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La polizia greca si schiera con i Cittadini

 

di Jacopo Cioni

Questo è una parte del testo della lettera inviata da uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, lettera resa pubblica dove viene annunciato che:
“…..non obbedirà agli ordini del Governo ma, al contrario, che si riserva di far scattare subito il mandato d’arresto immediato per componenti della Commissione Europea e della BCE che si troveranno sul suolo greco per il reato di ricatto, istigazione multipla a reato contro lo statuto nazionale e, alla sua abrogazione legislativa, violazione ed offesa della sovranita’ popolare mirata al bene comune del popolo greco, ecc..ecc…”
Le forze dell’ordine hanno capito, finalmente, almeno in Grecia, che la criminalità non risiede nel popolo che anzi è oggetto di crimini, ma nelle istituzioni private e non europee. Non solo comunicano che smetteranno di prendere ordini dal governo ma che si attiveranno contro le istituzioni europee riconosciute come causa dei crimini in oggetto.
Invitiamo le nostre forze dell’ordine a comprendere questo concetto prima che anche in Italia si degeneri ad una guerra civile. Guerra civile che si avvicina ogni giorno di più, frenata da un’informazione che non informa e che nasconde le vicende greche per non indurre un effetto a catena.
Sarà ritardata ma avverrà.
La comprensione della differenza fra criminali e vittime da parte delle forze dell’ordine porterà ad un’unione di intenti con i cittadini stessi, limitando la violenza a fronte del riappropriarsi della propria Sovranità. Forze dell’ordine e forze armate devono comprendere che i meri esecutori della dittatura finanziaria europea sono coloro che l’avvallano sia in termini politici, con occupazione illecita delle istituzioni, sia gli ufficiali di altissimo grado che proteggano, non le istituzioni, ma chi le occupa agendo contro i Cittadini stessi. I Cittadini sono le vittime e non i criminali.
Il mio ha il sapore di una richiesta di colpo di stato? Se lo Stato sono i Cittadini non si tratta di un colpo di stato, ma di rientrare in possesso di ciò che è nostro per Costituzione secondo l’art. 1 della stessa.
Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco dimostra, ancora una volta e le forze di polizia con loro, che la Libertà non è una parola vana, che la democrazia non è una condizione alienabile, che la Sovranità è il solo mezzo per i Cittadini di vivere una vita fatta di scelte fatte in prima persona e non è possibile una cessione della stessa che portano a decisioni di poteri sovranazionali e dittatoriali.
E’ ora di staccare la spina.

Jacopo Cioni

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2016 : l’anno del petrolio

C’è chi ha detto che il 2015 sarà ricordato come l’anno dei migranti. È ancora presto per dire che anno sarà il 2016 ma c’è già chi è pronto a scommettere che sarà l’anno del petrolio.
Da mesi ormai sono in corso stravolgimenti riguardanti questa risorsa che avranno ripercussioni sulla vita di buona parte della popolazione.

Nei mesi scorsi se ne è parlato a proposito della vendita da parte dell’ISIS di questo combustibile, fondamentale per la sopravvivenza di quasi tutti i paesi industrializzati. Vendita “in nero” che molti, almeno questa la versione ufficiale, stanno cercando di capire. È strano che i moderni mezzi di spionaggio (gli stessi che hanno permesso di scoprire terroristi nascosti nei più remoti anfratti del mondo), non riescano a seguire le carovane di centinaia e centinaia di camion-cisterna in viaggio attraverso i continenti (dall’Asia all’Europa e poi di nuovo in Asia).

Quello che non è strano, invece, è come mai uno dei maggiori produttori mondiali, l’Arabia Saudita, abbia i propri conti pubblici in rosso (tanto da dover emettere titoli di stato per 80 miliardi di dollari, di conseguenza il debito pubblico raddoppierà) proprio a causa del calo del prezzo del petrolio. Il prezzo del petrolio è sceso in picchiata nell’ultimo periodo e le conseguenze internazionali si sono già fatte vedere: diversi paesi, come l’Arabia Saudita (ma anche il Qatar e molti altri) che fino ad ora avevano basato la propria economia sullo sfruttamento di questa risorsa, sono stati costretti a “diversificare” le proprie attività e hanno deciso di scendere in guerra (quanto questa attività sia lucrativa lo dimostra l’economia americana) o darsi al commercio delle armi.

Il prezzo del petrolio basso, se da un lato è ancora un problema per molti paesi arabi (l’ultima riunione dei paesi produttori di petrolio, l’Opec, si è conclusa con nulla di fatto e con il rinvio di ogni decisione a giugno 2016), dall’altro permette loro di essere concorrenziali su due mercati.

Il primo è quello delle fonti energetiche rinnovabili: un prezzo dei combustibili fossili elevato renderebbe vantaggiosa la corsa (senza ritorno) verso le energie ecocompatibili. Ma con il prezzo del petrolio ai minimi storici non c’è competizione e quasi tutti i paesi industrializzati, nonostante le promesse fatte al COP21 di Parigi, preferiscono restare schiavi dei combustibili fossili.
Inoltre un prezzo del petrolio così basso permette anche ai paesi arabi di esercitare forti pressioni su altri produttori. Primi fra tutti gli Stati Uniti d’America e il Canada.
Navi Dhaliwal e Martin Stuermer, due esperti del settore, in un report citato da Bloomberg, hanno detto che “i prezzi bassi del petrolio hanno generato danni finanziari consistenti ai produttori di petrolio e gas americani, soprattutto perché questi devono far fronte a costi di produzione molto più alti dei loro concorrenti altrove nel mondo”. Non è un caso se, come ha riportato la Federal Reserve, sono almeno nove le compagnie che, negli ultimi mesi del 2015, hanno quasi dichiarato bancarotta, per un debito totale di oltre 2 miliardi di dollari. Cosa che ha anche causato la perdita di oltre settantamila posti di lavoro. “Se le bancarotte proseguono a questo ritmo, ci potranno essere ancor più ripercussioni nel 2016” è stato l’allarme lanciato dei due ricercatori.
Il modo di estrarre il petrolio nell’America settentrionale, basato sul fracking (la rottura delle rocce che ‘imprigionano’ la materia prima energetica), è estremamente costoso (per non parlare delle pesanti conseguenze per l’ambiente).
È questo che ha consentito ai paesi riuniti nel cartello dell’Opec di rallentare l’emergente produzione degli Stati Uniti, e di costringere Washington a rinunciare alla propria indipendenza energetica e tornare addirittura ad importare petrolio. L’Opec ha deciso di limare in maniera consistente i propri guadagni, pur di non perdere anzi di conquistare quote di mercato ribassando i prezzi.
Questo non potrà non avere conseguenze rilevanti anche in altre parti del mondo nel prossimo futuro. La decisione di abbattere i prezzi del petrolio ha consentito all’Opec di conquistare quote di mercato, ma, di contro, ha leso la coesione interna. Oggi, di fatto, il cartello non esiste più.
Questo non potrà non causare instabilità politica in alcuni paesi produttori, come l’Algeria, che fino ad ora si erano tenuti fuori dai conflitti internazionali. Ma non potrà non influire anche sulle scelte di politica estera della Russia.
Senza contare che, nell’immediato futuro, potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sulla corsa allo sfruttamento dei giacimenti dell’Artico e dell’Atlantico. Con rischi per l’ambiente che sono stati già dimostrati negli anni passati.
Una situazione difficile da interpretare ma che intanto ha portato la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse. Cosa che, nel breve periodo, avrà conseguenze rilevanti anche sulle economie di molti altri paesi. A cominciare da quelli europei. Non è un caso se, negli ultimi mesi, il rapporto euro/dollaro è cambiato a favore di quest’ultimo. Per non parlare del fatto che un dollaro forte potrebbe avere conseguenze non indifferenti per le economie di quei paesi che devono ripagare i propri debiti in dollari e causare una crisi sulla crescita in altre parti del mondo.
Tutto questo a causa delle decisioni che poche persone prenderanno a proposito del petrolio. Per questo non è azzardato dire che il 2016 sarà l’anno del petrolio.
C.Alessandro Mauceri

Israel bad war

In 2008, Israeli army launched a massive operation aimed at the Negev desert, on the last frontier of southern Israel. Many villages “unrecognized” were destroyed, hundreds of families were displaced and Israel launched broad-spectrum herbicides to prevent people from returning their homes. A paramilitary unit of the Ministry of Agriculture direct the “Green Patrol”action.

That wasn’t the first time these systems have been used as weapons. The United States of America, in the sixties, sprayed large areas of Vietnam with the infamous Agent Orange, to remove the leaves and depriving Vietcong of vegetation cover. After the end of the war, the consequences of this decision were clear: thousands of Vietnamese had cancer because of Agent Orange, and there was a scary number of deformed babies.

In recent days, Israel decided to use again this ‘”unconventional weapon” in the conflict with Palestine. Israeli airplanes sprayed herbicides and defoliants on hundreds of hectares of farmland in the eastern Gaza, near the boundary lines. “It is a disaster for hundreds of farming families and we do not know the effects that these chemicals may have on the people of Gaza,” said Khalil Shahin, deputy director of the Center for Human Rights. “It is not the first time that happens, the Israeli army claims that destroying the vegetation prevent rocket launches and other attacks” Shahin added, “but in recent years this spraying was limited to a few neighboring land to the border fences. In recent days, instead, Israeli planes have gone deep for many hundreds of meters. In some cases the liquid, driven by the wind, got up to two kilometers away from the border, close to the residential areas of Gaza.”
Israeli authorities admitted they allowed the use of herbicides and anti-sprouting: “The aerial spraying of herbicides, anti-sprouting products and was conducted in the area along the border fence [in Gaza] last week, in order to allow the optimal operations and continuous security, “he reports a representative Defense Forces (IDF), Israeli, Reuters reported. The Israeli army said that the crops have been sprayed with herbicides “to prevent the concealment of IEDs [improvised explosive devices], and to stop and prevent the use of the area for destructive purposes,” reported Anadolu agency, citing a written statement of the IDF.

The consequences of these military actions are manifested in two ways. The immediate is the destruction of fields and crops: in the areas of Qarara and Wadi al Salqa, hundreds of families along the border, the most fertile of the Gaza Strip, had to abandon their fields. In recent days, tons of tomatoes from the fields in this area, have been returned to the sender by the Israelis, officially because, according to the version provided by the military authorities, had been added illegally to a load of other vegetables. Palestinian sources (not confirmed by the Palestinian Ministry of Agriculture) reported a different motivation: high concentrations of pesticides, used improperly, therefore dangerous to health. The other consequence is people health damage.

According to data from OCHA, the Office for the coordination of humanitarian activities of the UN, in 2015, the Israeli authorities have destroyed “for lack of permit” more than 500 Palestinian buildings in the West Bank and East Jerusalem. Since 2007, the Gaza Strip and its 1.9 million inhabitants live in a ‘double bind’: on the one hand and on the other by Israel from Egypt.

After Vietnam war, in 1978, the international community signed a Convention which prohibits or severely restricts the use of herbicides during conflicts, given the devastating effects they have on people. But Israel has ever signed this agreement.

C.Alessandro Mauceri

 

La giornata della memoria ….

Il 27 gennaio è il giorno dedicato alla memoria di ciò che avvenne nei campi di sterminio nazisti. Quel giorno del 1945, l’esercito sovietico entrò dai cancelli di Auschwitz e rese noto al mondo l’orrore che vi era stato compiuto. Un orrore che lo stesso fuhrer aveva tenuto nascosto al suo stesso popolo. In tutti i regimi conosciuti (e non solo) la propaganda è uno strumento fondamentale. Non fu diverso durante il nazismo: vennero organizzate campagne tese a facilitare la persecuzione degli ebrei e per molto tempo si cercò di nascondere il genocidio classificandolo come una politica antisemita. Per questo la decisione di distruggere gli ebrei, la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”, venne annunciata senza grandi clamori a Wannsee, nel 1942, dai dirigenti del partito, dalle SS e da pochi funzionari di stato.
Nonostante la pubblica diffusione e pubblicazione di alcune dichiarazioni generiche sull’obiettivo di eliminare gli ebrei, le informazioni concesse ai comuni cittadini nascondevano i dettagli della “Soluzione Finale”. Mentre da una parte venivano mostrate immagini e dichiarazioni miranti a dimostrare come il popolo tedesco si stesse prendendo cura degli Ebrei, (creando posti di lavoro, costruendo ospedali, organizzando la distribuzione di pasti caldi), dall’altra nei comunicati ufficiali venivano utilizzate descrizioni eufemistiche per spiegare e giustificare il trasferimento degli Ebrei dai ghetti ai campi di transito e, poi, ai campi di concentramento.
Qui morirono 6 milioni di Ebrei, ma anche 300.000 zingari di etnia Rom e Sinti (alcune stime parlano di 800.000 vittime), 300.000 esseri umani affetti da disabilità mentale o fisica, 100.000 oppositori politici e 25.000 omosessuali. Una strage di dimensioni terrificanti e non solo per i numeri spaventosi, ma anche per il modo in cui vennero sterminate così tante persone.
Ma sebbene questa sia quella più nota, quella di cui tutti i libri di storia parlano e certo quella più celebrata, non è l’unica strage nei confronti di un popolo. Sin dalla fine del XIX secolo ci sono testimonianze di campi di concentramento. Spesso utilizzati come strumento di repressione, ma anche per impedire a tutti coloro che erano sospettati di offrire aiuto e assistenza ai partigiani di farlo.
Li utilizzò il generale spagnolo Valeriano Weyler y Nicolau, nel 1896, per reprimere la rivolta di Cuba. E anche gli americani ne fecero largo uso nelle Filippine, tre anni dopo. E così gli inglesi che li utilizzarono su larga scala in Sudafrica, contro i boeri. Furono loro, nel 1900, a decidere di costruire campi in cui internare intere famiglie: per questo realizzarono i laagers, come venivano chiamati dai boeri. Nel 1901, si calcola che gli inglesi avevano rinchiuso nei loro concentration camps (i loro lager) 109.418 bianchi. Killing fields: con questo termine vennero chiamati i campi di concentramento durante il regime di Pol Pot. Luoghi dove avvenne non solo un genocidio e l’eliminazione di un nemico politico ma la riduzione della stessa popolazione cambogiana. Nell’S-21, luogo di internamento per i prigionieri politici, ora sede del museo del genocidio di Tuol Sleng, morirono oltre 17.000 persone e solo sette sopravvissero.
O come quelli dove in Russia, negli anni venti, persero la vita circa 20 milioni di persone in campi di concentramento non molto diversi da quelli nazisti. Nessuno a loro ha dedicato una giornata. Così come nessuno ha dedicato un solo rigo ai campi di concentramento dove gli israeliani detenevano i palestinesi: da quanto è emerso dagli archivi della Croce Rossa, erano almeno cinque i campi che contenevano fino a 3.000 prigionieri l’uno (17 quelli non riconosciuti). Eppure anche in questo caso si tratta di dati che le autorità conoscono bene: il report (500 pagine di relazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa CICR scritte durante la guerra del 1948), è stato declassificato e reso pubblico solo nel 1996 (insieme alle testimonianze di ex detenuti civili palestinesi). Anche in questo caso si trattava di luoghi definiti eufemisticamente “campi di lavoro”. Ma del resto anche i tedeschi avevano scritto “il lavoro rende liberi” sui cancelli di Auschwitz. Oggi tutti conoscono le atrocità che sono avvenute in quel luogo. Nessuno però parla di Atlit o di Ijlil, di Sarafand di Tel Letwinksy o di Umm Khalid, i campi di concentramento dove venivano rinchiusi i palestinesi. L’unico a parlarne fu Papa Pio XII che, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, parlando dei palestinesi, scrisse “Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”.
Secondo un recente sondaggio a pensare che Israele stia conducendo una guerra di sterminio, cioè un genocidio contro i palestinesi sarebbero il 48 per cento degli intervistati in Germania, il 42 in Gran Bretagna, il 49 in Portogallo, e addirittura il 63 per cento in Polonia. Uno sterminio noto a tutti ma di cui nessuno parla e al quale nessuno dedica giornate.
La verità è che gli ultimi secoli sono stati pieni di campi di concentramento, di campi di sterminio. Alcune volte passati alla storia per il clamore delle stragi commesse al loro interno. Altre volte meno. E di alcuni solo pochi hanno avuto il coraggio di parlare. “L’Europa e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d’un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana”. A pronunciare queste parole e a paragonare l’Europa un campo di concentramento fu una persona che quei campi li conosceva bene, il presidente Pertini. Fu lui a dire che “un uomo senza lavoro, che vive nella misera, non può essere certamente considerato libero. Questo comporta che esso non sarà neppure un uomo in grado di capire la sua condizione e reagire ad un nemico così occulto, subdolo e purtroppo per noi strategicamente molto preparato”.
Altri tempi, altre persone ….ben diverse da quelle attuali in cui in Italia il presidente del Consiglio ha deciso di ricevere il 27 gennaio, il giorno della Shoah, il premier iraniano, ovvero uno degli ultimi negazionisti (coloro che negano che la Shoah sia mai avvenuta)….
C.Alessandro Mauceri

Francia e Italia si scambiano i territori….ma nessuno dice niente ai pescatori

Continuano gli scontri tra i Italia e Francia riguardanti i confini territoriali. Nei mesi scorsi a finire sui giornali fu la disputa per il possesso del valico di frontiera in prossimità dell’accesso al ghiacciaio del Gigante dal rifugio Torino. Ora la lite si è spostata in mare.
I confini marittimi tra Italia e Francia e i relativi diritti di pesca erano regolamentati da un documento le cui origini risalgono al 1892. Nel 2011, l’Italia ha creato una Zona di pesca esclusiva i cui confini erano stabiliti provvisoriamente “in attesa degli accordi di delimitazione con la Francia”. Ma, seppure senza grandi clamori, a marzo del 2015, Francia e Italia hanno sottoscritto un trattato con il quale regolamentavano la convenzione generale sui confini.
In base a questo accordo l’Italia accettava di definire “aree di mutuo scambio” alcune zone di mare a nordovest e a sudest della Corsica. In altre parole l’Italia cedeva un pezzetto di mar Ligure in cambio di uno di mar Tirreno. Una modifica apparentemente di poco conto. Almeno così devono aver pensato gli incaricati del ministero degli Affari esteri della Difesa, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, delle Politiche Agricole e persino dei Beni culturali che lo scorso anno, erano presenti alla stipula del trattato.
Nessuno di loro ha pensato alle conseguenze che avrebbe causato il fatto che l’accordo sottoscritto tra i due paesi prevede sì la libera circolazione dei pescherecci tranne nella zona di mare dove più fruttuosa è la pesca dei gamberoni. Una zona che i francesi non a caso hanno rivendicato di uso esclusivo: “Onde evitare che il presente accordo pregiudichi le tradizioni dei pescatori professionali dei due paesi, le parti concordano, quale intesa di vicinato, di lasciare ai pescherecci costieri italiani e francesi esercitare un’attività sui luoghi di pesca tradizionali situati all’interno di una zona definita…”. Lo spostamento dei confini riguarda infatti la cosiddetta “fossa del cimitero”, una zona che, come sanno bene i pescatori della zona, è il paradiso per la pesca dei gamberoni rossi.
L’accordo non è ancora stato ratificato dall’Italia. A farlo è stata solo la Francia le cui autorità, nei giorni scorsi, proprio sulla base di questo accordo, hanno sequestrato il Mina, un peschereccio italiano, che navigava nelle acque marittime al largo di Ventimiglia. Alla fine equipaggio e imbarcazione sono stati rilasciati. Ma solo dopo il pagamento di una cauzione di 8mila e 300 euro (somma che, per assurdo che possa apparire, il tribunale ha preteso non fosse pagata mediante assegno circolare firmato dall’armatore Ciro Lobasso – è stato necessario effettuare un bonifico sulla cassa degli avvocati francesi e, solo dopo il ricevimento della somma richiesta, è stato possibile procedere).
Improvvisamente tutte le autorità politiche si sono svegliate dal letargo durato quasi un anno: il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha tuonato: “Non sapevamo nulla, è inaudito! Ci hanno scippato un pezzo di mare senza dirlo, cioè una risorsa che è turistica ed economica, dà lavoro e garantisce sviluppo. Perché? Gentiloni dovrà fornire adeguate spiegazioni”. Un’affermazione alla quale il Ministero degli Esteri ha risposto blandamente: “Non sappiamo se ci sono interessi particolari dietro allo scambio”.
Intanto pare che ad essere danneggiate dalla decisione del governo non saranno solo le imprese che si occupano della pesca del gambero: a subire grossi danni saranno anche i pescatori di pesce spada, le cui flotte navigano fino a questa zona di mare dalla Toscana, dalla Sardegna e da altre regioni meridionali. “Buona parte delle zone di cala sono state sottratte ai nostri pescatori” ha detto Barbara Esposto, dirigente e portavoce di Legacoop. E ancora una volta, vaghe le dichiarazioni del ministero dell’Agricoltura: “Cercheremo di capire cosa è successo”, ha detto il sottosegretario Giuseppe Castiglione, “e poi chiederemo lumi agli Esteri”. “Faremo il possibile per rimediare ai torti subiti dai liguri”, ha detto il sottosegretario alle Politiche agricole: “Il trattato non è ancora stato ratificato, i margini ci sono”.
Viste le conseguenze, la senatrice Donatella Albano ha annunciato un’interrogazione parlamentare: “Non si decidono cose così importanti senza coinvolgere il territorio”. Dello stesso avviso Alice Salvatore capogruppo in Regione del Movimento Cinque Stelle, che ha detto: “Roba da matti, nessuno ci ha detto niente. Con che cosa hanno barattato il nostro mare?”.
Un silenzio di cui è apparsa sorpresa anche Renata Briano, vicepresidente della commissione pesca della Ue: “Incredibile che non sia stato informato il territorio. E che una vicenda durata sei anni non abbia avuto nessuna eco sui media”.
Intanto, nessuno ha detto niente circa il procedimento penale nei confronti del peschereccio italiano “colpevole” di aver sconfinato: nonostante la dichiarazione rilasciata dall’europarlamentare Renata Briano e dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante della direzione marittima della Liguria, che hanno ribadito che il peschereccio si trovava in acque italiane (dato che il trattato che modifica i confini non è ancora in vigore), le autorità francesi infatti hanno confermato l’accusa nei confronti del Mina e del suo comandante.
C.Alessandro Mauceri

 

Chi vende le armi ai paesi in guerra? Le nazioni “pacifiste”

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“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania (nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra) e dopo quello della vendita di armi all’India (nonostante la guerra decennale, e ancora non conclusa, con il Pakistan), anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti peròfino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.
C.Alessandro Mauceri

 

Nei mari e sulla terra la temperatura aumenta ….e l’Ue finanzia l’uso di combustibili fossili?

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Circa un mese fa, riuniti a Parigi, al COP21, i leader mondiali si sono vantati delle proprie promesse e degli impegni presi per salvare il pianeta riducendo le emissioni che stanno provocando un rapido innalzamento della temperatura terrestre: si sono impegnati ad attuare iniziative per limitare l’innalzamento della temperatura globale a non oltre 1,5° Celsius. Non subito, però: nei prossimi decenni.
Il problema è che i mari e l’intero pianeta potrebbero non avere tutto questo tempo: secondo i dati diffusi nei giorni scorsi da due organismi americani, la Nasa e l’Agenzia federale per la meteorologia (Noaa) (:http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/summary-info/global/201512), il 2015 è stato l’anno più caldo da quando vengono effettuate rilevazioni attendibili, il 1880.
Lo scorso anno, la temperatura è aumentata di un grado (e non di frazioni) rispetto all’epoca preindustriale. E, come se non bastasse, il mese di dicembre è stato il più caldo in oltre 130 anni: 1,11 gradi sopra la media. Cosa che confermerebbe che il fenomeno è in rapida evoluzione, come ha spiegato Compton Tucker, della Nasa, “ciò è dovuto all’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera, che agisce come una coperta isolante intorno alla Terra e tiene intrappolate le radiazioni terrestri. È proprio come mettere una coperta in più sul letto la notte. Tiene più caldi e l’anidride carbonica tiene la Terra più calda”.
Gli effetti di questo fenomeno si stanno manifestando in diversi modi ed entro il 2030 nel Mediterraneo, in Usa e in Brasile la temperatura media sarà cresciuta di oltre due gradi.
Ma non basta. Secondo un panel di esperti dal Politecnico federale di Zurigo, il cui lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nature, un aumento della temperatura media globale pari a 2 gradi, corrisponderebbe all’aumento della temperatura massima di 3 gradi nel mar Mediterraneo. Con una brusca accelerazione di fenomeni come l’innalzamento del livello del maree la scomparsa di alcune città costiere.
Per mantenere l’aumento della temperatura massima annuale del Mediterraneo entro i due gradi, (e non 1,5 gradi come concordato a Parigi), le emissioni di CO2 dovrebbero essere contenute entro i 600 miliardi di tonnellate (attualmente sono 850 miliardi).
La sola speranza per raggiungere questi risultati sarebbe un massiccio ricorso alle fonti energetiche rinnovabili (prime fra tutte solare ed eolica) e la riduzione dei consumi di combustibili fossili.
Stranamente, però, senza alcun motivo scientifico a supporto, l’Unione europea, nei giorni scorsi, ha deciso di fare l’esatto contrario e ha dato il via libera alla proposta della Commissione europea di sostenere con ben 217 milioni di euro nuovi progetti di infrastrutture energetiche trans-europee. In altre parole, ha deciso di finanziare la costruzione di impianti per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili!
“Stiamo mirando a quelle regioni in Europa che ne hanno più bisogno” ha detto il commissario Ue all’energia, Miguel Arias Canete. Che ha aggiunto “Dobbiamo avanzare con la modernizzazione delle nostre reti energetiche e portare tutti i Paesi ancora isolati all’interno del mercato europeo dell’energia”. Nel settore del gas, le sovvenzioni Ue stanziate serviranno a promuovere e modernizzare la rete di trasmissione del gas in Bulgaria in Grecia, in Romania, e nell’ex Repubblica jugoslava oltre che in Macedonia e Turchia. Ma anche l’interconnettore che lega le reti del gas in Romania, Bulgaria, Austria e Ungheria, beneficerà dei fondi europei e permetterà al gas proveniente dal Caspio di raggiungere tutta l’Europa centrale.
E, visto che quando si parla di petrolio, di gas e di combustibili fossili i soldi non bastano mai, è stato deciso che i vari paesi potranno beneficiare anche dell’assistenza finanziaria della Connecting Europe Facility.
Tutte misure e azioni che non potranno che rallentare il processo di conversione verso fonti energetiche rinnovabili ed ecosostenibili: invece di promuovere lo sviluppo e l’uso delle energie ecosostenibili, sostenere finanziariamente il ricorso ai combustibili fossili rallenterà tremendamente la riduzione delle emissioni in atmosfera. Con le inevitabili conseguenze per l’ambiente e una inevitabile accelerazione dell’aumento della temperatura del pianeta e, in misura ancora maggiore del Mediterraneo.
Così facendo è “quasi certo che il pianeta Terra sia destinato al disastro entro i prossimi mille o diecimila anni”, ha detto Stephen Hawking. Secondo lo scienziato, la razza umana ha davanti a sé uno dei secoli più delicati della sua storia, in cui potrà decidere in che modo influenzare il lontano futuro. Un’influenza che, stando alle decisioni prese nell’ultimo periodo, potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.
C.Alessandro Mauceri

Mucche (e non solo) clonate in Cina

È prevista a breve l’apertura della più grande “fabbrica” di animali al mondo. In questo stabilimento, a Tianjin, vicino Pechino, in Cina, cani, cavalli, vitelli e mucche non saranno allevati, ma “prodotti”. L’obiettivo è quello di clonare bestiame. Dati non confermati parlano una produzione di 100 mila capi all’anno da subito per arrivare, a pieno regime, a un milione di capi (pari al 5 per cento del fabbisogno complessivo di carne in Cina). La fabbrica è il risultato di una cooperazione tra Sinica (controllata da Boyalife) e la fondazione sudcoreana di biotecnologie Sooam, specializzata proprio nella clonazione di cani.
A guidare Sooam, è Hwang Woo-suk che divenne famoso nel 2004 per aver pubblicato su Science uno studio nel quale affermava di aver clonato cellule staminali umane. E quando riuscì a clonare un cane, alcuni pensarono che avrebbe vinto il Nobel. Tutto cambiò quando si scoprì che le sue scoperte erano false. Pochi anni dopo cercò di clonare addirittura un mammut (nel 2006, ammise di aver usato fondi statali coreani per acquistare dalla mafia russa alcuni esemplari di tessuto di mammut). Anche in questo caso, però, si scoprì che si trattava di un bluff.
A confermare la notizia dell’avvio delle attività di clonazione di animali, sui media cinesi (i media internazionali, invece, non hanno dedicato grande attenzione a questa notizia) è stata confermata dal presidente e amministratore delegato di Boyalife, Xu Xiaochun: “Vogliamo migliorare gli allevamenti cinesi iniziando dai bovini e dai cavalli”. “Stiamo per percorre un sentiero mai battuto”, ha aggiunto. “Stiamo creando qualcosa che non è mai esistito prima”. Boyalife opera in 16 regioni cinesi, e stando a quanto ha dichiarato, non si occuperà solo di animali per l’alimentazione. Lo stabilimento, secondo quanto comunicato ai media dallo stesso fondatore, si occuperà anche di produrre “modelli malati” di animali di grossa taglia per la sperimentazione di nuovi farmaci. “In Cina facciamo cose in grande scala, ma non inseguiamo solo il profitto. Vogliamo lasciare un segno nella storia” aveva dichiarato Xu ai media l’anno scorso.
Dopo il clamore suscitato dalla pecora Dolly, prodotta al Roslin Institute come parte di una ricerca per la produzione di medicinali nel latte degli animali da allevamento, la clonazione è già una realtà in diversi paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, ViaGen, una società che ha sede in Texas, offre ai propri clienti la promessa di clonare cani e gatti. Un servizio che, però, ha un costo non per tutte le tasche: dai 50mila ai 100mila dollari.
Il costo del processo di clonazione è uno dei motivi che hanno fatto dire a molti che la decisione dell’industria cinese di investire in questo settore potrebbe rivelarsi un fallimento: secondo Ryu Young-joon, docente alla scuola medica dell’università nazionale Kangwon, “clonare un animale richiede un processo estremamente dispendioso. Clonare un animale da compagnia costa all’incirca 87 mila dollari. Chi comprerà bestie da allevamento così costose? Lasciamo perdere il problema della sicurezza alimentare, è dal punto di vista economico che non ha senso”. Se, come hanno dichiarato i vertici della Boyalife, il progetto ha come scopo quello di abbassare il prezzo della carne, allora è destinato al fallimento.
Senza contare che molti paesi e la stessa Unione Europea hanno già vietato l’importazione di carne da allevamenti clonati. La sicurezza, infatti, è uno dei problemi maggiori: “Deve essere ancora testata. La clonazione ha diversi effetti collaterali, fra cui invecchiamento precoce e predisposizione dell’animale ad ammalarsi”, ha dichiarato critico Woo Hee-jong, veterinario presso l’Università nazionale di Seoul.
Ma a questo gli astuti imprenditori cinesi forse hanno già pensato. I divieti imposti da molti paesi e anche dall’Ue riguardano il consumo di carni da organismi clonati. Ma pare che nessuno abbia posto vincoli al cibo proveniente dai figli degli animali clonati (la cosiddetta progenie). E questo lo si sta già facendo in diversi paesi: negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile. Ma non basta. I “materiali riproduttivi”, i figli degli animali clonati e i loro embrioni, così come il cibo proveniente dalla progenie di cloni (ad esempio il latte), potrebbero essere importati anche in altri paesi, come quelli dell’UE, e senza che i consumatori abbiano la minima indicazione.
A conti fatti, quindi, la clonazione potrebbe davvero essere un affare colossale. Ma di cui è meglio fare sapere meno possibile ai consumatori.
C.Alessandro Mauceri

Visita del premier iraniano in Italia e in Francia ……

Mentre in Italia non si placano le (giustificate) polemiche per la decisione di coprire alcune statue in occasione della sua visita, il premier iraniano Hassan Rohani ha attraversato la frontiera diretto in Francia.

La scia di polemiche lasciata in Italia riguarda prima di tutto l’”accoglienza” organizzata dallo staff del premier Matteo Renzi. A cominciare dalla sede degli incontri (perché un sito con tante statue raffiguranti nudi?). E poi, perché tanta cura certosina nel coprire queste statue quando, come ha confermato Ehsan Soltani, collaboratore di Notizie Geopolitiche ed esperto d’arte che vive in Iran, nei musei di questo paese non mancano statue e altre opere d’arte raffiguranti persone senza abiti?
Nessuno ha detto niente durante la visita di Hassan Rohani in Vaticano: anche qui decine di affreschi raffiguranti persone in abiti succinti. Anche il libro che Rohani ha regalato a Papa Francesco è pieno di miniature che mostrano scene in cui si usa il vino (che attualmente secondo legge del’Iran è proibito) e anche scene romantiche che, secondo la legge islamica, non sono consentite in pubblico. Secondo Soltani, regalare un libro come questo al Papa aveva un messaggio da parte di Rohani che rappresenta i moderati del’Iran.
Gesti che molti (ma di certo non i rappresentanti del governo italiano) hanno considerato come chiari segni.
A bacchettare Renzi dopo l’incontro sono stati anche gli alleati statunitensi. E non per aver coperto le statue. Dopo gli incontri tra imprenditori italiani e autorità iraniane sono circolate voci di accordi per la fornitura di 20 aerei Atr, costruiti da una joint venture tra Finmeccanica e Airbus, alla compagnia Meraj Airlines. Un contratto che, secondo gli esperti statunitensi, viola le sanzioni americane ancora in vigore contro la Repubblica islamica (in base all’Executive Order 13224, firmato dal presidente Bush nel 2001, per combattere il sostegno di attività terroristiche “La Meraj Air è una linea aerea del governo iraniano che è stata utilizzata per trasportare carichi illeciti, incluse armi, da Teheran al regime siriano, almeno dal 2013”). La compagnia italiana ha immediatamente smentito dicendo che “le discussioni commerciali contemplate riguardano solo linee aeree non sanzionate nel contesto della parziale eliminazione delle sanzioni contro l’Iran”, ma Washington ha replicato che sta analizzando la pratica, per decidere se intraprendere qualche azione. Valore dell’affare 400 milioni di dollari. Possibile che nessuno ci abbia pensato, prima di scegliere quali imprese fare incontrare al presidente iraniano?
Intanto, giunto in Francia, Rohani ha ricevuto un’accoglienza ben diversa da quella che ha trovato in Italia. Il movimento delle Femen ha organizzato manifestazioni plateali per denunciare le impiccagioni che avvengono in Iran: da quando è salito al potere Rohani, nel giugno 2013, sono state ben 2.277 le esecuzioni capitali (dati rapporto di Nessuno tocchi Caino) e in alcuni casi si è trattato anche di minori (o che lo erano quando avevano commesso il reato) e di condannati a morte per “reati politici” (ovvero aver manifestato contro il regime).
Il premier iraniano si è detto pronto “a voltare pagina nei rapporti con la Francia” e, per dimostrarlo, così come ha fatto in Italia, ha incontrato una ventina di aziende francesi con cui firmare contratti. Tutto ciò non è bastato, come ha dichiarato Associated Press (Ap), ad impedire alla Francia di chiedere ai propri partner di “pensare” a nuove sanzioni contro Teheran a causa dei recenti test missilistici. Una richiesta che secondo Ap è stata formalizzata la settimana scorsa durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 28, solo pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni per il programma nucleare. Una notizia, quella diffusa dall’agenzia di stampa francese che, però, non è stata confermata da fonti dell’Ue.
Anche la stampa francese ha accolto Rohani in modo ben diverso da come è avvenuto in Italia. Non sono mancati alcuni commenti polemici sulla “doppia faccia” dell’Iran, che mentre si apre all’Occidente sotto il profilo della collaborazione economica, al proprio interno rimane un paese sul quale permangono seri dubbi circa il rispetto dei diritti umani. Per questo motivo poco prima dell’inizio degli incontri all’Eliseo più di 60 deputati della maggioranza e dell’opposizione francese hanno inviato una lettera aperta al presidente François Hollande in cui si chiedeva fermezza e coerenza di fronte al presidente iraniano in tema di diritti umani. Fonti del governo francese hanno risposto che la questione dei diritti umani non è stata ignorata, ma che non è oggetto di prese di posizione pubbliche durante la visita.
E, come in Italia ci si è precipitati a coprire le statue per non infastidire l’ospite, in Francia per non ledere la sensibilità dell’ospite, facendogli trovare del vino (proibito dal Corano ma obbligatorio secondo il protocollo delle cene ufficiali in Francia), hanno “trasformato” la cena di gala in una “merenda di Stato”, tenuta nel pomeriggio. Ovviamente, senza vino o alcolici di alcun tipo.
Un modo diplomatico per far capire all’ospite che, a Parigi come in Italia, i miliardi dell’Iran valgon bene una cena…
C.Alessandro Mauceri

Il Gange il fiume della vita che causa morti e malattie

Il Gange è il fiume sacro dell’India. Nasce sulle pendici dell’Himalaya tra i ghiacciai sacri a Shiva e attraversa città sacre come Rishikesh ed Haridwar fino a confluire in mare aperto nel Golfo del Bengala (il suo delta è immenso, è grande 350 km).
Per questo milioni di indiani fanno pellegrinaggi verso le sponde del Gange per bagnarsi nelle sue acque. Ogni sei anni i credenti nel Brahman si ritrovano alla confluenza del Gange con lo Yamuna e il Saraswati per celebrare la festa del Ardh Kumbh Mela, il cui culmine è rappresentato dalla cerimonia del Shahi Snan, il bagno purificatore nelle acque del grande fiume sacro. Una pratica che la credenza induista associa alla purificazione dai peccati, ma che ora rischia di provocare gravi danni alla salute dei milioni di pellegrini in arrivo da tutta l’India. Per gli Hindu il Gange rappresenta la dea Ganga, generatrice di tutte le acque, la madre generosa che disseta, purifica e guarisce.
Ma le acque del fiume Gange non sono poi così pure. Ogni anno decine di tonnellate di ceneri delle cremazioni e di resti umani vengono gettati nel fiume. A questo si aggiungono gli scarichi dovuti alle molte città che fanno defluire le proprie fogne direttamente nel fiume, senza nessun tipo di filtro o depurazione. Grandi città come Dheli, Allahabad e Varanasi, scaricano i liquami di scarto delle industrie (altamente tossici) nel fiume e nei suoi affluenti. “L’acqua del fiume è talmente lurida che nessuno è in grado di immergersi”, ha detto Shankaracharya Vasudevanand Saraswati, guida spirituale del più importante monastero induista di Allahabad. Un inquinamento che ne ha anche cambiato il colore: “Ora ha un colore rosso scuro, mentre una volta era tra il verde e l’azzurro”.
A lanciare l’allarme anche Hari Chaitanya Brahmachari, responsabile del monastero di Varanasi: “I pellegrini vengono qui per lavare i loro peccati, ma dopo un’immersione rischiano di portare in giro per il Paese qualche malattia della pelle”.
L’inquinamento del fiume è una miscela terrificante di colibatteri fecali (secondo alcuni il loro livello sarebbe tremila più dei limiti tollerabili), e di altri elementi inquinanti causati dal fatto che nel fiume confluiscono decine di prodotti chimici utilizzati per usi agricoli e idroelettrici. Nel fiume proliferano colibatteri e virus che sono all’origine di colera, epatiti, patologie gastrointestinali e parassitosi che ogni anno colpiscono e, a spesso uccidono, bambini ed adulti che si cibano dei prodotti agroalimentari irrigati con le medesime acque.
Oggi il Gange è il fiume più inquinato del subcontinente ed è tra i 10 fiumi più inquinati al mondo. Molti dei devoti shivaiti che si bagnano ritualmente nel fiume sacro e che vivono in eremitaggio lungo le sue sponde sostengono i movimenti ambientalisti. E così le sette di Nagha e Sadhu. Ciò non impedisce però a gran parte della popolazione di continuare ad inquinare il fiume oltre ogni immaginazione.
Al punto che diversi leader religiosi hanno minacciato di boicottare la Ardh Kumbh Mela e addirittura, come Hari Chaitanya Brahmachari, di promuovere un’azione legale presso l’alta corte di Allahabad.
Per questo il 30 gennaio la Missione nazionale per Clean Ganga (NMCG) ha organizzato una consultazione delle parti interessate a livello nazionale dal nome ‘Swachh Ganga-Gramin Sahbhagita’, il cui obiettivo è “pulire e ringiovanire” il fiume Gange attraverso la partecipazione attiva della popolazione rurale. Agli incontri parteciperanno i Gram Pradhan di 1649 gram panchayat, i governatori di Jharkhand e Uttrakhand, i ministri dello Sviluppo delle risorse umane, del turismo, degli affari, della gioventù e sport, dello sviluppo rurale dell’Unione e dell’Acqua potabile e servizi igienico-sanitari, insieme con numerosi politici eminenti e rapprenstanti di diverse ONG.
Scopo degli incontri definire una piattaforma per discutere le questioni e le possibili soluzioni da adottare per il Gange ringiovanimento ma anche la stipula di un protocollo d’intesa tra i governi dello Jharkhand e dell’Uttrakhand.
“Ganga figlia del dio della montagna e sorella di Parvati, moglie di Shiva, era talmente bella che gli dei decisero di non farla scendere sulla terra, ma quando il re Bhagirata, dopo aver trascorso mille lunghissimi anni in meditazione e preghiera sottoponendosi a tutte le privazioni del corpo, chiese a Brahma di far scendere le potenti acque purificatrice di Ganga sulla terra, li dio acconsentì e concesse a Bhagirata il suo desiderio”.
Non aveva tenuto in conto gli interessi delle multinazionali e le conseguenze del sovra popolamento e sfruttamento del fiume.
C.Alessandro Mauceri