L’affare banche (e gli scheletri nell’armadio)

L’”affare banche” si contorna di aspetti strani ogni minuto che passa. Dopo le polemiche a proposito degli interessi di uno dei ministri in una delle banche salvate dal governo (pare che mezza famiglia fosse in qualche modo “interessata” al salvataggio della banca), è la volta il presidente del consiglio: Renzi ha promesso che il governo interverrà per tutelare i risparmiatori che hanno perso tutti i loro risparmi (e alcuni di loro anche la vita). Salvarli come? In modo “renziano”, ovviamente.
A rimborsare i correntisti dovrebbe essere un “fondo di solidarietà” finanziato con 100 milioni provenienti dal Fondo interbancario per la tutela dei depositi. Ma, e qui sta il bello, ad essere risarciti non saranno tutti i risparmiatori, ma solo alcuni: a definire i criteri di scelta e a gestire la faccenda sarà un commissario. Perché questo arbitrato non dovrebbe essere affidato alla Consob o alla Banca d’Italia (qual è il suo ruolo da quando molte delle sue competenze sono passate alla Bce)? Senza contare che la nomina del soggetto che dovrà occuparsi dell’analisi dei correntisti da risarcire non avverrà mediante una selezione (magari a seguito di un bando pubblico): sarà effettuata con decreto del presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’Economia e previa deliberazione del Consiglio dei ministri.
Nessuno sa quali saranno i criteri adottati per questa selezione né perché dovrebbero essere risarciti solo alcuni e non tutti quelli che sono stati danneggiati dal modo di fare delle banche. Un modo di fare che, in più occasioni, sarebbe stato tutt’altro che trasparente. “Il problema non è tanto cosa firma il cliente all’atto dell’acquisto dei prodotti finanziari, ma il grado di consapevolezza da questi raggiunto allorché gli viene sottoposto il prospetto informativo”, ha detto Vincenzo Imperatore, ex manager e capo area di un importante istituto di credito, autore del libro “Io so e ho le prove”. Che ha aggiunto: “Nel momento in cui il cliente intende effettuare un investimento, la banca è obbligata a fotografare il suo grado di preparazione, la consapevolezza che ha del mercato finanziario e delle dinamiche economiche. Così il funzionario di banca – in base alla direttiva Mifid – deve porgli un questionario. In questo modo viene creato il profilo di rischio del cliente, personalizzato e modellato sulla base delle sue conoscenze”. Secondo Imperatore, spesso i clienti delle banche non sanno esattamente cosa hanno firmato o non sarebbero in grado di conoscere il livello di rischio che certi investimenti comportano.
Anche altri i risvolti di questa vicenda appaiono poco chiari. Come ha più volte denunciato il settimanale l’Espresso, sarebbe molto strano quanto è accaduto in un’altra di queste banche: secondo la rivista, alcuni azionisti della Popolare di Vicenza sarebbero riusciti a disfarsi delle azioni della banca subito prima che esplodesse lo scandalo (con conseguente calo del valore dei titoli di oltre il 20 per cento). A farlo, però, sarebbero stati alcuni imprenditori (tra loro ci sarebbe addirittura un banca) e nomi illustri dell’alta borghesia, mai persone comuni. Almeno una ventina di azionisti nel 2014, poco prima del crollo della banca, sarebbero stati così previdenti da decidere liberarsi delle azioni. Proprio poche settimane prima che la Popolare di Vicenza facesse il tonfo (l’ultima semestrale ha mostrato perdite superiori al miliardo di euro). Il sospetto avanzato da l’Espresso è che mentre a molti dei risparmiatori veniva nascosto quale fosse realmente lo stato dell’azienda, ad altri, invece, sarebbe stato detto quando era il momento di abbandonare la nave.
Ma non basta. Anche il motivo di tanta fretta da parte del governo nel varare il decreto e soprattutto di quali saranno i criteri adottati per il salvataggio dei clienti delle banche sono poco chiari. Dall’1 gennaio 2016, entrerà in vigore la possibilità per le banche di effettuare il bail in, ovvero la possibilità di far pagare la cattiva gestione saranno prima di tutto gli azionisti, ma anche i correntisti. Se già risulta poco chiara la situazione per i primi, potrebbe essere ancora più complicata per i secondi. Tra i clienti delle banche ci sono anche grossi enti i quali, in caso di bail in, non potrebbero esimersi dal “condividere” i problemi delle banche. Enti come l’Anas che pare abbia depositato una bella sommetta proprio su un conto aperto presso Carichieti, un’altra delle banche in crisi. In caso di default della banca, per pagare parte delle perdite potrebbero essere prelevati i soldi dell’Anas (che è al 100 per cento proprietà dello stato).
A meno che qualcuno non intervenga prima scegliendo con oculatezza quali clienti e quali banche aiutare e commissariando il soggetto valutatore.
Una vicenda, quella del modo di gestire e di salvare le banche, che appare più sporca ogni giorno che passa. Non c’è da sorprendersi se gli italiani non hanno più fiducia nelle banche. Oggi, nove italiani su dieci non si fidano più delle banche: “Per il sistema bancario – ha detto Pietro Vento, direttore di Demopolis – è il punto più basso degli ultimi dieci anni”. Come dargli torto: a chi, aprendo un deposito bancario e, è stato detto che, in base alla legge vigente, una volta depositati, i suoi soldi non sarebbero più stati loro proprietà, ma sarebbero automaticamente diventati proprietà delle banche? Eppure è proprio quello che accade dopo aver messo la firma su decine e decine di fogli…..
C.Alessandro Mauceri

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