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Israel bad war

In 2008, Israeli army launched a massive operation aimed at the Negev desert, on the last frontier of southern Israel. Many villages “unrecognized” were destroyed, hundreds of families were displaced and Israel launched broad-spectrum herbicides to prevent people from returning their homes. A paramilitary unit of the Ministry of Agriculture direct the “Green Patrol”action.

That wasn’t the first time these systems have been used as weapons. The United States of America, in the sixties, sprayed large areas of Vietnam with the infamous Agent Orange, to remove the leaves and depriving Vietcong of vegetation cover. After the end of the war, the consequences of this decision were clear: thousands of Vietnamese had cancer because of Agent Orange, and there was a scary number of deformed babies.

In recent days, Israel decided to use again this ‘”unconventional weapon” in the conflict with Palestine. Israeli airplanes sprayed herbicides and defoliants on hundreds of hectares of farmland in the eastern Gaza, near the boundary lines. “It is a disaster for hundreds of farming families and we do not know the effects that these chemicals may have on the people of Gaza,” said Khalil Shahin, deputy director of the Center for Human Rights. “It is not the first time that happens, the Israeli army claims that destroying the vegetation prevent rocket launches and other attacks” Shahin added, “but in recent years this spraying was limited to a few neighboring land to the border fences. In recent days, instead, Israeli planes have gone deep for many hundreds of meters. In some cases the liquid, driven by the wind, got up to two kilometers away from the border, close to the residential areas of Gaza.”
Israeli authorities admitted they allowed the use of herbicides and anti-sprouting: “The aerial spraying of herbicides, anti-sprouting products and was conducted in the area along the border fence [in Gaza] last week, in order to allow the optimal operations and continuous security, “he reports a representative Defense Forces (IDF), Israeli, Reuters reported. The Israeli army said that the crops have been sprayed with herbicides “to prevent the concealment of IEDs [improvised explosive devices], and to stop and prevent the use of the area for destructive purposes,” reported Anadolu agency, citing a written statement of the IDF.

The consequences of these military actions are manifested in two ways. The immediate is the destruction of fields and crops: in the areas of Qarara and Wadi al Salqa, hundreds of families along the border, the most fertile of the Gaza Strip, had to abandon their fields. In recent days, tons of tomatoes from the fields in this area, have been returned to the sender by the Israelis, officially because, according to the version provided by the military authorities, had been added illegally to a load of other vegetables. Palestinian sources (not confirmed by the Palestinian Ministry of Agriculture) reported a different motivation: high concentrations of pesticides, used improperly, therefore dangerous to health. The other consequence is people health damage.

According to data from OCHA, the Office for the coordination of humanitarian activities of the UN, in 2015, the Israeli authorities have destroyed “for lack of permit” more than 500 Palestinian buildings in the West Bank and East Jerusalem. Since 2007, the Gaza Strip and its 1.9 million inhabitants live in a ‘double bind’: on the one hand and on the other by Israel from Egypt.

After Vietnam war, in 1978, the international community signed a Convention which prohibits or severely restricts the use of herbicides during conflicts, given the devastating effects they have on people. But Israel has ever signed this agreement.

C.Alessandro Mauceri

 

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La giornata della memoria ….

Il 27 gennaio è il giorno dedicato alla memoria di ciò che avvenne nei campi di sterminio nazisti. Quel giorno del 1945, l’esercito sovietico entrò dai cancelli di Auschwitz e rese noto al mondo l’orrore che vi era stato compiuto. Un orrore che lo stesso fuhrer aveva tenuto nascosto al suo stesso popolo. In tutti i regimi conosciuti (e non solo) la propaganda è uno strumento fondamentale. Non fu diverso durante il nazismo: vennero organizzate campagne tese a facilitare la persecuzione degli ebrei e per molto tempo si cercò di nascondere il genocidio classificandolo come una politica antisemita. Per questo la decisione di distruggere gli ebrei, la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”, venne annunciata senza grandi clamori a Wannsee, nel 1942, dai dirigenti del partito, dalle SS e da pochi funzionari di stato.
Nonostante la pubblica diffusione e pubblicazione di alcune dichiarazioni generiche sull’obiettivo di eliminare gli ebrei, le informazioni concesse ai comuni cittadini nascondevano i dettagli della “Soluzione Finale”. Mentre da una parte venivano mostrate immagini e dichiarazioni miranti a dimostrare come il popolo tedesco si stesse prendendo cura degli Ebrei, (creando posti di lavoro, costruendo ospedali, organizzando la distribuzione di pasti caldi), dall’altra nei comunicati ufficiali venivano utilizzate descrizioni eufemistiche per spiegare e giustificare il trasferimento degli Ebrei dai ghetti ai campi di transito e, poi, ai campi di concentramento.
Qui morirono 6 milioni di Ebrei, ma anche 300.000 zingari di etnia Rom e Sinti (alcune stime parlano di 800.000 vittime), 300.000 esseri umani affetti da disabilità mentale o fisica, 100.000 oppositori politici e 25.000 omosessuali. Una strage di dimensioni terrificanti e non solo per i numeri spaventosi, ma anche per il modo in cui vennero sterminate così tante persone.
Ma sebbene questa sia quella più nota, quella di cui tutti i libri di storia parlano e certo quella più celebrata, non è l’unica strage nei confronti di un popolo. Sin dalla fine del XIX secolo ci sono testimonianze di campi di concentramento. Spesso utilizzati come strumento di repressione, ma anche per impedire a tutti coloro che erano sospettati di offrire aiuto e assistenza ai partigiani di farlo.
Li utilizzò il generale spagnolo Valeriano Weyler y Nicolau, nel 1896, per reprimere la rivolta di Cuba. E anche gli americani ne fecero largo uso nelle Filippine, tre anni dopo. E così gli inglesi che li utilizzarono su larga scala in Sudafrica, contro i boeri. Furono loro, nel 1900, a decidere di costruire campi in cui internare intere famiglie: per questo realizzarono i laagers, come venivano chiamati dai boeri. Nel 1901, si calcola che gli inglesi avevano rinchiuso nei loro concentration camps (i loro lager) 109.418 bianchi. Killing fields: con questo termine vennero chiamati i campi di concentramento durante il regime di Pol Pot. Luoghi dove avvenne non solo un genocidio e l’eliminazione di un nemico politico ma la riduzione della stessa popolazione cambogiana. Nell’S-21, luogo di internamento per i prigionieri politici, ora sede del museo del genocidio di Tuol Sleng, morirono oltre 17.000 persone e solo sette sopravvissero.
O come quelli dove in Russia, negli anni venti, persero la vita circa 20 milioni di persone in campi di concentramento non molto diversi da quelli nazisti. Nessuno a loro ha dedicato una giornata. Così come nessuno ha dedicato un solo rigo ai campi di concentramento dove gli israeliani detenevano i palestinesi: da quanto è emerso dagli archivi della Croce Rossa, erano almeno cinque i campi che contenevano fino a 3.000 prigionieri l’uno (17 quelli non riconosciuti). Eppure anche in questo caso si tratta di dati che le autorità conoscono bene: il report (500 pagine di relazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa CICR scritte durante la guerra del 1948), è stato declassificato e reso pubblico solo nel 1996 (insieme alle testimonianze di ex detenuti civili palestinesi). Anche in questo caso si trattava di luoghi definiti eufemisticamente “campi di lavoro”. Ma del resto anche i tedeschi avevano scritto “il lavoro rende liberi” sui cancelli di Auschwitz. Oggi tutti conoscono le atrocità che sono avvenute in quel luogo. Nessuno però parla di Atlit o di Ijlil, di Sarafand di Tel Letwinksy o di Umm Khalid, i campi di concentramento dove venivano rinchiusi i palestinesi. L’unico a parlarne fu Papa Pio XII che, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, parlando dei palestinesi, scrisse “Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”.
Secondo un recente sondaggio a pensare che Israele stia conducendo una guerra di sterminio, cioè un genocidio contro i palestinesi sarebbero il 48 per cento degli intervistati in Germania, il 42 in Gran Bretagna, il 49 in Portogallo, e addirittura il 63 per cento in Polonia. Uno sterminio noto a tutti ma di cui nessuno parla e al quale nessuno dedica giornate.
La verità è che gli ultimi secoli sono stati pieni di campi di concentramento, di campi di sterminio. Alcune volte passati alla storia per il clamore delle stragi commesse al loro interno. Altre volte meno. E di alcuni solo pochi hanno avuto il coraggio di parlare. “L’Europa e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d’un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana”. A pronunciare queste parole e a paragonare l’Europa un campo di concentramento fu una persona che quei campi li conosceva bene, il presidente Pertini. Fu lui a dire che “un uomo senza lavoro, che vive nella misera, non può essere certamente considerato libero. Questo comporta che esso non sarà neppure un uomo in grado di capire la sua condizione e reagire ad un nemico così occulto, subdolo e purtroppo per noi strategicamente molto preparato”.
Altri tempi, altre persone ….ben diverse da quelle attuali in cui in Italia il presidente del Consiglio ha deciso di ricevere il 27 gennaio, il giorno della Shoah, il premier iraniano, ovvero uno degli ultimi negazionisti (coloro che negano che la Shoah sia mai avvenuta)….
C.Alessandro Mauceri

Il Gange il fiume della vita che causa morti e malattie

Il Gange è il fiume sacro dell’India. Nasce sulle pendici dell’Himalaya tra i ghiacciai sacri a Shiva e attraversa città sacre come Rishikesh ed Haridwar fino a confluire in mare aperto nel Golfo del Bengala (il suo delta è immenso, è grande 350 km).
Per questo milioni di indiani fanno pellegrinaggi verso le sponde del Gange per bagnarsi nelle sue acque. Ogni sei anni i credenti nel Brahman si ritrovano alla confluenza del Gange con lo Yamuna e il Saraswati per celebrare la festa del Ardh Kumbh Mela, il cui culmine è rappresentato dalla cerimonia del Shahi Snan, il bagno purificatore nelle acque del grande fiume sacro. Una pratica che la credenza induista associa alla purificazione dai peccati, ma che ora rischia di provocare gravi danni alla salute dei milioni di pellegrini in arrivo da tutta l’India. Per gli Hindu il Gange rappresenta la dea Ganga, generatrice di tutte le acque, la madre generosa che disseta, purifica e guarisce.
Ma le acque del fiume Gange non sono poi così pure. Ogni anno decine di tonnellate di ceneri delle cremazioni e di resti umani vengono gettati nel fiume. A questo si aggiungono gli scarichi dovuti alle molte città che fanno defluire le proprie fogne direttamente nel fiume, senza nessun tipo di filtro o depurazione. Grandi città come Dheli, Allahabad e Varanasi, scaricano i liquami di scarto delle industrie (altamente tossici) nel fiume e nei suoi affluenti. “L’acqua del fiume è talmente lurida che nessuno è in grado di immergersi”, ha detto Shankaracharya Vasudevanand Saraswati, guida spirituale del più importante monastero induista di Allahabad. Un inquinamento che ne ha anche cambiato il colore: “Ora ha un colore rosso scuro, mentre una volta era tra il verde e l’azzurro”.
A lanciare l’allarme anche Hari Chaitanya Brahmachari, responsabile del monastero di Varanasi: “I pellegrini vengono qui per lavare i loro peccati, ma dopo un’immersione rischiano di portare in giro per il Paese qualche malattia della pelle”.
L’inquinamento del fiume è una miscela terrificante di colibatteri fecali (secondo alcuni il loro livello sarebbe tremila più dei limiti tollerabili), e di altri elementi inquinanti causati dal fatto che nel fiume confluiscono decine di prodotti chimici utilizzati per usi agricoli e idroelettrici. Nel fiume proliferano colibatteri e virus che sono all’origine di colera, epatiti, patologie gastrointestinali e parassitosi che ogni anno colpiscono e, a spesso uccidono, bambini ed adulti che si cibano dei prodotti agroalimentari irrigati con le medesime acque.
Oggi il Gange è il fiume più inquinato del subcontinente ed è tra i 10 fiumi più inquinati al mondo. Molti dei devoti shivaiti che si bagnano ritualmente nel fiume sacro e che vivono in eremitaggio lungo le sue sponde sostengono i movimenti ambientalisti. E così le sette di Nagha e Sadhu. Ciò non impedisce però a gran parte della popolazione di continuare ad inquinare il fiume oltre ogni immaginazione.
Al punto che diversi leader religiosi hanno minacciato di boicottare la Ardh Kumbh Mela e addirittura, come Hari Chaitanya Brahmachari, di promuovere un’azione legale presso l’alta corte di Allahabad.
Per questo il 30 gennaio la Missione nazionale per Clean Ganga (NMCG) ha organizzato una consultazione delle parti interessate a livello nazionale dal nome ‘Swachh Ganga-Gramin Sahbhagita’, il cui obiettivo è “pulire e ringiovanire” il fiume Gange attraverso la partecipazione attiva della popolazione rurale. Agli incontri parteciperanno i Gram Pradhan di 1649 gram panchayat, i governatori di Jharkhand e Uttrakhand, i ministri dello Sviluppo delle risorse umane, del turismo, degli affari, della gioventù e sport, dello sviluppo rurale dell’Unione e dell’Acqua potabile e servizi igienico-sanitari, insieme con numerosi politici eminenti e rapprenstanti di diverse ONG.
Scopo degli incontri definire una piattaforma per discutere le questioni e le possibili soluzioni da adottare per il Gange ringiovanimento ma anche la stipula di un protocollo d’intesa tra i governi dello Jharkhand e dell’Uttrakhand.
“Ganga figlia del dio della montagna e sorella di Parvati, moglie di Shiva, era talmente bella che gli dei decisero di non farla scendere sulla terra, ma quando il re Bhagirata, dopo aver trascorso mille lunghissimi anni in meditazione e preghiera sottoponendosi a tutte le privazioni del corpo, chiese a Brahma di far scendere le potenti acque purificatrice di Ganga sulla terra, li dio acconsentì e concesse a Bhagirata il suo desiderio”.
Non aveva tenuto in conto gli interessi delle multinazionali e le conseguenze del sovra popolamento e sfruttamento del fiume.
C.Alessandro Mauceri

I venditori d’aria canadesi fanno grandi affari in Cina

Nel 2013 Chen Guangbiao un imprenditore cinese decisamente lungimirante, riuscì ad accumulare un discreto gruzzoletto vendendo, nelle zone più inquinate della Cina, barattoli di aria pulita prelevata in regioni meno industrializzate: per ognuno chiedeva un prezzo enorme, 5 yuan, pari a circa 50 centesimi. L’anno scorso l’artista Liang Kegang guadagnò l’equivalente di 512 sterline vendendo un bicchiere riempito con aria presa da un viaggio nel sud della Francia.
Quello della vendita di aria pulita pare sia un business in grande crescita in Cina. Tanto che anche alcuni imprenditori stranieri hanno deciso di approfittarne. Oggi, in molte zone del paese, l’aria è irrespirabile. Nelle grandi città nel nord est e sud, l’inquinamento ha raggiunto livelli paurosi, come ha confermato l’agenzia di stampa statale Xinhua. Per questo c’è chi ha deciso di vendere ai clienti che vivono.
Per questo Vitality Air, una società canadese, ha visto i propri prodotti andare a ruba: il primo lotto di 500 “confezioni” è andato esaurito in quattro giorni. E un altro stock di migliaia di bottiglie ègià pronto.“Volevamo fare qualcosa di divertente e dirompente così abbiamo deciso di vedere se potevamo vendere l’aria”. E questo nonostante il prezzo sia tutt’altro che economico: una lattina da 7,7 litri di aria frizzante presa dal Parco Nazionale di Banff sulle Montagne Rocciose viene venduta a circa 10 dollari,ovvero cinquanta volte il prezzo di una bottiglia d’acqua minerale in Cina. A volte come ha detto Harrison Wang, il rappresentate per il mercato cinese, i clienti comprano l’aria per fare regali.
Quello che gli ignari compratori dagli occhi a mandorla non sanno è che la situazione dell’ambiente, in Canada, non è poi così rosea. Robert Powell, esperto per il Wwf, sostiene che Ottawa sta rischiando molto nel settore dei combustibili fossili. Lo shale gas è ampiamente sfruttato in Alberta sin dagli anni Settanta. Ciò ha prodotto, negli ultimi vent’anni, danni forse irreversibili e l’inquinamento di laghi e fiumi per via degli agenti chimici che, a seguito del fracking, vengono immessi nel suolo. Nel 2010 a causa dell’eccessivo sfruttamento delle sabbie bituminose nelle vicinanze del lago Alberta, da cui veniva estratto petrolio, si verificarono innumerevoli casi di pesci che avevano subito mutazioni genetiche al colore, con tumori grossi come palle da tennis e deformazioni di ogni tipo sulle pinne, sullo scheletro e sul corpo. Il governo canadese continuò a rassicurare i propri cittadini sull’impatto ambientale dell’escavazione di sabbie bituminose dicendo che “non inquinava”. Per questo, nel 2012, con il cosiddetto Canadian environmental assessment act, il governo canadese mise lo sfruttamento delle risorse ambientali al centro della crescita economica (una delle prime conseguenze furono le concessioni per trivellazioni esplorative nell’Artico). La conseguenza è che, oggi, a causa dell’inquinamento, l’acqua dei laghi canadesi si sta trasformando in gelatina. Come ha confermato uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B.
Un fenomeno che si aggiunge al problema legato alla deforestazione per favorire lo sfruttamento delle risorse del suolo. Nonostante diverse organizzazioni come la Fao o l’Oecd continuino a presentare la qualità dell’aria e dell’acqua in Canada molto più elevata che nel resto del mondo, ciò è dovuto solo al fatto che molti dati sono nascosti essendo legati alla bassa antropizzazione del paese. Lo dimostrano i dati relativi all’ambiente: il Canada ha un’intensità energetica del 27per cento maggiore di quella della Cina, più del doppio delle emissioni pro capite e il 15% in più degli Stati Uniti. Pur avendo meno dello 0.04% della popolazione mondiale, il Canada oggi è responsabile di quasi il 2 per cento delle emissioni globali.
Peccato che questo, agli ignari cinesi che comprano le bottiglie d’aria provenienti dal Canada convinti di respirare finalmente una boccata d’aria pura, nessuno abbia pensato di dirlo.
C.Alessandro Mauceri

4° potere

di Jacopo Cioni

Sono diversi giorni che non scrivo due righe, non certo per mancanza di argomenti, tutto ciò che avviene in questo miserando Stato è argomento di una riflessione, direi più per un vuoto mentale da abbondanza di argomenti. A fronte di decine di giornalisti professionisti che parlano del nulla e se va bene di qualcosa di concreto ma a mezze parole e nascondendo più o meno velatamente la verità, dovrebbero esistere decine di non giornalisti come me che ci provano a svelare quelle verità. Ed esistono, non sono certo famosi, le loro parole sono raramente oggetto di divulgazione mediatica di massa, ma ci sono. Potrei farne anche un elenco striminzito ma sinceramente non ne vedo l’utilità. L’impenetrabilità di certi argomenti verso i media di divulgazione di massa talvolta sfiorano il ridicolo e una redazione seria dovrebbe accantonare triti argomenti di riempimento temporale e dedicarsi anima e corpo a spiattellare regolarmente argomenti politici ed economici a fronte di una penetrazione nel tessuto sociale di coscienza e a seguito di questa di un’azione che è attualmente assolutamente inesistente, sia a livello politico che popolare.
Certo è che una tal si fatta redazione avrebbe vita difficile, immagino la quantità di querele e sputtanamenti ad opera di altra parte mediatica che si svilupperebbero e quanti soloni si accenderebbero come un mortaretto per controbattere, ma almeno ci sarebbe un confronto. In quante interviste giornalistiche cartacee o televisive vedete un giornalista mettere in difficoltà il suo interlocutore politico? Personalmente lo vedo talmente di rado che sospettare una collusione fra giornalismo e politica o finanza è ormai obbligo. Quei rari spezzoni che esistono girano in rete, ma mai sono riproposti in un telegiornale o in un programma di approfondimento. Più facile assistere a dei cani che scodinzolando annusandosi il posteriore che a vere e proprie inchieste giornalistiche. Certo è che i più conosciuti giornalisti televisivi definirli tali è diventato utopistico e non a caso occupano certi posti. Vedere intervistatori che sappiamo essere collusi con club sovranazionali o altri che sappiamo occupare quel posto solo per influenza politica e non per merito investigativo è stomachevole e per chi conosce i retroscena è un vera e propria pena.
Vuole un movimento politico dimostrare di essere fuori da questi giochetti di censura e avvalorare il proprio riconoscimento verso i Cittadini non solo a parole, ma con atti concreti? Bene, cominci ad organizzarsi per una riforma della comunicazione perchè senza essa, la comunicazione, l’informazione realmente libera e scevra da condizionamenti, non si riuscirà mai a cambiare la coscienza di un popolo o di più popoli. Il nodo del 4° potere è attuale più che mai e non può essere disatteso ancora per molto. Il controllo editoriale non può più essere in mano ai burattinai, ma deve essere realmente libero e non controllabile dai poteri forti. Sovranità dell’informazione. Allora cambieranno le coscienze e le persone ritroveranno i giusti stimoli a combattere per i propri diritti e per quelli dei propri figli. Se ciò non accadrà saranno inutili anche le battagli parlamentari o le riunioni di piazza fra pochi coscienti.

Jacopo Cioni

Merkel personaggio dell’anno (chissà se è contenta?)

La rivista Time ha nominato la cancelliera tedesca Angela Merkel “personaggio dell’anno 2015”. E come sempre, in queste occasioni le ha dedicato la copertina con il titolo “Angela Merkel, cancelliera di un mondo libero”. Tralasciando ogni commento sulla decisione di parlare di libertà (dato che, di fatto, da anni la Germania impone le proprie scelte a buona parte dei paesi dell’Unione), resta da capire se essere nominati “personaggio dell’anno” dalla famosa rivista americana sia qualcosa di andare orgogliosi o no.

Prima di lei, a ricevere questo “onore” solo tre tedeschi. Nel 1970 toccò a Willy Brandt (al quale nel 1971 venne conferito anche il premio Nobel per la pace), che solo pochi anni dopo (nel 1974) fu costretto a dimettersi a causa del presunto coinvolgimento di un suo consigliere in una rete di spionaggio a favore della Repubblica Democratica Tedesca. Prima di lui, a ricevere l’ambito riconoscimento, nel 1953, era stato Konrad Adenauer, l’”uomo giusto”, secondo gli alleati (che lo misero alla guida della Germania). Lo stesso che affermò: “Se gli austriaci ci dovessero chiedere risarcimenti per danni di guerra, restituirò loro la salma di Hitler”. Nel 1954, l’Unità, poco prima di una sua visita ufficiale a Roma, lo definì “erede del Kaiser e di Hitler” e “capo del quarto Reich”. Ma erano altri tempi.

Erano altri tempi era appena finita la Seconda Guerra Mondiale. E a proposito di Seconda Guerra Mondiale, un altro tedesco, poco prima era stato nominato “personaggio dell’anno” dalla rivista Time: Hadolf Hitler (unico vincitore a non essere ritratto in copertina). Quale sia l’opinione generale del “fuhrer” e se davvero meritasse quel riconoscimento è qualcosa che tutti possono valutare (ripensando ai lager nazisti).

Il fatto è che, a scorrere l’elenco dei personaggi che nel corso dei decenni sono stati insigniti di questo titolo si incontrano “personaggi” certamente passati alla storia ma dalla carriera quantomeno dubbia. A cominciare da Hailé Selassié, il cui vero nome era Tafari Makonnen Woldemikael (l’altro nome, che significa “Potenza della Trinità”, se lo scelse nel novembre 1930 quando si autoproclamò imperatore). Nel 1935 gli fu conferito il titolo di personaggio dell’anno, ma la sua vita è coperta da numerose ombre: salì al potere dopo aver ordito una congiura contro il cugino Ligg Jasu allora reggente (si dice con l’accordo di Italia, Franca ed Gran Bretagna). Non a caso, nel 1936, il suo slancio riformistico (che gli era valso il titolo) venne bruscamente interrotto dall’invasione dell’Italia fascista. Tornò al potere poco dopo, grazie agli inglesi.

L’anno dopo, toccò a Wallis Simpson, l’amante di Edoardo di Windsor, allora principe del Galles ed erede al trono britannico (per lei, il futuro re abdicò). Due anni dopo essere stata eletta “personaggio dell’anno”, finì sui giornali per una sua frase: quando i tedeschi invasero la Francia, nel maggio del 1940, e dopo la disfatta inglese di Dunquerque, lei commentò: «Non posso dire di essere dispiaciuta». Davvero un “personaggio”.

Anche Stalin ricevette l’ambito riconoscimento. Eppure la storia lo ricorda come colui che diede inizio al periodo delle “purghe” e del Grande terrore (eliminò fisicamente tutti i suoi avversari nel partito, nell’economia, nella scienza, nelle forze armate, nelle minoranze etniche). E fu sempre lui ad organizzare i campi di detenzione e lavoro (Gulag) in cui furono imprigionate milioni di persone. Nonostante ciò, Stalin venne insignito del titolo di personaggio dell’anno non una, ma due volte: nel 1939 e nel 1942.
Del premio venne insignito anche l’esercito americano (nel 1950) che partiva per la Corea: gli storici stimano che il numero delle vittime causate dal conflitto sia di almeno 2.800.000, tra morti, feriti e dispersi, metà dei quali civili. Un riconoscimento che venne conferito anche ai militari statunitensi che partivano per l’Iraq (nel 2003): per questa guerra non esistono dati certi sul numero di morti e feriti che avrebbe causato, ma gli storici parlano di “centinaia di migliaia di morti” (c’è chi ha calcolato che il loro numero potrebbe essere superiore ai 700mila).
Nel 1958, la rivista Time assegnò il premio a Charles De Gaulle. Lo stesso anno De Gaulle diede un esempio di cosa intendesse per “democrazia”: stravolse la Costituzione francese (nel “Discorso di Bayeux”) eliminando quella che definiva la “dittatura parlamentare”e accentrando fortemente i poteri nelle mani dell’esecutivo (Presidente della Repubblica e governo da lui nominato) a discapito del Parlamento.

Per due anni di seguito il riconoscimento toccò a Nixon (nel 1971 e nel 1972). Solo un paio d’anni dopo, nel 1974, Nixon fu coinvolto nello scandalo Watergate e fu costretto a dimettersi, ma non prima di aver mandato migliaia di concittadini a morire in guerra in Vietnam. Le sue politiche sulla vicenda della guerra erano basate su una serie di principi fissati con i suoi collaboratori Melvin Laird ed Henry Kissinger.

Non a caso, anche quest’ultimo, l’anno dopo (1973), venne insignito dell’ambito titolo di personaggio dell’anno. Fu lui ad accompagnare il nuovo presidente Ford in Indonesia dove pare siano stati definiti i dettagli dell’invasione di Timor Est. La guerra tra Indonesia e Timor Est causò migliaia di morti e c’è chi afferma che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il supporto in armi e armamenti all’Indonesia da parte degli americani.
L’attenzione degli Usa è sempre stata rivolta verso l’Asia e verso il Medio Oriente. Nel 1979, ad essere riconosciuto personaggio dell’anno fu l’ayatollah Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī, leader carismatico dell’estremismo islamico che portò alla rivolta nel proprio paese. Proprio quell’anno, lo scià fu costretto a fuggire dall’Iran e Khomeyni, di ritorno da un esilio durato quasi sedici anni, instaurò la “repubblica islamica”. Fu allora che migliaia dei collaboratori del deposto scià furono arrestati e fucilati dopo processi sommari. Nel sua autobiografia, Ali Ağca, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II (anche lui personaggio dell’anno, nel 1994), ha dichiarato che mandante era Ruhollah Khomeyni, che gli avrebbe ordinato in turco di “uccidere il Papa in nome di Allah”.
L’elenco dei soggetti “discutibili” o delle scelte opinabili con cui la rivista Time ha assegnato il titolo di personaggio dell’anno è lunghissimo. Fino alla decisione di pochi giorni fa di indicare la Merkel “Person of the Year”.

Un riconoscimento, visti i suoi predecessori, di cui non si sa bene se la cancelliera debba essere orgogliosa o arrabbiata.

C.Alessandro Mauceri

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Continua la persecuzione dei cristiani

Mentre in Italia diversi gruppi politici si dilettano e si affannano su polemiche circa l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche o sul presepe da esporre negli uffici pubblici, nel mondo i cristiani perseguitati sono 150 milioni ogni anno.
Una denuncia che è stata ripetuta nel corso di una conferenza organizzata dal vicepresidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, e che si è svolta ieri a Bruxelles. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, e numerose autorità civili e religiose tra cui il reverendo Christopher Hill, presidente della Conferenza episcopale europea, il Cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, Paul Bhatti, fratello dell’unico ministro cristiano in Pakistan, ucciso in un attentato, e Antony Gardner, ambasciatore Usa all’Unione europea.
“Ogni mese nel mondo vengono assaltate e distrutte 200 chiese e luoghi di culto. Ogni giorno e in ogni regione del pianeta, si registrano nuovi casi di persecuzione nei confronti dei cristiani”, ha detto Tajani. “Nessun’altra comunità religiosa è oggetto di odio, violenza e aggressione sistematica quanto quella dei cristiani”.
Un allarme, quello per i costanti attacchi ai cristiani, che era già stato lanciato in aprile da papa Francesco: ogni mese 322 cristiani vengono uccisi nel mondo a causa della loro fede. E 722 sono gli atti di violenza perpetrati nei loro confronti. Le statistiche rese pubbliche da opendoorsusa.org, un’organizzazione non profit evangelica che opera in più di 60 paesi, lasciano sgomenti.
Tuttavia la cosa sorprendente è che nessuno, fino ad ora, ha affrontato il problema in modo ufficiale. Tanto più che molti di questi crimini contro la religione non avvengono solo non in paesi come l’Is o la Siria, oggetto di scontri fomentati (almeno ufficialmente) da fondamentalisti islamici, ma in altri paesi. Come in Oman, in Vietnam, in Qatar, in India, in Tunisia, in Giordania, in Cina, dove la Chiesa può essere solo quella “patriottica”, negli Emirati Arabi Uniti e persino in Arabia Saudita, il paese al quale è stata affidata la presidenza del panel di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU (e dove continuano le esecuzioni capitali di decine e decine di persone).
Il cristianesimo non piace a tutti quei paesi dove i suoi valori, basati su caratteri universalistici, “sfidano regimi dittatoriali, come nel caso della Corea del Nord, o sistemi politici autoritari”, ha detto Tajani, il quale ha aggiunto che “I cristiani non rappresentano un pericolo solo per i fondamentalismi e le dittature, ma anche per il crimine organizzato”. Come in Messico, dove i narcos perseguitano i cristiani perché attivi in iniziative contro la delinquenza minorile o nel recupero dei tossicodipendenti.
Della stessa opinione il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz: “Ci dobbiamo scuotere perché anche nel nostro continente i cristiani non sono sicuri”. E ha aggiunto che “I diritti fondamentali oggi sono più minacciati che in passato, e bisogna dirlo. Includono anche la scelta religiosa e la possibilità di professarla in totale libertà. Oggi il gruppo più oppresso è quello dei cristiani”. Per questo il Parlamento Europeo ha approvato alcune risoluzioni di condanna contro la persecuzione dei cristiani.
E mentre in Europa si discute del problema delle violenze a sfondo religioso e si tengono conferenze, ogni singolo giorno più di dieci persone vengono uccise solo per aver proclamato la propria fede in Cristo. Magari proprio in quei paesi che sono i principali partner commerciali dei membri dell’Unione Europea o da cui provengono gli “esperti” ai quali le maggiori organizzazioni internazionali del pianeta conferiscono incarichi per la tutela dei diritti umani.

Lo chiamano “riso di plastica”…. e tra poco potrebbe finire anche sulle nostre tavole.

Che i rischi di dare alle aziende la possibilità di “creare” cibi artificiali senza conoscere le conseguenze per la salute dei consumatori era elevatissima, lo si sapeva. Recentemente il Consiglio d’Europa ha inserito nel “novel food” una semplificazione delle procedure di autorizzazione dei nuovi alimenti e ha deciso che possono essere considerati “alimenti” anche quelli basati su colture cellulari e tessuti, su nuovi nanomateriali e con coloranti. Una norma che è stata immediatamente recepita dall’Italia e da molti paesi Ue. In questo modo, i governanti hanno deciso di concedere alle multinazionali la possibilità di chiamare alimenti prodotti realizzati in laboratorio.
Fino a non molto tempo fa, in Cina, le uniche colture che potevano essere modificate e coltivate a fini commerciali erano il cotone (si stima che ormai tutto il cotone cinese sia Ogm) e la papaya. Ma sul mercato circolano da tempo molti altri prodotti geneticamente modificati come soia, colza e mais. Questi prodotti potevano essere solo trasformate in olio e mangimi per animali. Recentemente, però, il governo cinese ha modificato le leggi in materia di cibi alterati o sintetici e ha aperto le frontiere (sia per quanto riguarda le importazioni che per le esportazioni) a prodotti modificati (spesso provenienti dall’India o dal Canada). L’aumento della popolazione cinese e la possibilità di conquistare nuovi mercati con prodotti a bassissimo costo grazie ad alimenti sintetici, ha spinto la Cina a “sdoganare” i cibi geneticamente modificati. In un documento ufficiale le autorità hanno affermato di voler rilanciare la ricerca sugli Ogm e hanno deciso di portare avanti una campagna di “educazione” sui prodotti modificati per convincere i consumatori.
Prodotti come il “riso di plastica”. Una sorta di riso sintetico creato in Cina e che è già distribuito su diversi mercati (la stessa Cina, Indonesia, Filippine, Singapore, India e Vietnam).
“Gli scienziati hanno fretta, le aziende hanno fretta, anche gli agricoltori hanno fretta. Ma i nostri dipartimenti governativi vanno a rilento”, ha dichiarato alla stampa Huang Dafang, ricercatore ed ex direttore del dell’Istituto di Ricerca Biotecnologica dell’Accademia delle Scienze agrarie. Per lui la colpa sarebbe della burocrazia: “Le nuove colture non sono state ancora approvate. È a causa della sicurezza? No, è a causa della trafila all’interno delle agenzie governative”.
Il problema è che i ricercatori hanno scoperto che questo prodotto (nonostante le norme volute dai governi e dalle multinazionali, chiamarlo “alimento” è una forzatura eccessiva), se consumato in quantità eccessive, può causare gravi problemi gastrointestinali. Il grani del “riso di plastica” sono in genere costituiti da amido di patate mescolato con un copolimero l’acrilonitrile-stirene (SAN). A prima vista i chicchi sono identici a quelli veri. Chi lo mangia, però, non sa che, facendolo, ingerisce un prodotto di sintesi che di solito viene utilizzato come materiale termoisolante nell’imballaggio. Con gravi conseguenze per la salute.
È per questo motivo che il presidente delle Filippine, Benigno Aquino, ha ordinato la creazione di una task-force tra varie agenzie governative, per contrastare la proliferazione del contrabbando di riso nel paese e scoprire il riso contraffatto (che generalmente viene mescolato con quello regolare, per renderne più difficile l’individuazione). Per combattere le contraffazioni, il governo ha incaricato la National Food Authority (NFA) delle Filippine di intensificare le attività di monitoraggio e di utilizzare un nuovo tipo di spettroscopio portatile per scoprire la presenza del cosiddetto “riso di plastica” tra i prodotti venduti come alimenti.
Dopo tutto ciò sorge spontaneo il dubbio che, forse, la Commissione Europea e i paesi dell’Unione hanno avuto troppa fretta di aprire le porte agli alimenti prodotti il laboratorio e di aver semplificato eccessivamente le procedure di valutazione (favorendo le grandi multinazionali).
C.Alessandro Mauceri

I bambini “invisibili”

La Cina ha diffuso la notizia che, nel paese, non è più in vigore la regola che imponeva ad ogni famiglia di non avere più di un figlio. Una politica introdotta nel 1979, che oggi è divenuta obsoleta a causa della bassa natalità e del rapido invecchiamento della popolazione.
Quella che imponeva un solo figlio, era una legge non scritta, ma non per questo le autorità non imponevano che venisse rispettata. Sono molti i genitori che hanno preferito abbandonare i propri figli, piuttosto che perdere il lavoro o essere costretti a pagare quella che era considerata una grave violazione: nel 2012 un avvocato dello Zhejiang ha stimato che multe che i genitori di un secondo figlio erano stati costretti a pagare avevano consentito all’amministrazione locale di incassare ben 17 miliardi di yuan.

Queste regole non scritte, nel corso degli anni, hanno creato decine e decine di milioni di “invisibili”. È questo il termine con cui, nel corso degli anni, sono stati chiamati i bambini abbandonati.
Un problema che le autorità e le organizzazioni internazionali conoscono da molti anni. Ne parlò l’Unicef che, nel 2005, diffuse uno studio che riportava i dati degli invisibili non solo in Cina, ma in tutto il mondo. Gli osservatori internazionali parlarono di bambini “invisibili, di un’infanzia che non si vede, che non viene considerata, che non riceve aiuto”.
Impressionanti i numeri: solo nei paesi in via di sviluppo, i bambini abbandonati alla nascita erano oltre 50 milioni. Il 55 per cento dei nati nei paesi in via di sviluppo (Cina esclusa) non veniva registrato alla nascita. E, di conseguenza, questi bambini non erano riconosciuti come cittadini. A loro non era fornita istruzione nè assistenza sanitaria. Il futuro per loro non doveva esistere. Per questo decine di milioni di bambini e bambine finivano sulla strada dove erano esposti ad ogni tipo di abuso e sfruttamento, spesso erano vittime di violenze e le condizioni di vita causavano gravi malattie. Molti di loro non sopravvivevano. A dirlo i dati ufficiali: nei paesi meno sviluppati, un bambino su 6 muore prima dei 5 anni e uno su 10 prima di un anno; una bambina su due non frequenta la scuola elementare; uno su tre sotto i 5 anni (42 milioni) è sottopeso; un neonato su 4 non è vaccinato contro il morbillo (malattia che ogni anno uccide 500mila bambini).
Quelli che sopravvivono spesso finiscono diventano “merce”: vengono venduti in adozioni illegali (recentemente in Cina è stato condannato il direttore e alcuni impiegati di un orfanotrofio dello Hunan, per tratta di esseri umani: dal 2002 attraverso la copertura del sistema delle adozioni internazionali, avevano organizzato un lauto trafficoni bambini) o finiscono nel pozzo nero della prostituzione minorile.
Non stupisce che nessuno faccia niente per risolvere il problema: per la maggior parte della popolazione mondiale, questi bambini sono “invisibili”.
A distanza di dieci anni da quel rapporto, la situazione oggi è peggiorata. Ad ammetterlo è un nuovo rapporto Unicef: oggi sono non meno di 230 milioni i bambini “invisibili”.
“La registrazione alla nascita è più di un diritto. È il riconoscimento dell’identità e dell’esistenza del bambino da parte della società”, ha detto Geeta Rao Gupta, vicedirettore esecutivo dell’Unicef. Un diritto che, sempre più spesso, viene negato ai bambini. In alcuni paesi la percentuale dei bambini non registrati alla nascita è spaventosa: in Etiopia sono il sette per cento di tutti nati. Nello Zambia il 14 per cento. E in Pakistan più di un bambino su quattro (il 27 per cento) è “invisibile”. Ancora peggiore, se possibile, la situazione in Cina dove il loro numero è solo ipotizzabile.
Nascite non registrate che, secondo l’Unicef, sono un sintomo di disuguaglianza e di disparità nella società: i bambini più colpiti sono quelli provenienti da gruppi etnici o religiosi minoritari, quelli che vivono in zone rurali o remote, o quelli che hanno la sfortuna di nascere da famiglie povere. A volte, come in Cina, a peggiorare la situazione contribuiscono altre cause. Come la necessità delle famiglie di trasferirsi verso i grandi centri urbani nella speranza (spesso vana) di trovare una vita migliore. E nel farlo abbandonano i figli appena nati. È questo, insieme ad altri fattori (come la regola di non poter avere più di un figlio a coppia), che ha fatto crescere in modo spropositato il numero di bambini “invisibili” (basti pensare che in Cina sono oltre 22 milioni i bambini che sono stati abbandonati dai genitori che si sono trasferiti nelle grandi città in cerca di lavoro).
È così che milioni di bambini finiscono a vivere in condizioni inimmaginabili: in Cina, i più “fortunati” cercano di sopravvivere ai margini della civiltà nelle grandi città. Molti vivono all’aperto, per strada. Solo quando la temperatura scende tanto da non consentire loro di sopravvivere, cercano un riparo di fortuna. Qui vivono senza corrente elettrica, senza riscaldamento (si scaldano tenendo in mano una tazza d’acqua calda o con un fuoco di fortuna). Per loro non c’è la scuola: non hanno l’hukou (il certificato di residenza), non hanno documenti e, quindi, non possono andare a scuola. Per il governo cinese, questi bambini non hanno nessun diritto: niente assistenza sanitaria, niente lavoro quando saranno grandi, niente di niente. Anche per il resto del mondo è come se loro non esistessero: sono “invisibili”.
Pare che i governi si accorgano di questi “problemi sociali” solo in momenti “particolari”. Recentemente il Brasile ha cercato di nascondere quale sia la situazione in cui versano nel paese i bambini che vivono ai margini della società (i cosiddetti meninos de rua). È avvenuto in vista dei mondiali di calcio del prossimo anno. E le soluzioni adottate sono state oltremodo violente. Lo stesso aveva fatto la Cina in occasione delle Olimpiadi del 2008. Anche allora le autorità non mancarono di fare quanto di peggio potevano per nascondere come stavano realmente le cose.
In questi casi si fa di tutto per fare sì che, per le televisioni, per i media, per la gente, decine di milioni di bambini continuino ad essere “invisibili”…..
C.Alessandro Mauceri

Stones and blood in Myanmar

Nearly one hundred people dead and missing at least another hundred (but there is little hope to find them still alive). Is this is the result of a landslide in a mine in Myanmar.

Just another case of deaths in mines without any security system: a price in blood and human lives that nobody talks or writes about.
The greatest part of the jade in the official markets is extracted in three countries: China, Korea and Myanmar (formerly Burma). Mines are quite often located in hard to reach areas: normal roads disappear into the forest where begins the hell for those who live in the miners, their guards and, of course, for Chinese buyers.

Extraction and trade of mineral usually occur outside of normal commercial channels. Almost half of jade mined in Myanmar is sold in China and, very often, on unofficial market. Billions of dollars (according to data of the ash Center at Harvard University): this market reached eight billion dollars, one-sixth of the entire GDP of Burma.
Nothing of this money remains in Myanmar: most of it goes to Chinese entrepreneurs and armed gangs that rules and permit mining companies to extract and to traffic drugs.

Mine workers are often treated in conditions of semi-slavery. Life goes digging with rudimentary; the only break is for sleeping a few hours or for consuming drugs. The two things are inseparable since several years. Often workers are “convinced ” (the first “dose”, usually is given free) to take drugs to be able to withstand the gruelling work shifts. Heroin, methamphetamine and opium (Myanmar is one of the largest producers of the latter, after Afghanistan). Shortly they become dependant and do not work anymore for a wage (even if ridiculous) but only for receiving their daily “dose”. That’s like their lives go on, until death.

Often a death like in the past few days. The collapse occurred in the state of Kachin. In the same place where, only three years ago, 100 thousand men, women and children had been evacuated during the violent clashes between the Burmese army and Kachin.

Many people know their situation. Authorities knew it: in an interview on the New York Times, Yang Houlan, Chinese ambassador to Myanmar, said that entrepreneurs and business people regularly and systematically violate Burmese laws and Chinese “business man” “cross the border to smuggle out jade”.

A situation that none, up to now, has done anything to change. One is the reason: the jade market is pretty darn prosperous and it grows quickly: during the last quarter of 2014, revenues in the export of jade in Myanmar increased by 30per cent over the same period last year.

Many of these stones are sold in all markets around the world, but especially in China (where they have a huge value tied to the belief that they can have healing properties or they can bring luck).These stones are not green: they are spotted of red, the blood of thousands of people who live as slaves in a hell of mines where they extract the jade.

C.Alessandro Mauceri