La conferenza per l’ambiente di Parigi è solo una passerella internazionale di ipocriti

Se si paragonasse la vita della Terra, dalla sua origine ad oggi, ad un giorno di 24 ore, la comparsa dell’uomo sarebbe avvenuta nell’ultimo secondo. Ma le azioni che stanno causando danni permanenti sono solo quelle compiute dall’uomo negli ultimi millesimi di secondo. E il pianeta è ormai prossimo al “punto di non ritorno”. Per questo motivo chiunque faccia proposte per “salvare l’ambiente” che non serviranno a nulla inutili non può non essere chiamato ipocrita. Ci riferiamo ai protagonisti del  COP21, la conferenza per l’ambiente indetta dalle Nazioni Unite che va in scena in questi giorni a Parigi.

Le tecnologie e il modo per ridurre i danni all’ambiente sono noti da decenni. Ma chi più di ogni altro inquina finge di non conoscerli e solo per motivi meramente economici: per permettere a pochi di accumulare sempre più soldi. Per queste persone, riunirsi a Parigi per parlare di ambiente è da ipocriti. Come lo è stato nelle precedenti riunioni: ogni volta gli obiettivi concordati non sono stati rispettati. È per questo che siamo giunti alla ventunesima riunione (il nome COP21 deriva proprio dal fatto che questa è la “ventunesima” volta che i capi di Stato si riuniscono per “salvare” il pianeta).

Gli argomenti trattati negli interventi di apertura da molti dei leader erano rivolti ad altri problemi: per molti capi di Stato l’ambiente non è “prioritario” (a cominciare da Obama, che ha parlato quasi esclusivamente di beghe politiche e di interventi militari in Siria e in Turchia).  E anche quando si è parlato di ambiente, nessuno dei ‘capi’ dei Paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento globale ha detto niente di concreto. A cominciare dalla Cina che, con l’India, è uno dei Paesi che più di tutti emette sostanze inquinanti. Pechino e molte delle metropoli cinesi (sorte per raccogliere i milioni di lavoratori che servono alle grandi industrie per produrre beni da esportare in tutto il mondo) sono ormai invivibili.

Nei giorni scorsi gli amministratori locali di molte di queste città hanno invitato la gente a non lasciare le proprie abitazioni se non per questioni strettamente necessarie (anche le porte di scuole e fabbriche sono rimaste sbarrate) e alcune autostrade sono state chiuse perché la visibilità si era ridotta al punto da rendere pericolosa la circolazione. Eppure, a Parigi, il presidente cinese, Xi Jinping, ha invitato i Paesi sviluppati a farsi carico di maggiori responsabilità per limitare il global warming. Come è avvenuto nelle ultime riunioni per l’ambiente, la giustificazione dei Paesi in via di sviluppo è che l’attuale stato di cose non è colpa loro. Per questo rivendicano il diritto ad inquinare per far crescere la propria economia. Come dire: “Noi inquiniamo, ma alle conseguenze per l’atmosfera devono pensarci gli altri…”.

Anche un altro dei Paesi maggiori responsabili dell’inquinamento del pianeta, l’India, non è stato da meno. Il premier indiano, Narendra Modi, dopo aver fatto sfoggio di “ambientalismo” e aver sottoscritto con Hollande la Solar International Alliance, ha rivendicato il “diritto alla crescita” e ha confermato che l’India continuerà ad usare una delle sostanze maggiormente inquinanti, il carbone. “Gli stili di vita di pochi non devono eliminare le opportunità dei tanti ancora ai primi passi della scala dello sviluppo”, ha detto.

Per non parlare del Giappone che, dopo aver causato uno dei maggiori disastri ambientali degli ultimi anni, quello della centrale di Fukushima (le cui conseguenze sull’ambiente di tutto il pianeta sono ancora da quantificare), ha deciso di tornare al nucleare. Per non parlare del maggiore responsabile dell’inquinamento del pianeta: gli USA. Il presidente Barack Obama ha ammesso: “Sono venuto di persona come rappresentante della prima economia mondiale e del secondo inquinatore [dopo la Cina, n.d.r.] per dire che noi, Stati Uniti, non solo riconosciamo il nostro ruolo nell’aver creato il problema, ma che ci assumiamo anche la responsabilità di fare qualcosa in proposito. Possiamo cambiare il futuro qui e adesso”. E ha aggiunto: “Bisogna agire ora, mettendo da parte gli interessi di breve termine”. Peccato che, mentre lui proferiva belle parole, oltreoceano, la Camera USA votava per bloccare le norme per ridurre le emissioni di gas serra: sono state approvate le due mozioni che hanno abolito i limiti fissati dall’Agenzia per la protezione per l’ambiente (Epa) per le emissioni delle centrali elettriche. Dando in questo modo via libera a maggiori emissioni di gas inquinanti.

Anche le affermazioni di Vladimir Putin non sono state indifferenti. Il premier russo ha dichiarato che il suo Paese è la prova che “si può prestare attenzione alla crescita economica senza per questo trascurare l’ambiente” e che “l’accordo di Parigi deve essere “efficace, equilibrato e globale” e, come una sorta di “prolungamento ideale del protocollo di Kyoto del 1997”. Dimenticando che, proprio quell’incontro (il COP3), fu un fallimento globale per l’ambiente: la gran parte dei paesi che vi parteciparono, ancora diversi anni dopo, non avevano sottoscritto quanto promesso (e molti di quelli che lo fecero, non trasformarono poi gli accordi in legge). Lo stesso avvenne nel 2009 con l’incontro di Copenaghen (COP15): non ha sortito risultati concreti ed è stato abbandonato.

Per questo a Parigi ci si doveva basare sui cosiddetti INDC (Intended Nationally Determined Contributions), “promesse” di ridurre le emissioni fatte dai singoli Stati. Né lui, né gli altri leader, però, hanno detto che, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, anche nel caso in cui le promesse fatte finora venissero mantenute, non sarebbero sufficienti per evitare un aumento della temperatura di circa 3° C prima della fine del secolo. Troppo.

Analoga l’ipocrisia di molti Paesi dell’Unione Europea. La Francia continuerà ad inquinare ma, per fare vedere quanto ha a cuore l’ambiente, entro il 2020 investirà in Africa due miliardi di dollari per lo sviluppo di energie rinnovabili e sei miliardi di euro nella rete elettrica (opere che saranno realizzate principalmente da aziende francesi, con notevoli vantaggi per l’economia d’oltralpe).

Alcuni Paesi (tra cui Italia, USA, Francia, Germania e Gran Bretagna) hanno annunciato un contributo complessivo di 248 milioni di dollari al Fondo per i Paesi meno sviluppati (Ldcf) per sostenere l’adattamento ai cambiamenti climatici degli Stati più vulnerabili (l’Italia contribuirà con 2 milioni da versare entro la fine dell’anno – legge di Stabilità permettendo, ovviamente). E Gran Bretagna e Germania hanno addirittura promesso il proprio appoggio a Paesi come Perù, Brasile e Indonesia) “per proteggere e ricostituire le foreste”. Anche loro, però, hanno dimenticato di dire che sul proprio territorio continueranno ad inquinare più di quanto sia “sostenibile” per la Terra. E la Germania, dopo aver scoperto che uno dei maggiori gruppi automobilistici tedeschi aveva contraffatto i risultati dei test per le emissioni di sostanze inquinanti, non ha detto una parola su quali provvedimenti prenderà nei suoi confronti, o cosa farà per evitare che milioni di veicoli “troppo” inquinanti continuino a circolare.

E l’Italia? Renzi non ha perso occasione per dimostrare la propria preparazione e l’esattezza dei dati in suo possesso. “Dobbiamo uscire dalla retorica che l’Italia non fa abbastanza”, ha dichiarato il premier. “L’Italia – ha aggiunto – ha la leadership in alcuni settori della green economy”. E ancora: “Noi stiamo andando nella giusta direzione e stiamo facendo tutti quegli sforzi che ci portano a essere una delle nazioni guida in questo settore”. A quale “direzione” si riferisca il ‘Nuovo che avanza’ non è dato sapere. Secondo i dati diffusi da Legambiente in un dossier dal titolo: “Stop alle rinnovabili in Italia”, il ricorso alle fonti energetiche rinnovabili è in netto calo: nel 2011 gli impianti di solare fotovoltaico e eolico installati in Italia producevano 10.663MW, nel 2014 solo 733. E le previsioni per il 2015 sono ancora peggiori.

Come riportato sul sito di Legambiente, “Il Governo Renzi e l’Autorità per l’energia si sono mosse solo per salvare il vecchio sistema, ancorato su alcuni grandi gruppi e centrali da fonti fossili”. In realtà, l’Italia è sì “leader”, ma sotto un altro punto di vista: lo scarso utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili e l’inquinamento elevato hanno fatto sì che il Belpaese si piazzasse al primo posto in Europa nella classifica dei decessi “prematuri” a causa dell’inquinamento (84.400 le  vittime, decine di volte di più di quelle causate dagli incidenti stradali – l’area più colpita: la Pianura Padana), come confermato da un rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Una posizione da “leader” che il ‘Nuovo che avanza’ si è guardato bene da citare.

L’incontro di Parigi sarà probabilmente solo l’ennesima passerella mediatica. Oltre a Renzi (immancabile in queste occasioni) e a centinaia di capi di Stato, sono presenti Carlo d’Inghilterra, Robert Redford, Arnold Schwarzenegger, Al Gore e molti altri. Tutti pronti a fare il giro del mondo pur di non perdersi cene, incontri, discorsi e conferenze stampa.

L’unica a mancare sarà la volontà di fare concretamente qualcosa. Di seguire, ad esempio, le buone prassi adottate da quei Paesi (come la Danimarca, l’Ecuador, l’Uruguay e pochi altri) che, da tempo, senza grandi clamori mediatici, senza bisogno di alcun meeting internazionale organizzato dall’ONU e, soprattutto, senza ipocrisia, hanno deciso di liberarsi dei combustibili fossili e di ridurre le emissioni. Di fare qualcosa di concreto per l’ambiente.

Anche loro saranno a Parigi, ma nessuno sui giornali parla della loro esperienza e di come hanno fatto o di come imitarli. La gran parte di quelli che sono a Parigi farà grandi promesse, rilascerà dichiarazioni che finiranno sulle prime pagine di tutti i giornali e si perderà in decine e decine di interviste. E poi, ipocritamente, continuerà ad inquinare il pianeta.

C.Alessandro Mauceri

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