Merkel personaggio dell’anno (chissà se è contenta?)

La rivista Time ha nominato la cancelliera tedesca Angela Merkel “personaggio dell’anno 2015”. E come sempre, in queste occasioni le ha dedicato la copertina con il titolo “Angela Merkel, cancelliera di un mondo libero”. Tralasciando ogni commento sulla decisione di parlare di libertà (dato che, di fatto, da anni la Germania impone le proprie scelte a buona parte dei paesi dell’Unione), resta da capire se essere nominati “personaggio dell’anno” dalla famosa rivista americana sia qualcosa di andare orgogliosi o no.

Prima di lei, a ricevere questo “onore” solo tre tedeschi. Nel 1970 toccò a Willy Brandt (al quale nel 1971 venne conferito anche il premio Nobel per la pace), che solo pochi anni dopo (nel 1974) fu costretto a dimettersi a causa del presunto coinvolgimento di un suo consigliere in una rete di spionaggio a favore della Repubblica Democratica Tedesca. Prima di lui, a ricevere l’ambito riconoscimento, nel 1953, era stato Konrad Adenauer, l’”uomo giusto”, secondo gli alleati (che lo misero alla guida della Germania). Lo stesso che affermò: “Se gli austriaci ci dovessero chiedere risarcimenti per danni di guerra, restituirò loro la salma di Hitler”. Nel 1954, l’Unità, poco prima di una sua visita ufficiale a Roma, lo definì “erede del Kaiser e di Hitler” e “capo del quarto Reich”. Ma erano altri tempi.

Erano altri tempi era appena finita la Seconda Guerra Mondiale. E a proposito di Seconda Guerra Mondiale, un altro tedesco, poco prima era stato nominato “personaggio dell’anno” dalla rivista Time: Hadolf Hitler (unico vincitore a non essere ritratto in copertina). Quale sia l’opinione generale del “fuhrer” e se davvero meritasse quel riconoscimento è qualcosa che tutti possono valutare (ripensando ai lager nazisti).

Il fatto è che, a scorrere l’elenco dei personaggi che nel corso dei decenni sono stati insigniti di questo titolo si incontrano “personaggi” certamente passati alla storia ma dalla carriera quantomeno dubbia. A cominciare da Hailé Selassié, il cui vero nome era Tafari Makonnen Woldemikael (l’altro nome, che significa “Potenza della Trinità”, se lo scelse nel novembre 1930 quando si autoproclamò imperatore). Nel 1935 gli fu conferito il titolo di personaggio dell’anno, ma la sua vita è coperta da numerose ombre: salì al potere dopo aver ordito una congiura contro il cugino Ligg Jasu allora reggente (si dice con l’accordo di Italia, Franca ed Gran Bretagna). Non a caso, nel 1936, il suo slancio riformistico (che gli era valso il titolo) venne bruscamente interrotto dall’invasione dell’Italia fascista. Tornò al potere poco dopo, grazie agli inglesi.

L’anno dopo, toccò a Wallis Simpson, l’amante di Edoardo di Windsor, allora principe del Galles ed erede al trono britannico (per lei, il futuro re abdicò). Due anni dopo essere stata eletta “personaggio dell’anno”, finì sui giornali per una sua frase: quando i tedeschi invasero la Francia, nel maggio del 1940, e dopo la disfatta inglese di Dunquerque, lei commentò: «Non posso dire di essere dispiaciuta». Davvero un “personaggio”.

Anche Stalin ricevette l’ambito riconoscimento. Eppure la storia lo ricorda come colui che diede inizio al periodo delle “purghe” e del Grande terrore (eliminò fisicamente tutti i suoi avversari nel partito, nell’economia, nella scienza, nelle forze armate, nelle minoranze etniche). E fu sempre lui ad organizzare i campi di detenzione e lavoro (Gulag) in cui furono imprigionate milioni di persone. Nonostante ciò, Stalin venne insignito del titolo di personaggio dell’anno non una, ma due volte: nel 1939 e nel 1942.
Del premio venne insignito anche l’esercito americano (nel 1950) che partiva per la Corea: gli storici stimano che il numero delle vittime causate dal conflitto sia di almeno 2.800.000, tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili. Un riconoscimento che venne conferito anche ai militari statunitensi che partivano per l’Iraq (nel 2003): per questa guerra non esistono dati certi sul numero di morti e feriti che avrebbe causato, ma gli storici parlano di “centinaia di migliaia di morti” (c’è chi ha calcolato che il loro numero potrebbe essere superiore ai 700mila).
Nel 1958, la rivista Time assegnò il premio a Charles De Gaulle. Lo stesso anno De Gaulle diede un esempio di cosa intendesse per “democrazia”: stravolse la Costituzione francese (nel “Discorso di Bayeux”) eliminando quella che definiva la “dittatura parlamentare”e accentrando fortemente i poteri nelle mani dell’esecutivo (Presidente della Repubblica e governo da lui nominato) a discapito del Parlamento.

Per due anni di seguito il riconoscimento toccò a Nixon (nel 1971 e nel 1972). Solo un paio d’anni dopo, nel 1974, Nixon fu coinvolto nello scandalo Watergate e fu costretto a dimettersi, ma non prima di aver mandato migliaia di concittadini a morire in guerra in Vietnam. Le sue politiche sulla vicenda della guerra erano basate su una serie di principi fissati con i suoi collaboratori Melvin Laird ed Henry Kissinger.

Non a caso, anche quest’ultimo, l’anno dopo (1973), venne insignito dell’ambito titolo di personaggio dell’anno. Fu lui ad accompagnare il nuovo presidente Ford in Indonesia dove pare siano stati definiti i dettagli dell’invasione di Timor Est. La guerra tra Indonesia e Timor Est causò migliaia di morti e c’è chi afferma che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto in armi e armamenti all’Indonesia da parte degli americani.
L’attenzione degli Usa è sempre stata rivolta verso l’Asia e verso il Medio Oriente. Nel 1979, ad essere riconosciuto personaggio dell’anno fu l’ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, leader carismatico dell’estremismo islamico che portò alla rivolta nel proprio paese. Proprio quell’anno, lo scià fu costretto a fuggire dall’Iran e Khomeyni, di ritorno da un esilio durato quasi sedici anni, instaurò la “repubblica islamica”. Fu allora che migliaia dei collaboratori del deposto scià furono arrestati e fucilati dopo processi sommari. Nel sua autobiografia, Ali Ağca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II (anche lui personaggio dell’anno, nel 1994), ha dichiarato che mandante era Ruhollah Khomeyni, che gli avrebbe ordinato in turco di “uccidere il Papa in nome di Allah”.
L’elenco dei soggetti “discutibili” o delle scelte opinabili con cui la rivista Time ha assegnato il titolo di personaggio dell’anno è lunghissimo. Fino alla decisione di pochi giorni fa di indicare la Merkel “Person of the Year”.

Un riconoscimento, visti i suoi predecessori, di cui non si sa bene se la cancelliera debba essere orgogliosa o arrabbiata.

C.Alessandro Mauceri

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