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe avuto il ruolo di “banca centrale per il governo sudanese”, finanziando le organizzazioni terroristiche con scambi di denaro tra Bnp Nord America e Bnp Svizzera.

Spesso i diversi contendenti di molti conflitti in corso sono uniti da un filo comune: le armi. Uguali i produttori di armi, i trafficanti e anche i finanziatori di questi “scambi commerciali” altamente redditizi.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine.

Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili. Soldi sporchi di sangue, ma pur sempre soldi.

Cercare di pulirlo chiamandole missioni di pace, inneggiando alla guerra santa o imponendo una democrazia gestita da sovrani non eletti da nessuno non servirà a niente. Sarà sempre denaro. E “il denaro non ha coscienza […] è l’uomo che lo possiede ad operare la scelta, e quella scelta si chiama potere” (W.Smith, 1988)…..

 C.Alessandro Mauceri

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