4° potere

di Jacopo Cioni

Sono diversi giorni che non scrivo due righe, non certo per mancanza di argomenti, tutto ciò che avviene in questo miserando Stato è argomento di una riflessione, direi più per un vuoto mentale da abbondanza di argomenti. A fronte di decine di giornalisti professionisti che parlano del nulla e se va bene di qualcosa di concreto ma a mezze parole e nascondendo più o meno velatamente la verità, dovrebbero esistere decine di non giornalisti come me che ci provano a svelare quelle verità. Ed esistono, non sono certo famosi, le loro parole sono raramente oggetto di divulgazione mediatica di massa, ma ci sono. Potrei farne anche un elenco striminzito ma sinceramente non ne vedo l’utilità. L’impenetrabilità di certi argomenti verso i media di divulgazione di massa talvolta sfiorano il ridicolo e una redazione seria dovrebbe accantonare triti argomenti di riempimento temporale e dedicarsi anima e corpo a spiattellare regolarmente argomenti politici ed economici a fronte di una penetrazione nel tessuto sociale di coscienza e a seguito di questa di un’azione che è attualmente assolutamente inesistente, sia a livello politico che popolare.
Certo è che una tal si fatta redazione avrebbe vita difficile, immagino la quantità di querele e sputtanamenti ad opera di altra parte mediatica che si svilupperebbero e quanti soloni si accenderebbero come un mortaretto per controbattere, ma almeno ci sarebbe un confronto. In quante interviste giornalistiche cartacee o televisive vedete un giornalista mettere in difficoltà il suo interlocutore politico? Personalmente lo vedo talmente di rado che sospettare una collusione fra giornalismo e politica o finanza è ormai obbligo. Quei rari spezzoni che esistono girano in rete, ma mai sono riproposti in un telegiornale o in un programma di approfondimento. Più facile assistere a dei cani che scodinzolando annusandosi il posteriore che a vere e proprie inchieste giornalistiche. Certo è che i più conosciuti giornalisti televisivi definirli tali è diventato utopistico e non a caso occupano certi posti. Vedere intervistatori che sappiamo essere collusi con club sovranazionali o altri che sappiamo occupare quel posto solo per influenza politica e non per merito investigativo è stomachevole e per chi conosce i retroscena è un vera e propria pena.
Vuole un movimento politico dimostrare di essere fuori da questi giochetti di censura e avvalorare il proprio riconoscimento verso i Cittadini non solo a parole, ma con atti concreti? Bene, cominci ad organizzarsi per una riforma della comunicazione perchè senza essa, la comunicazione, l’informazione realmente libera e scevra da condizionamenti, non si riuscirà mai a cambiare la coscienza di un popolo o di più popoli. Il nodo del 4° potere è attuale più che mai e non può essere disatteso ancora per molto. Il controllo editoriale non può più essere in mano ai burattinai, ma deve essere realmente libero e non controllabile dai poteri forti. Sovranità dell’informazione. Allora cambieranno le coscienze e le persone ritroveranno i giusti stimoli a combattere per i propri diritti e per quelli dei propri figli. Se ciò non accadrà saranno inutili anche le battagli parlamentari o le riunioni di piazza fra pochi coscienti.

Jacopo Cioni

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COP21 FAILURE!

Today, in Paris, starts the 21th UN Climate Conference (COP21), the international conference for climate. Terrific safety conditions after the attacks that killed 130 people just a couple of weeks ago. For the next two weeks (until 11 December), the entire area of the Bourget where takes place the conference will be controlled by 2,800 agents (other 6,300 will be deployed around Paris).

Leaders coming from 150 countries will try and reach an agreement to reduce global warming and avoid irreversible consequences.
“I count on you to negotiate and build compromises since the next few hours,” said the French Foreign Minister, Laurent Fabius, starting works of the Conference as president. And, referring to other climate conferences (such as the Kyoto and Copenhagen, six years ago), he said: “If we want to rely on a pseudo-miracle last night, I’m afraid that is not a good solution.”

After years of discussion and debate, it seems that the scientific community is unanimous about the state of criticality. The latest data on average annual temperatures are worrying: 2015 will be the warmest year of the Earth since when, in 1880, began the instrument readings. The global average temperature growth of the surface is 1.04 ° C, as confirmed by NASA data. As a matter “almost eerie, a significant jump for models of climate change,” said Hans Joachim Schellnhuber, a climate of CBE Potsdam Institute for Climate Impact Research, who added: “If the trend is not changed, there will be increased temperature by the end of the century more than 5 degrees.”
Anthropogenic warming, added to natural climate variability, will cause terrible changes in the territory.

The goal of the summit is to define actions to be taken to stop, or at least limit, this phenomenon in the coming decades. Therefore, in view of the conference, 183 countries out of 195 (although with considerable delay) presented their promises and proposals to reduce emissions of greenhouse gases.
“Commitments” proposed, however, according to experts, would not avoid the increase in average temperatures of less than 3 degrees. Results will request to re-evaluate its proposals. Beginning in countries that are the biggest polluters, such as most industrialized countries (United States, Europe and Japan) and many of the developing world (China and India).

Promises that most of these countries are not ready to make. USA “are opposed to a binding agreement” (for internal reasons) and “have not presented an alternative approach,” said the European Commissioner for Climate, Miguel Arias Canete, recalling that Paris, unlike Kyoto, “must be a universal agreement, so we want the US to be part of it. ”
And position of the most European countries would be “still far” from what is necessary to reach an effective global agreement, as confirmed Jiri Jerabek Greenpeace. His opinion is shared by other organizations such as the Climate Action Network Europe (CAN) and WWF. According to Jerabek “Europe can do more to accelerate the transition towards an energy system based on renewables and commit to eliminate fossil fuels at home.”
The risk is that, as happened after Kyoto conference, Paris will become another opportunity to make promises not to be maintained or to allow industrialized countries to continue to pollute using “compensation” (a country can go over the limits promised as long as other countries sign a deal to stay below these limits). Wendel Trio, director of Can, said that “the negotiating position includes’ dark areas’ ‘.

Many countries in the developing world, from the Pacific Islands to the African Group, reiterated that they “want a binding agreement” and therefore “those who do not accept it must submit a proposal for negotiation” as confirmed Canete.

C.Alessandro Mauceri

 

Nepal, tre milioni di bambini rischiano di morire (e senza neanche sapere perchè)

Mentre a Parigi, tra la presentazione di studi che confermano i pericoli per l’ambiente del pianeta e una dichiarazione di non voler far niente per risolvere il problema, i partecipanti al COP21 alloggiano in hotel a cinque stelle e si abbuffano in banchetti luculliani, dall’altra parte del mondo, in Nepal, tre milioni di bambini rischiano di morire.
A lanciare l’allarme è stato l’Unicef che ha detto che queste potrebbero essere le conseguenze del terremoto di aprile scorso e, soprattutto, del blocco commerciale con l’India. La maggior parte degli aiuti diretti in Nepal transita attraverso l’India. Ciò ha provocato una grave penuria di carburante, medicine e altri generi di prima necessità. “Con l’arrivo dell’inverno – ha detto il direttore generale Anthony Lake – la mancanza di medicine salvavita e di vaccini, insieme alla malnutrizione e all’ipotermia, è una miscela mortale per i bambini al di sotto dei 5 anni”.
“Il terremoto ha causato una distruzione inimmaginabile” ha dichiarato Rownak Khan, vice rappresentante Unicef in Nepal. “Gli ospedali sono sovraffollati, l’acqua è scarsa, i corpi sono ancora sepolti dalle macerie e le persone dormono all’aria aperta. Queste sono le condizioni perfette per la proliferazione di malattie”. “Il Nepal entra di diritto a far parte della lunga lista dei paesi colpiti da emergenze dimenticate, oggi ad oltre 7 mesi di distanza possiamo dirlo con certezza” ha detto il portavoce dell’Unicef Italia, Andrea Iacomini.
Il sisma che ha colpito il Nepal ad Aprile ha distrutto più di 130.000 case. In un paese dove il 40 per cento dei bambini soffriva già di malnutrizione cronica, ciò ha avuto conseguenze terrificanti.
Almeno 15.000 bambini hanno bisogno di alimenti terapeutici e 288.000 necessitano di cure. “Nei 14 distretti più colpiti il 40 per cento della popolazione colpita è formata da bambini. Non hanno più una casa perché sono state tutte distrutte o sono inagibili. Questi poveri innocenti con il progressivo abbassamento delle temperature rischiano di morire congelati. A loro vanno aggiunti 60mila sfollati che hanno trovato rifugio in uno dei 120 siti di accoglienza del paese, di cui solo l’85% è adatto a sopportare la stagione invernale. Il rischio è altissimo anche per le oltre 80mila famiglie che vivono in zone d’alta quota in rifugi di fortuna, privi di riscaldamento e del gas per cucinare, per non parlare della mancanza di vestiti e coperte. La solidarietà non può fermarsi quando i riflettori dei media si spengono, è ingiusto, inumano” ha aggiunto Iacomini.
Da diverse settimane, a questa situazione si sono aggiunte le difficoltà di ricevere aiuti per la popolazione Madeshi che ha chiesto inutilmente che il Terai (Madesh) diventasse una delle province autonome previste nella nuova costituzione. Pur essendosi dichiarata favorevole alla richiesta dei Madeshi, infatti, l’India ha deciso di limitare i traffici transfrontalieri “per ragioni di sicurezza”. Secondo l’Unicef, a colpire questa parte dell’Asia è la “carenza di gas, cibo e medicine, oltre alla chiusura delle scuole nella regione del Terai”, dove 1,5 milioni di bambini non va più a scuola.
Con l’inverno alle porte la situazione, specie per i minori diventata critica: ai disagi del dopo-terremoto (la ricostruzione è lontana anche solo da cominciare) si sono aggiunti il freddo e le piogge incessanti. Con conseguente rischio di patologie, soprattutto per i più piccoli. Il vaccino contro la tubercolosi manca dai magazzini governativi da tempo e anche altri vaccini e gli antibiotici sono ormai a livello critico. Spesso i soccorsi non possono arrivare perché manca la benzina e le associazioni umanitarie e dei soccorsi non possono spostarsi all’interno del paese per portare aiuti, rifornimenti, andando ad aggravare una situazione già abbastanza critica.
Il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon ha nei giorni scorsi lanciato un appello ai governi di Kathmandu e New Delhi affinche’ giungano presto a un accordo per la riapertura della frontiera per ragioni umanitarie.
L’anno scorso, in Nepal, più di 800 mila bambini sotto i 5 anni hanno sofferto a causa delle condizioni climatiche e circa 5 mila sono morti. “Il Nepal sta collassando – ha detto Iacomini – e il clima di violenza registrato nelle ultime settimane a causa delle proteste contro l’istituzione di una nuova Costituzione non lascia presagire un futuro migliore neanche dal punto di vista politico. Occorre un risveglio di umanità per il popolo nepalese e i suoi bambini”.
E mentre in Nepal milioni di bambini rischiano di morire, in Europa, i politici di tutto il mondo banchettano e chiacchierano del futuro del pianeta (per il quale non faranno niente).
C.Alessandro Mauceri

 

Merkel personaggio dell’anno (chissà se è contenta?)

La rivista Time ha nominato la cancelliera tedesca Angela Merkel “personaggio dell’anno 2015”. E come sempre, in queste occasioni le ha dedicato la copertina con il titolo “Angela Merkel, cancelliera di un mondo libero”. Tralasciando ogni commento sulla decisione di parlare di libertà (dato che, di fatto, da anni la Germania impone le proprie scelte a buona parte dei paesi dell’Unione), resta da capire se essere nominati “personaggio dell’anno” dalla famosa rivista americana sia qualcosa di andare orgogliosi o no.

Prima di lei, a ricevere questo “onore” solo tre tedeschi. Nel 1970 toccò a Willy Brandt (al quale nel 1971 venne conferito anche il premio Nobel per la pace), che solo pochi anni dopo (nel 1974) fu costretto a dimettersi a causa del presunto coinvolgimento di un suo consigliere in una rete di spionaggio a favore della Repubblica Democratica Tedesca. Prima di lui, a ricevere l’ambito riconoscimento, nel 1953, era stato Konrad Adenauer, l’”uomo giusto”, secondo gli alleati (che lo misero alla guida della Germania). Lo stesso che affermò: “Se gli austriaci ci dovessero chiedere risarcimenti per danni di guerra, restituirò loro la salma di Hitler”. Nel 1954, l’Unità, poco prima di una sua visita ufficiale a Roma, lo definì “erede del Kaiser e di Hitler” e “capo del quarto Reich”. Ma erano altri tempi.

Erano altri tempi era appena finita la Seconda Guerra Mondiale. E a proposito di Seconda Guerra Mondiale, un altro tedesco, poco prima era stato nominato “personaggio dell’anno” dalla rivista Time: Hadolf Hitler (unico vincitore a non essere ritratto in copertina). Quale sia l’opinione generale del “fuhrer” e se davvero meritasse quel riconoscimento è qualcosa che tutti possono valutare (ripensando ai lager nazisti).

Il fatto è che, a scorrere l’elenco dei personaggi che nel corso dei decenni sono stati insigniti di questo titolo si incontrano “personaggi” certamente passati alla storia ma dalla carriera quantomeno dubbia. A cominciare da Hailé Selassié, il cui vero nome era Tafari Makonnen Woldemikael (l’altro nome, che significa “Potenza della Trinità”, se lo scelse nel novembre 1930 quando si autoproclamò imperatore). Nel 1935 gli fu conferito il titolo di personaggio dell’anno, ma la sua vita è coperta da numerose ombre: salì al potere dopo aver ordito una congiura contro il cugino Ligg Jasu allora reggente (si dice con l’accordo di Italia, Franca ed Gran Bretagna). Non a caso, nel 1936, il suo slancio riformistico (che gli era valso il titolo) venne bruscamente interrotto dall’invasione dell’Italia fascista. Tornò al potere poco dopo, grazie agli inglesi.

L’anno dopo, toccò a Wallis Simpson, l’amante di Edoardo di Windsor, allora principe del Galles ed erede al trono britannico (per lei, il futuro re abdicò). Due anni dopo essere stata eletta “personaggio dell’anno”, finì sui giornali per una sua frase: quando i tedeschi invasero la Francia, nel maggio del 1940, e dopo la disfatta inglese di Dunquerque, lei commentò: «Non posso dire di essere dispiaciuta». Davvero un “personaggio”.

Anche Stalin ricevette l’ambito riconoscimento. Eppure la storia lo ricorda come colui che diede inizio al periodo delle “purghe” e del Grande terrore (eliminò fisicamente tutti i suoi avversari nel partito, nell’economia, nella scienza, nelle forze armate, nelle minoranze etniche). E fu sempre lui ad organizzare i campi di detenzione e lavoro (Gulag) in cui furono imprigionate milioni di persone. Nonostante ciò, Stalin venne insignito del titolo di personaggio dell’anno non una, ma due volte: nel 1939 e nel 1942.
Del premio venne insignito anche l’esercito americano (nel 1950) che partiva per la Corea: gli storici stimano che il numero delle vittime causate dal conflitto sia di almeno 2.800.000, tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili. Un riconoscimento che venne conferito anche ai militari statunitensi che partivano per l’Iraq (nel 2003): per questa guerra non esistono dati certi sul numero di morti e feriti che avrebbe causato, ma gli storici parlano di “centinaia di migliaia di morti” (c’è chi ha calcolato che il loro numero potrebbe essere superiore ai 700mila).
Nel 1958, la rivista Time assegnò il premio a Charles De Gaulle. Lo stesso anno De Gaulle diede un esempio di cosa intendesse per “democrazia”: stravolse la Costituzione francese (nel “Discorso di Bayeux”) eliminando quella che definiva la “dittatura parlamentare”e accentrando fortemente i poteri nelle mani dell’esecutivo (Presidente della Repubblica e governo da lui nominato) a discapito del Parlamento.

Per due anni di seguito il riconoscimento toccò a Nixon (nel 1971 e nel 1972). Solo un paio d’anni dopo, nel 1974, Nixon fu coinvolto nello scandalo Watergate e fu costretto a dimettersi, ma non prima di aver mandato migliaia di concittadini a morire in guerra in Vietnam. Le sue politiche sulla vicenda della guerra erano basate su una serie di principi fissati con i suoi collaboratori Melvin Laird ed Henry Kissinger.

Non a caso, anche quest’ultimo, l’anno dopo (1973), venne insignito dell’ambito titolo di personaggio dell’anno. Fu lui ad accompagnare il nuovo presidente Ford in Indonesia dove pare siano stati definiti i dettagli dell’invasione di Timor Est. La guerra tra Indonesia e Timor Est causò migliaia di morti e c’è chi afferma che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto in armi e armamenti all’Indonesia da parte degli americani.
L’attenzione degli Usa è sempre stata rivolta verso l’Asia e verso il Medio Oriente. Nel 1979, ad essere riconosciuto personaggio dell’anno fu l’ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, leader carismatico dell’estremismo islamico che portò alla rivolta nel proprio paese. Proprio quell’anno, lo scià fu costretto a fuggire dall’Iran e Khomeyni, di ritorno da un esilio durato quasi sedici anni, instaurò la “repubblica islamica”. Fu allora che migliaia dei collaboratori del deposto scià furono arrestati e fucilati dopo processi sommari. Nel sua autobiografia, Ali Ağca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II (anche lui personaggio dell’anno, nel 1994), ha dichiarato che mandante era Ruhollah Khomeyni, che gli avrebbe ordinato in turco di “uccidere il Papa in nome di Allah”.
L’elenco dei soggetti “discutibili” o delle scelte opinabili con cui la rivista Time ha assegnato il titolo di personaggio dell’anno è lunghissimo. Fino alla decisione di pochi giorni fa di indicare la Merkel “Person of the Year”.

Un riconoscimento, visti i suoi predecessori, di cui non si sa bene se la cancelliera debba essere orgogliosa o arrabbiata.

C.Alessandro Mauceri

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Tutti (tranne Renzi) dicono che in Italia la corruzione sta dilagando

Distratti dalle beghe legate ad alcune banche, è passato in sordina la data del 9 dicembre: dal 2003, in tutto il mondo, in questo giorno si celebra la Giornata Internazionale Contro la Corruzione, istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare i cittadini sul problema.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha diffuso un documento in cui sono raccolti i dati sull’attuazione della Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali del 17 dicembre 1997 (Working-Group-on-Bribery). I “numeri”, aggiornati a dicembre 2014, parlano di 393 indagini in 25 Stati dal 1999 al 2014. Ma a sorprendere sono altri dati riportati nello studio: le condanne, ad esempio, che sono state complessivamente 361 per le persone fisiche (e 126 per quelle giuridiche). In ben 24 stati (tra i quali la Grecia) non sarebbero mai state comminate sanzioni per corruzione né nei confronti di persone fisiche né nei confronti di persone giuridiche (nel periodo indicato).
Un problema grave in Italia e in Sicilia. A denunciarlo è stato Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, (l’Autorità Nazionale Anticorruzione): “I numeri delle sentenze definitive relative a processi per corruzione in Italia sono disastrosi”. Lo ha fatto intervenendo al Forum “Anticorruzione e Trasparenza”. “Purtroppo far emergere casi di corruzione in Italia è difficile, in quanto nessuno denuncia. Sarebbe necessario che prima dell’intervento penale fossero predisposti strumenti di prevenzione”, ha aggiunto. “Nel solo caso delle grandi opere pubbliche la corruzione (comprese le perdite indirette) è stimata a ben il 40% del valore totale dell’appalto. Secondo gli studi, l’ alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.
È questo il motivo per cui la corruzione si sta diffondendo a macchia d’olio: le probabilità di essere scoperti è minima e condannati ancor più bassa.
Ormai è raro trovare un grande progetto che non si sia macchiato di corruzione: dal Mose, all’Expo 2015 a Mafia Capitale (solo per citare i più famosi). Per non parlare delle attività di lobbying (in Italia ancora poco regolamentata) e degli appalti. Secondo i dati della relazione dell’Unione europea sulla lotta alla corruzione, questo fenomeno costa all’economia europea 120 miliardi di euro ogni anno e secondo la Corte dei conti italiana fa notare che i costi diretti totali della corruzione sarebbero 60 miliardi di euro l’anno (pari a circa il 4% del PIL).
Eppure la Convenzione è in vigore per l’Italia dal 15 dicembre 2000 (legge di ratifica ed esecuzione n. 300/2000) e con il Dlgs n. 231/2001 è stata introdotta la responsabilità amministrativa delle società per reati di corruzione interna e internazionale. E non sono mancati gli arresti: solo nel 2014, hanno portato a centinaia di arresti in Calabria (244), in Piemonte (201), in Lombardia (209). Arresti che però, come in molti altri paesi, solo raramente sono stati seguiti da condanne.
Ancora peggio la situazione in Sicilia: al portale anticorruzione lanciato dal Movimento 5 Stelle in Sicilia, in sole due settimane, sono stati registrati oltre duecento casi. “Ci sono segnalazioni di tutti i tipi: alcune denunce sembrano veramente interessantissime. È ovvio che tutto va preso con le pinze ed analizzato con la massima attenzione, alla ricerca di riscontri che ci possano portare a denunciare tutto alla magistratura” ha detto la parlamentare Giulia Di Vita. Pare che il settore più appetibile sia quello della Formazione professionale. Ma la corruzione dilaga anche in altri settori. Come quello della sanità. A denunciarlo è stato Francesco Macchia, presidente dell’Istituto per la promozione dell’etica in Sanità, che commentando i dati del Libro bianco dell’Ispe, ha detto: “Sprechi, inefficienze e corruzione costano ogni anno all’Italia 23 miliardi di euro: la malasanità ci costa in pratica l’equivalente di una finanziaria. È anche per queste ragioni che la Sicilia affonda. Anni di infiltrazioni mafiose, incompetenza e malcostume, hanno fatto sì che gli abitanti dell’Isola abbiano pagato 300 milioni di euro in più per ripianare i conti in rosso. Hanno versato le massime aliquote possibili per avere dei servizi sanitari spesso scadenti e inadeguati”. Che ha aggiunto: “Il settore dove si sperpera la maggior parte dei 23 miliardi l’anno è il procurement, ossia l’acquisto di beni e servizi che rappresenta il 40 per cento del budget sanitario”. E ancora, “C’è corruzione anche in ambito farmaceutico, dove si registra il fenomeno della sovraprescrizione e quello del comparaggio che lega talvolta in maniera indebita medici e aziende in nome di reciproci vantaggi economici”.
Dati, quelli riportati da Macchia, che sarebbero confermati anche da uno studio di Transparency International Italia, in collaborazione con Rissc e Ispe-Sanità. Fatta eccezione per quattro regioni che sembrerebbero immuni da problemi legati alla corruzione nella sanità, in tutte le altre è ormai una piaga dilagante. Al punto che per classificare e registrare tutti casi i ricercatori hanno dovuto suddividere i casi in sottoclassi: farmaci, nomine, appalti di beni e servizi, sanità privata e negligenza medica.
Una situazione che il governo pare non conoscere bene. Anzi, sembra non conoscerla affatto. Almeno stando alle parole pronunciate da Renzi, poche settimane fa al G20. Il premier ha dichiarato che l’Italia è diventata un esempio a livello internazionale nella lotta alla corruzione. “Due esempi di buon funzionamento, di best practices: Anac per salvare Expo e combattere corruzione”. Peccato che proprio l’Anac abbia detto l’esatto contrario e che, a proposito dell’Expo 2015, uno dei sub commissari nominanti dal governo abbia dovuto patteggiare una pena a tre anni per corruzione (Antonio Acerbo avrebbe pilotato la gara per la costruzione delle Vie d’acqua sud in cambio di contratti fittizi di consulenza a favore del figlio Livio). Ma non basta, anche la Corte dei Conti avrebbe aperto un’inchiesta a proposito di certe gare d’appalto per la realizzazione della manifestazione appena conclusa. “Negare che ci siano fatti di corruzione su Expo sarebbe negare l’ovvio” aveva detto Cantone a proposito dell’Expo 2015. Ma di tutto questo Renzi pare non sapere nulla.
Diversa la posizione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La corruzione è un furto di democrazia! Per questo la guerra contro questo male non può basarsi solo sull’azione “degli organismi internazionali, degli Stati, delle istituzioni pubbliche e dei corpi sociali”. È imprescindibile la “pratica di una cittadinanza attiva”, ha aggiunto Mattarella.
C.Alessandro Mauceri

L’affare banche (e gli scheletri nell’armadio)

L’”affare banche” si contorna di aspetti strani ogni minuto che passa. Dopo le polemiche a proposito degli interessi di uno dei ministri in una delle banche salvate dal governo (pare che mezza famiglia fosse in qualche modo “interessata” al salvataggio della banca), è la volta il presidente del consiglio: Renzi ha promesso che il governo interverrà per tutelare i risparmiatori che hanno perso tutti i loro risparmi (e alcuni di loro anche la vita). Salvarli come? In modo “renziano”, ovviamente.
A rimborsare i correntisti dovrebbe essere un “fondo di solidarietà” finanziato con 100 milioni provenienti dal Fondo interbancario per la tutela dei depositi. Ma, e qui sta il bello, ad essere risarciti non saranno tutti i risparmiatori, ma solo alcuni: a definire i criteri di scelta e a gestire la faccenda sarà un commissario. Perché questo arbitrato non dovrebbe essere affidato alla Consob o alla Banca d’Italia (qual è il suo ruolo da quando molte delle sue competenze sono passate alla Bce)? Senza contare che la nomina del soggetto che dovrà occuparsi dell’analisi dei correntisti da risarcire non avverrà mediante una selezione (magari a seguito di un bando pubblico): sarà effettuata con decreto del presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’Economia e previa deliberazione del Consiglio dei ministri.
Nessuno sa quali saranno i criteri adottati per questa selezione né perché dovrebbero essere risarciti solo alcuni e non tutti quelli che sono stati danneggiati dal modo di fare delle banche. Un modo di fare che, in più occasioni, sarebbe stato tutt’altro che trasparente. “Il problema non è tanto cosa firma il cliente all’atto dell’acquisto dei prodotti finanziari, ma il grado di consapevolezza da questi raggiunto allorché gli viene sottoposto il prospetto informativo”, ha detto Vincenzo Imperatore, ex manager e capo area di un importante istituto di credito, autore del libro “Io so e ho le prove”. Che ha aggiunto: “Nel momento in cui il cliente intende effettuare un investimento, la banca è obbligata a fotografare il suo grado di preparazione, la consapevolezza che ha del mercato finanziario e delle dinamiche economiche. Così il funzionario di banca – in base alla direttiva Mifid – deve porgli un questionario. In questo modo viene creato il profilo di rischio del cliente, personalizzato e modellato sulla base delle sue conoscenze”. Secondo Imperatore, spesso i clienti delle banche non sanno esattamente cosa hanno firmato o non sarebbero in grado di conoscere il livello di rischio che certi investimenti comportano.
Anche altri i risvolti di questa vicenda appaiono poco chiari. Come ha più volte denunciato il settimanale l’Espresso, sarebbe molto strano quanto è accaduto in un’altra di queste banche: secondo la rivista, alcuni azionisti della Popolare di Vicenza sarebbero riusciti a disfarsi delle azioni della banca subito prima che esplodesse lo scandalo (con conseguente calo del valore dei titoli di oltre il 20 per cento). A farlo, però, sarebbero stati alcuni imprenditori (tra loro ci sarebbe addirittura un banca) e nomi illustri dell’alta borghesia, mai persone comuni. Almeno una ventina di azionisti nel 2014, poco prima del crollo della banca, sarebbero stati così previdenti da decidere liberarsi delle azioni. Proprio poche settimane prima che la Popolare di Vicenza facesse il tonfo (l’ultima semestrale ha mostrato perdite superiori al miliardo di euro). Il sospetto avanzato da l’Espresso è che mentre a molti dei risparmiatori veniva nascosto quale fosse realmente lo stato dell’azienda, ad altri, invece, sarebbe stato detto quando era il momento di abbandonare la nave.
Ma non basta. Anche il motivo di tanta fretta da parte del governo nel varare il decreto e soprattutto di quali saranno i criteri adottati per il salvataggio dei clienti delle banche sono poco chiari. Dall’1 gennaio 2016, entrerà in vigore la possibilità per le banche di effettuare il bail in, ovvero la possibilità di far pagare la cattiva gestione saranno prima di tutto gli azionisti, ma anche i correntisti. Se già risulta poco chiara la situazione per i primi, potrebbe essere ancora più complicata per i secondi. Tra i clienti delle banche ci sono anche grossi enti i quali, in caso di bail in, non potrebbero esimersi dal “condividere” i problemi delle banche. Enti come l’Anas che pare abbia depositato una bella sommetta proprio su un conto aperto presso Carichieti, un’altra delle banche in crisi. In caso di default della banca, per pagare parte delle perdite potrebbero essere prelevati i soldi dell’Anas (che è al 100 per cento proprietà dello stato).
A meno che qualcuno non intervenga prima scegliendo con oculatezza quali clienti e quali banche aiutare e commissariando il soggetto valutatore.
Una vicenda, quella del modo di gestire e di salvare le banche, che appare più sporca ogni giorno che passa. Non c’è da sorprendersi se gli italiani non hanno più fiducia nelle banche. Oggi, nove italiani su dieci non si fidano più delle banche: “Per il sistema bancario – ha detto Pietro Vento, direttore di Demopolis – è il punto più basso degli ultimi dieci anni”. Come dargli torto: a chi, aprendo un deposito bancario e, è stato detto che, in base alla legge vigente, una volta depositati, i suoi soldi non sarebbero più stati loro proprietà, ma sarebbero automaticamente diventati proprietà delle banche? Eppure è proprio quello che accade dopo aver messo la firma su decine e decine di fogli…..
C.Alessandro Mauceri

Vende la sua vecchia auto e la rivede in Tv in mano ai terroristi

Alzi la mano chi non si è mai domandato che fina abbia fatto la propria auto dopo che l’aveva venduta. A tutti fa piacere sapere se i nuovi proprietari si sono trovati bene o se, invece, come era capitato al precedente proprietario (magari l’aveva venduta proprio per questo) aveva creato problemi.

Nessuno, però, si sognerebbe mai di vedere quella che è stato il proprio mezzo di trasporto nelle mani dei terroristi dell’Isis. È quello che è capitato ad un cittadino americano. Dopo aver guidato per anni il proprio pick up, Mark Oberholtzer un idraulico texano, ha deciso di venderlo usato ad una società americana. Indicibile il suo stupore quando in una foto apparsa su Twitter e raffigurante un gruppo jihadista operante vicino ad Aleppo ha visto che i miliziani erano proprio sulla sua vettura. Impossibile pensare che possa essersi trattato di un errore: l’immagine riportata mostrava chiaramente lo sportello del pick up su cui compariva ancora il logo della società dell’ignaro idraulico americano.
Resta ancora da chiarire come mai il mezzo sia potuto arrivare nelle mani dei terroristi dell’Isis. Intanto il signor Oberholtzer ha deciso di intentare causa nei confronti della società cui aveva venduto il suo vecchio furgone e ha chiesto un milione di dollari di danni: da quando le foto del suo furgone sono comparse su internet (mostrando chiaramente il nome della sua società e il suo recapito telefonico) è stato tempestato di telefonate e di minacce. Ma non basta è stato anche interrogato sulla vicenda dall’FBI e dall’NSA, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale, che gli hanno consigliato di “proteggere se stesso” dato che “ci sono dei matti là fuori”.
E tutto questo solo per aver venduto la sua vecchia auto.

C.Alessandro Mauceri

 

Le crisi delle banche italiane: quasi 200 miliardi di Euro di ‘sofferenze’

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei Ministri del governo Renzi, con un decreto scritto e approvato in fretta e furia (di domenica!), ha approvato  una misura d’urgenza per salvare quattro banche a rischio fallimento. Banche “in sofferenza” (un eufemismo per dire che erano quasi fallite?) che erano già commissariate da tempo: Banca Marche, Carife, Cari Chieti e Banca Etruria (di cui è stato vicepresidente, fino subito prima di essere commissariata, il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi). Per alcune di loro, le criticità risalgono addirittura al 2011. E, in tutto questo tempo, la gestione controllata non sembra sia servita a risolvere i problemi. Anzi, forse, li ha peggiorati. Al punto che, oggi, le risorse necessarie per evitare clamorosi fallimenti ammonterebbero alla ragguardevole somma di 2 miliardi di Euro (ma c’è chi parla di una cifra ben maggiore – 3 miliardi di Euro – per fornire a queste banche un “certa liquidità”).

Una misura, si sono precipitati a specificare i tecnici del governo, “a costo zero per i contribuenti”. Ammesso che sia vero (non lo è come vedremo tra poco), si tratta dell’ennesimo favore di un governo italiano alle banche. Del resto, anche a proposito degli aiuti miliardari concessi dai governi precedenti al Monte dei Paschi di Siena (MPS) si parlò di misura a costo zero. Semplici prestiti, si disse. Dimenticando di spiegare che la banca avrebbe potuto restituirli praticamente senza interessi.

E proprio le quattro banche sopra citate erano già state oggetto di un’altra misura da parte del governo: a gennaio scorso quando il Consiglio dei Ministri si era riunito per decidere della misura per convertire le Banche popolari. Una riforma importante alla quale, però, proprio il ministro delle Riforme, Elena Boschi, non partecipò (stando alle sue dichiarazioni, per evitare polemiche dato che il padre era dirigente di una delle banche oggetto della misura). Eppure, in passato, i governi non avevano adottato misure analoghe in favore di banche come il Banco di Sicilia. Ma, allora, nessuno si azzardò a pronunciare una sola parola (e tutti i siciliani stanno ancora pagando le conseguenze di questa “dimenticanza”).

La realtà è che, nonostante trattamenti privilegiati e sostegni da parte di tutti i governi, molti istituti di credito sono in crisi. Negli ultimi anni, a queste “imprese” sono stati erogati miliardi e miliardi di aiuti. Le misure e gli interventi volti a favorire le banche non si contano più.

In attesa del via libera definitivo, da parte di Bruxelles, per la creazione di una “bad bank” nazionale (un istituto che raccolga tutte le “sofferenze” delle banche del Belpaese e scarichi sulle spalle dei cittadini le conseguenze di gestioni azzardate), il primo gennaio 2016, entrerà in vigore il cosiddetto “bail in”: le banche potrebbero scaricare le perdite derivanti dalla gestione dei titoli spazzatura o a rischio anche sui correntisti (con depositi superiori ai 100.000 euro). Un modo come un altro per consentire a questi istituti di far pagare ad altri parte delle colpe derivanti da una cattiva gestione.

Aiuti dopo aiuti che si sommano a trattamenti privilegiati che cercano di nascondere l’elevato numero di banche italiane in crisi. Secondo un rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana, ad essere a rischio sarebbero molte: l’Istituto per il credito sportivo, la Cassa di risparmio di Ferrara, la Banca delle Marche, la Bcc Irpina, la Cassa di risparmio di Loreto, la Banca popolare dell’Etna, la Banca padovana credito cooperativo, la Cru di Folgaria, il Credito trevigiano, la Banca popolare delle province calabre, la Cassa di risparmio della provincia di Chieti, la Banca di Cascina, la Bcc Banca Brutia, la Bcc di Terra d’Otranto e la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio.

Come mai tante banche versano in condizioni così disastrose? A cosa sono serviti gli aiuti diretti e indiretti concessi fino ad ora? E che fine hanno fatto le montagne di euro periodicamente distribuiti dalla Banca Centrale Europea (BCE)? A proposito di BCE, alla fine dello scorso anno, la situazione non sembrava così tragica dopo lo “stress test” dalla stessa Banca Centrale Europea imposto alle banche dei Paesi dell’Unione Europea. Proprio una delle banche oggetto della misura dei giorni scorsi, la Banca popolare dell’Etruria (sempre ‘lei’), nel 2014 aveva fatto registrare performance sbalorditive. Inspiegabilmente, però, all’inizio del 2015, la Banca d’Italia ha deciso di commissariarla per “insufficienza patrimoniale rispetto ai requisiti prudenziali”. E senza che nessuno si chiedesse la ragione di un simile cambiamento.

Che la situazione di molte banche sia critica lo si sa bene. Lo dicono i numeri. Secondo l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), il rapporto tra le sofferenze bancarie e il capitale ha superato il venti per cento (20.92), con un trend in crescita e un’impennata nell’ultimo periodo. Non a caso, a Settembre, la Banca d’Italia, in qualità di Autorità nazionale di risoluzione delle crisi nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico europeo, ha preannunciato l’istituzione di una Unità di Risoluzione e gestione delle crisi.

A questo si aggiunge la criticità derivante dalle ‘sofferenze’ bancarie: secondo i dati del Centro Studi Unimpresa, queste avrebbero raggiunto la ragguardevole somma di 198 miliardi di Euro (di cui 142 miliardi di Euro derivanti da imprese – in barba alla ricrescita sbandierata da Renzi). Una criticità che continua a crescere, anno dopo anno, e che imporrà, per evitare tracolli, la ricapitalizzazione di molte banche.

Una crisi che potrebbe stendersi a macchia d’olio fino a interessare le banche più grandi: in attesa che a pagare siano i cittadini, infatti, a intervenire per compensare le perdite delle banche, dovrebbe essere il Fondo interbancario di garanzia dei depositi (Fitd) o Fondo di risoluzione, cui partecipano i 155 istituti aderenti all’ABI. Soldi che, secondo gli ultimi dati diffusi, dovrebbero essere reperiti attingendo, in prima battuta, alle banche più grandi (come Intesa San Paolo o Unicredit).

Uno stato di criticità di molte banche italiane che ha spinto il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a inviare una lettera al consiglio di supervisione della BCE (a diffondere la notizia è stata Bloomberg) chiedendo di non prendere decisioni “ingiustificate” e “arbitrarie” nell’esame annuale sullo stato degli istituti di credito (Srep).

Investimenti sbagliati, gestioni errate, controlli superficiali, commissariamenti e fallimenti evitati in estremis. Possibile che gli enti di controllo non si siano mai accorti di tutto questo (a cosa serviva, se non a questo, lo stress test voluto dalla BCE)? E se, invece, se ne erano accorti, cosa è stato fatto?

Tanto più che il problema non riguarda solo le banche italiane: si è già manifestato più volte in diversi Paesi europei. In Spagna, in Grecia, ma anche in Paesi economicamente “forti” come la Germania: la maggiore banca tedesca, la Deutsche Bank, versa in una situazione critica (da anni è soggetta a procedure e sanzioni miliardarie in tutto il mondo e, secondo diverse agenzie di rating, è a rischio, come dimostra anche il fatto che il titolo è crollato negli ultimi mesi).

La verità è che tutto il modo di gestire la finanza in Europa è stato sbagliato. E le misure correttive adottate fino ad ora non sono state altro che blandi palliativi per favorire chi ha sempre creato soldi dal nulla (basti pensare alla vicenda dei derivati che, pur essendo stati vietati a Comuni, Province e Regioni, costano agli italiani miliardi di Euro, al punto che il governo ha deciso di porre il segreto di Stato sull’esposizione dello stesso Stato italiano in questi titoli e sulle perdite). E quando la situazione è diventata tanto grave da non poterla più nascondere e le banche sono finite “in sofferenza”, le conseguenze della cattiva gestione dei banchieri sono state scaricate sulla gente comune (che si parli di “bad bank” o di “bail in” poco importa).

Il motivo per cui tutto ciò avviene è che, ormai, quasi tutti i Paesi europei sopravvivono (e rispettano i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles) grazie alle continue elargizioni di valuta fresca (ma virtuale) da parte delle banche. Sono questi istituti che comprano titoli di Stato che non rendono nulla: le ultime aste di Bot a sei mesi e di Ctz a due anni avevano addirittura rendimenti negativi. Quale investitore sarebbe tanto ingenuo da prestare soldi allo Stato, sapendo che, per fargli questo favore, deve pure pagare? Nessuno. Eppure, alle aste periodiche, questi titoli vanno a ruba. A comprarli sono le banche. Per loro queste forme d’investimento presentano molti vantaggi: innanzitutto, sono una alternativa a “parcheggiare” i soldi nei forzieri della BCE (cosa che costerebbe di più); e, poi, permettono di compensare, almeno in parte, i rischi connessi con altri investimenti ben più rischiosi.

Ma non basta: disporre di questi titoli permette alle banche di esercitare forti pressioni su decisioni che dovrebbero essere prese in modo indipendente dal Parlamento, sia esso nazionale o comunitario. Non a caso, recentemente, il Financial Times ha reso noti i risultati di un’inchiesta che proverebbe scambi di informazioni tra “banchieri e asset manager pochi giorni prima, e in un’occasione anche poche ore prima, che venissero prese alcune importanti decisioni strategiche”.

Stando così le cose, non sorprendono gli sforzi compiuti da molti governi nazionali ed europei per risolvere i problemi delle banche. Anche quando i loro bilanci hanno del marcio al loro interno. Anche a costo di scaricare sui clienti (con il “bail in”) e sui cittadini (con le bad bank) i problemi e le perdite derivanti dalla cattiva gestione.

Anche quando si tratta di misure, come quella approvata nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, che, forse, riuscirà a prolungare l’agonia di alcune banche. Ma sarà anche l’ennesima dimostrazione di chi comanda realmente il Paese …

C.Alessandro Mauceri

La conferenza per l’ambiente di Parigi è solo una passerella internazionale di ipocriti

Se si paragonasse la vita della Terra, dalla sua origine ad oggi, ad un giorno di 24 ore, la comparsa dell’uomo sarebbe avvenuta nell’ultimo secondo. Ma le azioni che stanno causando danni permanenti sono solo quelle compiute dall’uomo negli ultimi millesimi di secondo. E il pianeta è ormai prossimo al “punto di non ritorno”. Per questo motivo chiunque faccia proposte per “salvare l’ambiente” che non serviranno a nulla inutili non può non essere chiamato ipocrita. Ci riferiamo ai protagonisti del  COP21, la conferenza per l’ambiente indetta dalle Nazioni Unite che va in scena in questi giorni a Parigi.

Le tecnologie e il modo per ridurre i danni all’ambiente sono noti da decenni. Ma chi più di ogni altro inquina finge di non conoscerli e solo per motivi meramente economici: per permettere a pochi di accumulare sempre più soldi. Per queste persone, riunirsi a Parigi per parlare di ambiente è da ipocriti. Come lo è stato nelle precedenti riunioni: ogni volta gli obiettivi concordati non sono stati rispettati. È per questo che siamo giunti alla ventunesima riunione (il nome COP21 deriva proprio dal fatto che questa è la “ventunesima” volta che i capi di Stato si riuniscono per “salvare” il pianeta).

Gli argomenti trattati negli interventi di apertura da molti dei leader erano rivolti ad altri problemi: per molti capi di Stato l’ambiente non è “prioritario” (a cominciare da Obama, che ha parlato quasi esclusivamente di beghe politiche e di interventi militari in Siria e in Turchia).  E anche quando si è parlato di ambiente, nessuno dei ‘capi’ dei Paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento globale ha detto niente di concreto. A cominciare dalla Cina che, con l’India, è uno dei Paesi che più di tutti emette sostanze inquinanti. Pechino e molte delle metropoli cinesi (sorte per raccogliere i milioni di lavoratori che servono alle grandi industrie per produrre beni da esportare in tutto il mondo) sono ormai invivibili.

Nei giorni scorsi gli amministratori locali di molte di queste città hanno invitato la gente a non lasciare le proprie abitazioni se non per questioni strettamente necessarie (anche le porte di scuole e fabbriche sono rimaste sbarrate) e alcune autostrade sono state chiuse perché la visibilità si era ridotta al punto da rendere pericolosa la circolazione. Eppure, a Parigi, il presidente cinese, Xi Jinping, ha invitato i Paesi sviluppati a farsi carico di maggiori responsabilità per limitare il global warming. Come è avvenuto nelle ultime riunioni per l’ambiente, la giustificazione dei Paesi in via di sviluppo è che l’attuale stato di cose non è colpa loro. Per questo rivendicano il diritto ad inquinare per far crescere la propria economia. Come dire: “Noi inquiniamo, ma alle conseguenze per l’atmosfera devono pensarci gli altri…”.

Anche un altro dei Paesi maggiori responsabili dell’inquinamento del pianeta, l’India, non è stato da meno. Il premier indiano, Narendra Modi, dopo aver fatto sfoggio di “ambientalismo” e aver sottoscritto con Hollande la Solar International Alliance, ha rivendicato il “diritto alla crescita” e ha confermato che l’India continuerà ad usare una delle sostanze maggiormente inquinanti, il carbone. “Gli stili di vita di pochi non devono eliminare le opportunità dei tanti ancora ai primi passi della scala dello sviluppo”, ha detto.

Per non parlare del Giappone che, dopo aver causato uno dei maggiori disastri ambientali degli ultimi anni, quello della centrale di Fukushima (le cui conseguenze sull’ambiente di tutto il pianeta sono ancora da quantificare), ha deciso di tornare al nucleare. Per non parlare del maggiore responsabile dell’inquinamento del pianeta: gli USA. Il presidente Barack Obama ha ammesso: “Sono venuto di persona come rappresentante della prima economia mondiale e del secondo inquinatore [dopo la Cina, n.d.r.] per dire che noi, Stati Uniti, non solo riconosciamo il nostro ruolo nell’aver creato il problema, ma che ci assumiamo anche la responsabilità di fare qualcosa in proposito. Possiamo cambiare il futuro qui e adesso”. E ha aggiunto: “Bisogna agire ora, mettendo da parte gli interessi di breve termine”. Peccato che, mentre lui proferiva belle parole, oltreoceano, la Camera USA votava per bloccare le norme per ridurre le emissioni di gas serra: sono state approvate le due mozioni che hanno abolito i limiti fissati dall’Agenzia per la protezione per l’ambiente (Epa) per le emissioni delle centrali elettriche. Dando in questo modo via libera a maggiori emissioni di gas inquinanti.

Anche le affermazioni di Vladimir Putin non sono state indifferenti. Il premier russo ha dichiarato che il suo Paese è la prova che “si può prestare attenzione alla crescita economica senza per questo trascurare l’ambiente” e che “l’accordo di Parigi deve essere “efficace, equilibrato e globale” e, come una sorta di “prolungamento ideale del protocollo di Kyoto del 1997”. Dimenticando che, proprio quell’incontro (il COP3), fu un fallimento globale per l’ambiente: la gran parte dei paesi che vi parteciparono, ancora diversi anni dopo, non avevano sottoscritto quanto promesso (e molti di quelli che lo fecero, non trasformarono poi gli accordi in legge). Lo stesso avvenne nel 2009 con l’incontro di Copenaghen (COP15): non ha sortito risultati concreti ed è stato abbandonato.

Per questo a Parigi ci si doveva basare sui cosiddetti INDC (Intended Nationally Determined Contributions), “promesse” di ridurre le emissioni fatte dai singoli Stati. Né lui, né gli altri leader, però, hanno detto che, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, anche nel caso in cui le promesse fatte finora venissero mantenute, non sarebbero sufficienti per evitare un aumento della temperatura di circa 3° C prima della fine del secolo. Troppo.

Analoga l’ipocrisia di molti Paesi dell’Unione Europea. La Francia continuerà ad inquinare ma, per fare vedere quanto ha a cuore l’ambiente, entro il 2020 investirà in Africa due miliardi di dollari per lo sviluppo di energie rinnovabili e sei miliardi di euro nella rete elettrica (opere che saranno realizzate principalmente da aziende francesi, con notevoli vantaggi per l’economia d’oltralpe).

Alcuni Paesi (tra cui Italia, USA, Francia, Germania e Gran Bretagna) hanno annunciato un contributo complessivo di 248 milioni di dollari al Fondo per i Paesi meno sviluppati (Ldcf) per sostenere l’adattamento ai cambiamenti climatici degli Stati più vulnerabili (l’Italia contribuirà con 2 milioni da versare entro la fine dell’anno – legge di Stabilità permettendo, ovviamente). E Gran Bretagna e Germania hanno addirittura promesso il proprio appoggio a Paesi come Perù, Brasile e Indonesia) “per proteggere e ricostituire le foreste”. Anche loro, però, hanno dimenticato di dire che sul proprio territorio continueranno ad inquinare più di quanto sia “sostenibile” per la Terra. E la Germania, dopo aver scoperto che uno dei maggiori gruppi automobilistici tedeschi aveva contraffatto i risultati dei test per le emissioni di sostanze inquinanti, non ha detto una parola su quali provvedimenti prenderà nei suoi confronti, o cosa farà per evitare che milioni di veicoli “troppo” inquinanti continuino a circolare.

E l’Italia? Renzi non ha perso occasione per dimostrare la propria preparazione e l’esattezza dei dati in suo possesso. “Dobbiamo uscire dalla retorica che l’Italia non fa abbastanza”, ha dichiarato il premier. “L’Italia – ha aggiunto – ha la leadership in alcuni settori della green economy”. E ancora: “Noi stiamo andando nella giusta direzione e stiamo facendo tutti quegli sforzi che ci portano a essere una delle nazioni guida in questo settore”. A quale “direzione” si riferisca il ‘Nuovo che avanza’ non è dato sapere. Secondo i dati diffusi da Legambiente in un dossier dal titolo: “Stop alle rinnovabili in Italia”, il ricorso alle fonti energetiche rinnovabili è in netto calo: nel 2011 gli impianti di solare fotovoltaico e eolico installati in Italia producevano 10.663MW, nel 2014 solo 733. E le previsioni per il 2015 sono ancora peggiori.

Come riportato sul sito di Legambiente, “Il Governo Renzi e l’Autorità per l’energia si sono mosse solo per salvare il vecchio sistema, ancorato su alcuni grandi gruppi e centrali da fonti fossili”. In realtà, l’Italia è sì “leader”, ma sotto un altro punto di vista: lo scarso utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili e l’inquinamento elevato hanno fatto sì che il Belpaese si piazzasse al primo posto in Europa nella classifica dei decessi “prematuri” a causa dell’inquinamento (84.400 le  vittime, decine di volte di più di quelle causate dagli incidenti stradali – l’area più colpita: la Pianura Padana), come confermato da un rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Una posizione da “leader” che il ‘Nuovo che avanza’ si è guardato bene da citare.

L’incontro di Parigi sarà probabilmente solo l’ennesima passerella mediatica. Oltre a Renzi (immancabile in queste occasioni) e a centinaia di capi di Stato, sono presenti Carlo d’Inghilterra, Robert Redford, Arnold Schwarzenegger, Al Gore e molti altri. Tutti pronti a fare il giro del mondo pur di non perdersi cene, incontri, discorsi e conferenze stampa.

L’unica a mancare sarà la volontà di fare concretamente qualcosa. Di seguire, ad esempio, le buone prassi adottate da quei Paesi (come la Danimarca, l’Ecuador, l’Uruguay e pochi altri) che, da tempo, senza grandi clamori mediatici, senza bisogno di alcun meeting internazionale organizzato dall’ONU e, soprattutto, senza ipocrisia, hanno deciso di liberarsi dei combustibili fossili e di ridurre le emissioni. Di fare qualcosa di concreto per l’ambiente.

Anche loro saranno a Parigi, ma nessuno sui giornali parla della loro esperienza e di come hanno fatto o di come imitarli. La gran parte di quelli che sono a Parigi farà grandi promesse, rilascerà dichiarazioni che finiranno sulle prime pagine di tutti i giornali e si perderà in decine e decine di interviste. E poi, ipocritamente, continuerà ad inquinare il pianeta.

C.Alessandro Mauceri

Environment disaster in Brasil

In Brazil, 300 kilometers from Rio de Janeiro, two dams containing toxic waste coming from the extraction material in an iron mine owned by Samarco, collapsed pouring water and mud on the river and on the village of Bento Rodrigues Mariana, in Minas Gerais. At least 17 persons died and fifty were injured (their number is provisory since there are dozens missing). Over fifty million cubic meters of sludge and liquid waste coming from the mining and containing highly toxic substances such as mercury was a combination of “toxic sludge and mining wastes, an area of ten soccer stadiums,” as reported the president of the local miners’ union, Ronaldo Bento. The commander of firefighters, Adao Severino, said that “the situation is dramatic, there is mud everywhere”. The area was evacuated.

Samarco mining company has already agreed to pay $ 260 million for the breaking of the two dams, but denied that sludge can be toxic. Despite this they declared to be ready and “make every effort to give priority to the needs of the people who were in the accident.”

Klemens Laschesfki, professor of geosciences at the University of Minas Gerais, said something different: “It’s already been established that wild animals were killed by the mud”.

More than 250 thousand people cannot have access to safe drinking water and the river is coloured orange because of the chemicals products used to reduce iron impurities, the so-called ether amines, which could cause serious damage to the fertility of agricultural land and even modify pH of the river reducing the levels of oxygen in the water.

This is just the latest of a long series of disasters that caused damages to the river Rio Doce due to heavy mining (mainly gold and iron). The river is one of the main communication road between the state of Minas Gerais and the Atlantic Ocean. This is why researchers think that toxic substances coming from the collapse of the two dams could discharge at sea and contaminate the coast.

The damage of the environment would be terrific. Brazilian President Dilma Rousseff has compared the consequences of those caused by the British Petroleum oil rig in the Gulf of Mexico.

C.Alessandro Mauceri