La Francia è in guerra (ma i francesi lo sanno?)

La Francia ha deciso di sospendere, per tre mesi, la propria adesione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Lo ha fatto inviandone comunicazione ufficiale a Thorbjorn Jagland, segretario generale della Corte europea dei Diritti dell’Uomo (http://www.coe.int/it/web/conventions/search-on-treaties/-/conventions/rms/0900001680063777).
Una decisione quella presa dal governo francese è più grave di quanto potrebbe sembrare a prima vista. La Convenzione venne firmata a Roma nel 1950. Ma nel 2009, con il Trattato di Lisbona, è diventata vincolante per tutti i Paesi europei. Essa prevede che ogni cittadino possa rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per denunciare le violazioni commesse dai singoli stati.
Con la propria sospensione, la Francia ha di fatto e di diritto privato i propri cittadini della possibilità di proteggere i propri diritti da eventuali abusi da parte delle autorità governo. Una tutela che, proprio questo era lo spirito della Convenzione, non avrebbe dovuto essere violata nemmeno in casi di emergenza. Scopo della carta era quello di garantire il diritto a un equo processo anche in situazioni, analoghe a quelle che è chiamata ad affrontare la Francia.
Non a caso, solo pochi giorni fa, intervenendo alla cerimonia per il 65esimo anniversario della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il nuovo presidente della Corte di Strasburgo, Guido Raimondi, ha ribadito che: “La Corte europea dei Diritti dell’Uomo comprende le difficoltà degli stati nella lotta al terrorismo, ha tuttavia una giurisprudenza molto rigorosa a tutela anche degli stessi terroristi contro l’uso della tortura e delle pene degradanti”. Ha aggiunto che le sole restrizioni ammesse sono quelle relative a specifiche fattispecie di reato e che esse avere carattere continuativo (ad esempio come avviene in Italia con il “carcere duro” per i colpevoli di reati di mafia, il 41 bis).
A proposito della decisione della Francia, Raimondi ha detto: “Una deroga non è concessa in bianco, queste sono cose che preoccupano l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. L’abbiamo detto anche nell’ultima sessione a Sofia: il terrorismo si contrasta con i mezzi dello stato di diritto e con la più ampia cautela in particolare per i soggetti più deboli ed esposti come stranieri, migranti e profughi che rischiano di venire travolti dalla reazione. L’assemblea è anche molto preoccupata che si possa dare un riconoscimento politico ai terroristi, e quindi è contraria all’evocazione della «guerra» che implica l’idea di un confronto tra entità statali”.
Quella comunicata (e non semplicemente chiesta) dalla Francia in realtà non sarebbe una “restrizione”, ma una “deroga”: ovvero un intervento temporaneo connesso a emergenze nazionali temporanee. Deroghe che sono ammesse dalla Cedu sono in casi eccezionali: in caso di guerra o per pericolo pubblico che “minaccia la vita della nazione”.
Tornano in mente le parole pronunciate dal presidente francese Hollande, il 18 novembre, poco dopo gli attentati di Parigi: “Operazioni come questa ci confermano ancora una volta che siamo in guerra contro il terrorismo”. E dato che la Francia non sta proteggendo “la vita della nazione”, pare che non ci possano essere più dubbi sul fatto che è ufficialmente in guerra.

C.Alessandro Mauceri

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