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La polizia greca si schiera con i Cittadini

 

di Jacopo Cioni

Questo è una parte del testo della lettera inviata da uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, lettera resa pubblica dove viene annunciato che:
“…..non obbedirà agli ordini del Governo ma, al contrario, che si riserva di far scattare subito il mandato d’arresto immediato per componenti della Commissione Europea e della BCE che si troveranno sul suolo greco per il reato di ricatto, istigazione multipla a reato contro lo statuto nazionale e, alla sua abrogazione legislativa, violazione ed offesa della sovranita’ popolare mirata al bene comune del popolo greco, ecc..ecc…”
Le forze dell’ordine hanno capito, finalmente, almeno in Grecia, che la criminalità non risiede nel popolo che anzi è oggetto di crimini, ma nelle istituzioni private e non europee. Non solo comunicano che smetteranno di prendere ordini dal governo ma che si attiveranno contro le istituzioni europee riconosciute come causa dei crimini in oggetto.
Invitiamo le nostre forze dell’ordine a comprendere questo concetto prima che anche in Italia si degeneri ad una guerra civile. Guerra civile che si avvicina ogni giorno di più, frenata da un’informazione che non informa e che nasconde le vicende greche per non indurre un effetto a catena.
Sarà ritardata ma avverrà.
La comprensione della differenza fra criminali e vittime da parte delle forze dell’ordine porterà ad un’unione di intenti con i cittadini stessi, limitando la violenza a fronte del riappropriarsi della propria Sovranità. Forze dell’ordine e forze armate devono comprendere che i meri esecutori della dittatura finanziaria europea sono coloro che l’avvallano sia in termini politici, con occupazione illecita delle istituzioni, sia gli ufficiali di altissimo grado che proteggano, non le istituzioni, ma chi le occupa agendo contro i Cittadini stessi. I Cittadini sono le vittime e non i criminali.
Il mio ha il sapore di una richiesta di colpo di stato? Se lo Stato sono i Cittadini non si tratta di un colpo di stato, ma di rientrare in possesso di ciò che è nostro per Costituzione secondo l’art. 1 della stessa.
Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco sta combattendo una guerra da solo e per conto di 500 milioni di europei che consci o meno sono sotto una dittatura che sta lentamente dissanguando non solo le finanze, ma le speranze e la voglia di vivere. Il popolo greco dimostra, ancora una volta e le forze di polizia con loro, che la Libertà non è una parola vana, che la democrazia non è una condizione alienabile, che la Sovranità è il solo mezzo per i Cittadini di vivere una vita fatta di scelte fatte in prima persona e non è possibile una cessione della stessa che portano a decisioni di poteri sovranazionali e dittatoriali.
E’ ora di staccare la spina.

Jacopo Cioni

L’ambiente, per chi governa e amministra l’Italia, è spazzatura.

Mentre il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il presidente della Commissione Europea, Junker, riempiono le prime pagine dei giornali con il loro battibecco a distanza, solo in pochi hanno pensato di informare i cittadini delle sanzioni che saranno costretti a pagare a causa della cattiva gestione di impianti idrici, rifiuti e fognature. A settembre dello scorso anno, l’Italia era già stata costretta a pagare, a seguito di sentenze emesse dalla Corte di Giustizia europea, multe per circa 153 milioni di euro. Nel 2016, i contribuenti dovranno pagare all’Ue sanzioni per quasi mezzo miliardo all’anno. E potrebbe essere solo l’inizio. Da quanto risulta dalle proiezioni su alcune procedure di infrazione, le sanzioni dovrebbero ammontare a circa 480 milioni all’anno. Fino a quando? Finchè in Italia non si deciderà di fare qualcosa di concreto per ottemperare a quanto previsto da regolamenti e direttive comunitarie.
La situazione, infatti, è ben lontana dall’essere risolta (forse è proprio per questo che il nuovo che avanza ha preferito non parlarne rivolgendosi a Junker e tanto meno lo ha fatto a dicembre nel suo “discorso agli italiani”). Nel Bel Paese esistono enormi problemi sui sistemi fognari e depurativi in oltre 2.500 comuni. E che sia questa la causa delle sanzioni emesse dall’Ue, il governo lo sa bene. Non a caso, con la legge di Stabilità (comma 813), ha autorizzato il ministero dell’Economia e delle finanze a rivalersi sulle amministrazioni locali responsabili delle violazioni.
In poche parole, quindi, l’Unione europea ha multato l’Italia che si rivarrà sui comuni e sulle regioni., le quali, viste le condizioni economiche di estremo disagio in cui si trovano, non potranno che scaricare questa palla sugli “ignari cittadini che saranno costretti a pagare queste multe con l’aumento dei tributi locali”, come ha affermato il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi. E per di più sperano di riuscire a farlo parlando della vicenda meno che si può.
Lo dimostra il fatto che quanto accadrà non è una novità. Le principali procedure d’infrazione la 2004/2034, la 2009/2034 e la 2014/2059 non sono “nuove”. Di queste, sulla prima (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in ben 110 agglomerati) la Corte di Giustizia europea si è espressa già nel 2012. Da allora si sono succeduti ben tre governi. E nessuno di questi ha detto niente né è riuscito a fare granchè per risolvere il problema. Sulla seconda (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in 41 siti) la Corte di Giustizia si è espressa ad 10 aprile 2014. E anche in questo caso, in quasi due anni, il “governo del fare” non pare abbia fatto molto. L’ultima, ma non per questo meno importante dato che riguarda ben 883 agglomerati urbani e 55 aree sensibili, è stata avviata anche questa all’inizio del 2014, a seguito delle ispezioni EU Pilot 1976/11/ENVI.
Il problema riguarda tutto il territorio nazionale. Siti in violazione delle norme comunitarie si trovano praticamente in tutte le regioni d’Italia. Ma la situazione è decisamente più grave nel Mezzogiorno e ancora di più in Sicilia, dove ad essere sotto accusa non sono solo gli “inceneritori” di cui si è parlato negli ultimi anni (spesso senza sapere nulla della materia e comunque senza giungere a niente). Le violazioni riguardano praticamente tutto il territorio regionale, da Agrigento a Bivona, da Caltabellotta a Casteltermini, da Cattolica Eraclea a Lampedusa, da Menfi a Montevago, da Palma di Montechiaro a Porto Empedocle, da Ribera a Sambuca di Sicilia, da Sciacca a Campofranco, da Niscemi a Catania, da Giarre a Milo, da Randazzo a Vizzini, da Enna a Piazza Armerina, da Capo d’Orlando a Gioiosa Marea, da Lipari-Vulcano a Messina, da Milazzo a Patti, da Giardini-Naxos a Bagheria, da Carini e Asi Palermo a Cefalù, da Corleone a Monreale, da Piana degli Albanesi a Prizzi, da Termini Imerese a Ustica, da Ragusa a Noto, da Castellammare del Golfo a Erice, da Marsala a Mazara del Vallo, da Pantelleria a San Vito Lo Capo, solo per citarne alcuni.
In pratica non c’è provincia, comune o impianto che non risulti, per un motivo o per l’altro, irregolare e che non dimostri l’incapacità di chi ha amministrato la “cosa comune” di risolvere il problema, pur sapendo che l’Unione Europea aveva avviato una procedura di infrazione. Un problema (anzi più di uno, dato che le infrazioni contestate in molti dei siti sono state diverse) che non può e non deve essere considerato solo “locale”: una simile estensione di procedure di infrazione praticamente a tutto il territorio regionale è segno che la situazione non è il risultato della cattiva gestione di questo o di quel sindaco (magari giovane o alle prime armi). Vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nella gestione del territorio nel suo insieme. Anche in molte altre regioni italiane gli ispettori dell’Unione hanno segnalato inesattezze e hanno avviato procedure di infrazione, ma mai così tante e così diffuse praticamente su tutto il territorio regionale. A non aver funzionato è l’intero sistema. E questo nonostante, grazie all’autonomia regionale (che costa cara ai siciliani in termini di tasse e imposte), dovrebbe essere più facile prendere alcune decisioni e agire di conseguenza.

Ma non basta. Alla situazione già grave della violazioni dei regolamenti e delle norme comunitarie riguardanti acque e rifiuti solidi urbani, si aggiungono anche le violazioni legate alle discariche abusive, alle eco balle, agli sgravi per le imprese legati ai rifiuti e al trattamento delle acque reflue. Tutti settori per i quali l’Unione europea ha avviato procedure di infrazione nei confronti degli amministratori del Bel Paese. Procedure che, in molti casi, si sono già concluse con la condanna dell’Italia (per le altre è prevedibile una fine analoga).

Condanne per la cattiva gestione dell’ambiente delle quali nessuno ha parlato né durante Expò 2015 né in occasione dell’incontro di tutti i paesi a Parigi per il COP21. Nessuno era si è preso la briga di informare i cittadini che saranno loro a dover pagare per tutto questo neanche nel proprio discorso di fine anno nè in nessuna altra occasione.

C.Alessandro Mauceri

 

Francia e Italia si scambiano i territori….ma nessuno dice niente ai pescatori

Continuano gli scontri tra i Italia e Francia riguardanti i confini territoriali. Nei mesi scorsi a finire sui giornali fu la disputa per il possesso del valico di frontiera in prossimità dell’accesso al ghiacciaio del Gigante dal rifugio Torino. Ora la lite si è spostata in mare.
I confini marittimi tra Italia e Francia e i relativi diritti di pesca erano regolamentati da un documento le cui origini risalgono al 1892. Nel 2011, l’Italia ha creato una Zona di pesca esclusiva i cui confini erano stabiliti provvisoriamente “in attesa degli accordi di delimitazione con la Francia”. Ma, seppure senza grandi clamori, a marzo del 2015, Francia e Italia hanno sottoscritto un trattato con il quale regolamentavano la convenzione generale sui confini.
In base a questo accordo l’Italia accettava di definire “aree di mutuo scambio” alcune zone di mare a nordovest e a sudest della Corsica. In altre parole l’Italia cedeva un pezzetto di mar Ligure in cambio di uno di mar Tirreno. Una modifica apparentemente di poco conto. Almeno così devono aver pensato gli incaricati del ministero degli Affari esteri della Difesa, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, delle Politiche Agricole e persino dei Beni culturali che lo scorso anno, erano presenti alla stipula del trattato.
Nessuno di loro ha pensato alle conseguenze che avrebbe causato il fatto che l’accordo sottoscritto tra i due paesi prevede sì la libera circolazione dei pescherecci tranne nella zona di mare dove più fruttuosa è la pesca dei gamberoni. Una zona che i francesi non a caso hanno rivendicato di uso esclusivo: “Onde evitare che il presente accordo pregiudichi le tradizioni dei pescatori professionali dei due paesi, le parti concordano, quale intesa di vicinato, di lasciare ai pescherecci costieri italiani e francesi esercitare un’attività sui luoghi di pesca tradizionali situati all’interno di una zona definita…”. Lo spostamento dei confini riguarda infatti la cosiddetta “fossa del cimitero”, una zona che, come sanno bene i pescatori della zona, è il paradiso per la pesca dei gamberoni rossi.
L’accordo non è ancora stato ratificato dall’Italia. A farlo è stata solo la Francia le cui autorità, nei giorni scorsi, proprio sulla base di questo accordo, hanno sequestrato il Mina, un peschereccio italiano, che navigava nelle acque marittime al largo di Ventimiglia. Alla fine equipaggio e imbarcazione sono stati rilasciati. Ma solo dopo il pagamento di una cauzione di 8mila e 300 euro (somma che, per assurdo che possa apparire, il tribunale ha preteso non fosse pagata mediante assegno circolare firmato dall’armatore Ciro Lobasso – è stato necessario effettuare un bonifico sulla cassa degli avvocati francesi e, solo dopo il ricevimento della somma richiesta, è stato possibile procedere).
Improvvisamente tutte le autorità politiche si sono svegliate dal letargo durato quasi un anno: il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha tuonato: “Non sapevamo nulla, è inaudito! Ci hanno scippato un pezzo di mare senza dirlo, cioè una risorsa che è turistica ed economica, dà lavoro e garantisce sviluppo. Perché? Gentiloni dovrà fornire adeguate spiegazioni”. Un’affermazione alla quale il Ministero degli Esteri ha risposto blandamente: “Non sappiamo se ci sono interessi particolari dietro allo scambio”.
Intanto pare che ad essere danneggiate dalla decisione del governo non saranno solo le imprese che si occupano della pesca del gambero: a subire grossi danni saranno anche i pescatori di pesce spada, le cui flotte navigano fino a questa zona di mare dalla Toscana, dalla Sardegna e da altre regioni meridionali. “Buona parte delle zone di cala sono state sottratte ai nostri pescatori” ha detto Barbara Esposto, dirigente e portavoce di Legacoop. E ancora una volta, vaghe le dichiarazioni del ministero dell’Agricoltura: “Cercheremo di capire cosa è successo”, ha detto il sottosegretario Giuseppe Castiglione, “e poi chiederemo lumi agli Esteri”. “Faremo il possibile per rimediare ai torti subiti dai liguri”, ha detto il sottosegretario alle Politiche agricole: “Il trattato non è ancora stato ratificato, i margini ci sono”.
Viste le conseguenze, la senatrice Donatella Albano ha annunciato un’interrogazione parlamentare: “Non si decidono cose così importanti senza coinvolgere il territorio”. Dello stesso avviso Alice Salvatore capogruppo in Regione del Movimento Cinque Stelle, che ha detto: “Roba da matti, nessuno ci ha detto niente. Con che cosa hanno barattato il nostro mare?”.
Un silenzio di cui è apparsa sorpresa anche Renata Briano, vicepresidente della commissione pesca della Ue: “Incredibile che non sia stato informato il territorio. E che una vicenda durata sei anni non abbia avuto nessuna eco sui media”.
Intanto, nessuno ha detto niente circa il procedimento penale nei confronti del peschereccio italiano “colpevole” di aver sconfinato: nonostante la dichiarazione rilasciata dall’europarlamentare Renata Briano e dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante della direzione marittima della Liguria, che hanno ribadito che il peschereccio si trovava in acque italiane (dato che il trattato che modifica i confini non è ancora in vigore), le autorità francesi infatti hanno confermato l’accusa nei confronti del Mina e del suo comandante.
C.Alessandro Mauceri

 

Chi vende le armi ai paesi in guerra? Le nazioni “pacifiste”

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“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania (nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra) e dopo quello della vendita di armi all’India (nonostante la guerra decennale, e ancora non conclusa, con il Pakistan), anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti peròfino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.
C.Alessandro Mauceri

 

Target 2….qual’è il vero “obiettivo” degli investitori?

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Il movimento dei migranti, dei rifugiati e dei profughi attraverso i paesi europei ha messo in discussione il Trattato di Schengen, l’accordo che regolamenta la libera circolazione di uomini e merci attraverso i paesi aderenti.
La soluzione trovata è, come era logico aspettarsi, all’”europea”: non potendo sospendere Schengen per un periodo così lungo (la sospensione è ammessa solo per pochi mesi, non per due anni come richiesto) i vari paesi si sono accordati di limitare il traffico delle persone, ma non quello delle merci. Un modo come un altro per non disturbare chi davvero sta beneficiando dell’Unione europea, ovvero le grandi multinazionali che continueranno ad avere a strada aperta per distribuire e vendere i propri prodotti.

Ma gli scambi commerciali non sono i soli a non essere esclusi dai nuovi accordi. Nessuno ne parla mai, ma c’è un altro traffico, ben più proficuo e rilevante, che prevede periodici scambi tra i vari paesi dell’Unione: sono gli scambi di denaro.
In passato, uno dei motivi che ha fatto crescere a dismisura l’importanza delle banche è stata la decisione di convertire gli scambi di merci in valuta corrente evitando in questo modo il trasporto di grosse quantità d’oro o dei corrispettivi. Solo periodicamente i banchieri compensavano questi scambi con i colleghi di altri paesi o mercati o territori.
Da allora poco è cambiato. Oggi i pagamenti (in entrata e in uscita) nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema (ovvero BCE e banche centrali nazionali), in altre parole il flusso di denaro che viaggia da uno stato all’altro, sono gestiti da una piattaforma chiamata Target2. E’ su questa piattaforma che, ogni settimana, transita una quantità di denaro enorme, un flusso di pagamenti quasi uguale a quello del PIL annuale di tutti i paesi dell’Eurozona. Un trasferimento, però, di cui nessuno parla (il denaro elettronico che le banche utilizzano per regolare i conti reciprocamente si muove ad altissima velocità). E quando una banca ne accumula troppo (perché i propri clienti ricevono più pagamenti di quanti ne eseguono), di solito, decide di prestarlo (ovviamente dietro lauto compenso) a un altro istituto bancario che ha bisogno di liquidità. Si tratta anche in questo caso di soldi portati oltre frontiera. Ma niente di illegale e nemmeno volontà di frodare il fisco visto che i movimenti sono tracciati.
Il problema è che, in molti casi, questi flussi sono considerevoli. Ciò significa che le banche di uno stato hanno guadagnato o perso molti soldi. È quello che sta accadendo in Italia: secondo i calcoli effettuati da Banca d’Italia, il Target 2, il sistema che regola i pagamenti e il flusso di capitali che girano da uno all’altro dei Paesi che adottano la moneta unica, indica che il deficit dell’Italia ha superato i 240 miliardi di euro. È in assoluto il peggior risultato da quando è nato l’euro. Molto peggiore del dato della Grecia (sotto di 97,3 miliardi,ma in ripresa) o della Francia (in “rosso” di 73,5 miliardi).
Dove sono finiti i soldi “italiani”? In Germania, prima di tutto, che presenta un attivo di 592,5 miliardi (il risultato migliore dal 2012), ma anche in Olanda (+49,4 miliardi), e in quello che da sempre è uno dei paradisi fiscali dell’eurozona: il Lussemburgo (+140,4 miliardi).
Anche se nessuno né al governo né sui media ne parla mai, si tratta di numeri di importanza “capitale” (in tutti i sensi). Indicano, tra l’altro, quanto risparmiatori e investitori si fidano del paese. Il fatto che molti degli invertitori hanno deciso di investire i propri soldi in attività all’estero vuol dire che, nonostante le promesse di ripresa sbandierate dal premier, sono sempre meno quelli che credono nel cambio di rotta. Il Target 2 è un segno palese e inconfutabile della perdita di fiducia. “Fiducia” che i soldi messi nelle banche italiane non vengano congelati o utilizzati per coprire almeno in parte i danni causati dalla cattiva gestione delle banche; paura che finiscano sono in tasse e imposte; paura che non valgano più quanto valevano fino a pochi anni fa.
Alcuni esperti hanno lanciato l’allarme dicendo che il Target 2 dell’Italia: oggi questo dato è peggiore addirittura di quello del 2011. In altre parole, anche quando (come nel 2011) sembrava che tutto il mondo della finanza stesse per esplodere, c’era più fiducia di adesso nel sistema finanziario. A poco è servita la giustificazione di Bankitalia che ha cercato spiegare il peggioramento del saldo debitorio Target2 nel corso del 2015 dicendo che è un “riflesso del comportamento delle banche italiane che grazie ai fondi ottenuti dall’Eurosistema soprattutto con la terza hanno ridotto le fonti di finanziamento sui mercati internazionali all’ingrosso più onerose”.
E mentre cresce il numero delle imprese italiane che decide di rilocalizzarsi all’estero, quello dei giovani che espatriano in cerca di un posto di lavoro, ad abbandonare il paese pare sia anche la fiducia degli investitori. Quella che, come confermano i dati del Target2, ha visto centinaia di miliardi di euro varcare la frontiera dall’Italia per non tornare più…
C.Alessandro Mauceri

Visita del premier iraniano in Italia e in Francia ……

Mentre in Italia non si placano le (giustificate) polemiche per la decisione di coprire alcune statue in occasione della sua visita, il premier iraniano Hassan Rohani ha attraversato la frontiera diretto in Francia.

La scia di polemiche lasciata in Italia riguarda prima di tutto l’”accoglienza” organizzata dallo staff del premier Matteo Renzi. A cominciare dalla sede degli incontri (perché un sito con tante statue raffiguranti nudi?). E poi, perché tanta cura certosina nel coprire queste statue quando, come ha confermato Ehsan Soltani, collaboratore di Notizie Geopolitiche ed esperto d’arte che vive in Iran, nei musei di questo paese non mancano statue e altre opere d’arte raffiguranti persone senza abiti?
Nessuno ha detto niente durante la visita di Hassan Rohani in Vaticano: anche qui decine di affreschi raffiguranti persone in abiti succinti. Anche il libro che Rohani ha regalato a Papa Francesco è pieno di miniature che mostrano scene in cui si usa il vino (che attualmente secondo legge del’Iran è proibito) e anche scene romantiche che, secondo la legge islamica, non sono consentite in pubblico. Secondo Soltani, regalare un libro come questo al Papa aveva un messaggio da parte di Rohani che rappresenta i moderati del’Iran.
Gesti che molti (ma di certo non i rappresentanti del governo italiano) hanno considerato come chiari segni.
A bacchettare Renzi dopo l’incontro sono stati anche gli alleati statunitensi. E non per aver coperto le statue. Dopo gli incontri tra imprenditori italiani e autorità iraniane sono circolate voci di accordi per la fornitura di 20 aerei Atr, costruiti da una joint venture tra Finmeccanica e Airbus, alla compagnia Meraj Airlines. Un contratto che, secondo gli esperti statunitensi, viola le sanzioni americane ancora in vigore contro la Repubblica islamica (in base all’Executive Order 13224, firmato dal presidente Bush nel 2001, per combattere il sostegno di attività terroristiche “La Meraj Air è una linea aerea del governo iraniano che è stata utilizzata per trasportare carichi illeciti, incluse armi, da Teheran al regime siriano, almeno dal 2013”). La compagnia italiana ha immediatamente smentito dicendo che “le discussioni commerciali contemplate riguardano solo linee aeree non sanzionate nel contesto della parziale eliminazione delle sanzioni contro l’Iran”, ma Washington ha replicato che sta analizzando la pratica, per decidere se intraprendere qualche azione. Valore dell’affare 400 milioni di dollari. Possibile che nessuno ci abbia pensato, prima di scegliere quali imprese fare incontrare al presidente iraniano?
Intanto, giunto in Francia, Rohani ha ricevuto un’accoglienza ben diversa da quella che ha trovato in Italia. Il movimento delle Femen ha organizzato manifestazioni plateali per denunciare le impiccagioni che avvengono in Iran: da quando è salito al potere Rohani, nel giugno 2013, sono state ben 2.277 le esecuzioni capitali (dati rapporto di Nessuno tocchi Caino) e in alcuni casi si è trattato anche di minori (o che lo erano quando avevano commesso il reato) e di condannati a morte per “reati politici” (ovvero aver manifestato contro il regime).
Il premier iraniano si è detto pronto “a voltare pagina nei rapporti con la Francia” e, per dimostrarlo, così come ha fatto in Italia, ha incontrato una ventina di aziende francesi con cui firmare contratti. Tutto ciò non è bastato, come ha dichiarato Associated Press (Ap), ad impedire alla Francia di chiedere ai propri partner di “pensare” a nuove sanzioni contro Teheran a causa dei recenti test missilistici. Una richiesta che secondo Ap è stata formalizzata la settimana scorsa durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 28, solo pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni per il programma nucleare. Una notizia, quella diffusa dall’agenzia di stampa francese che, però, non è stata confermata da fonti dell’Ue.
Anche la stampa francese ha accolto Rohani in modo ben diverso da come è avvenuto in Italia. Non sono mancati alcuni commenti polemici sulla “doppia faccia” dell’Iran, che mentre si apre all’Occidente sotto il profilo della collaborazione economica, al proprio interno rimane un paese sul quale permangono seri dubbi circa il rispetto dei diritti umani. Per questo motivo poco prima dell’inizio degli incontri all’Eliseo più di 60 deputati della maggioranza e dell’opposizione francese hanno inviato una lettera aperta al presidente François Hollande in cui si chiedeva fermezza e coerenza di fronte al presidente iraniano in tema di diritti umani. Fonti del governo francese hanno risposto che la questione dei diritti umani non è stata ignorata, ma che non è oggetto di prese di posizione pubbliche durante la visita.
E, come in Italia ci si è precipitati a coprire le statue per non infastidire l’ospite, in Francia per non ledere la sensibilità dell’ospite, facendogli trovare del vino (proibito dal Corano ma obbligatorio secondo il protocollo delle cene ufficiali in Francia), hanno “trasformato” la cena di gala in una “merenda di Stato”, tenuta nel pomeriggio. Ovviamente, senza vino o alcolici di alcun tipo.
Un modo diplomatico per far capire all’ospite che, a Parigi come in Italia, i miliardi dell’Iran valgon bene una cena…
C.Alessandro Mauceri

Poverty in the world

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World Bank said that “Extreme poverty is falling” and that “the world we live better and absolute (or “extreme”) poverty fell for the first time to below ten percent of the global population. ”
Words that made speechless many researchers.

“Economic growth reduces poverty” said World Bank President Jim Yong Kim. The gradual reduction of poverty would have been due thank to the high growth rates in developing countries. “This should give new impetus to the most effective strategies to end extreme poverty. An extremely difficult challenge, especially in a period of slower global growth, financial instability, volatile markets, conflict, high youth unemployment rates, and climate change. But we are on track to achieve the goal of ending extreme poverty by 2030”, he continued.

Otherwise the latest update of the World Economic Outlook of International Monetary Fund reported of a decline in global growth. “New factors supporting growth – said Olivier Blanchard, chief economist of the organization of Washington – as the fall in oil prices, but also the depreciation of the euro and the yen, are more than offset by the persistence of negative forces, including the legacy of the crisis and the weaker potential growth in several countries”.

The truth is that IMB changed the extreme poverty line (that was $ 1.9 per day). This means that to be considered in absolute poverty, a man should have a daily income of less than or equal to this amount. Recently, someone decided, without any valid reason and without any geopolitical or economic motivation, to move the extreme poverty line to of 1.20 dollars a day. This means that those who had a daily income of $ 1.50 and until recently it was considered in absolute poverty, now it no longer is. It is always “poor”, but not in extreme conditions.
This modification of the extreme poverty line, however, has great consequences in the presentation of the global data. While in 2012 there were 902 million (equal to 12.8 percent of the population) in extreme poverty, in 2015, thanks to this change, the absolute poors are less than 702 million, 9.6 per cent of the world population.
Richard Moro, economist, said: “To want to be a little “bad”, we could say that this reduction is false, because it comes from the fact that we changed, for some time, the data to calculate the form in which it calculates extreme poverty”. And “If we look at what these people are able to buy, perhaps with inflation that there has been in recent years, the dollar and 90’re not so sure it will help appears the same things that were bought with a first dollar”.
Another macroeconomic index confirms that absolute poverty is not going down. Gini index (the number between 0 and 1 that evaluates the concentration of money: an higher index means that inequalities between different social classes are elevate). The worldwide Gini index average is 0.38 (and growing).

World Bank experiment was just an attempt to present the state of the art in a less tragic form. May be the attempt to reach goals such as the Millennium Development Goals (MDGs), presented by the United Nations in 2000. One of these (the first) was “halve by 2015 the proportion of the global population whose income was less than one dollar a day” (http://www.unmillenniumproject.org/goals/gti.htm#goal1)
Unfortunately nowadays, absolute poverty in the world has not diminished (much less it has been reduced by half). Maybe that’s why the “experts” of international organizations decided to change the poverty rate….

The President of the World Bank, Jim Yong Kim said: “It’s the best news of the day – these projections show that we are the first generation in history to have the opportunity to end extreme poverty.”
His words has been written in many newspapers. And you will read on history books that in 2015 “poverty fell below the threshold of ten per cent,” … but, unfortunately the poor will continue and get poorer ….

C.Alessandro Mauceri

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4° potere

di Jacopo Cioni

Sono diversi giorni che non scrivo due righe, non certo per mancanza di argomenti, tutto ciò che avviene in questo miserando Stato è argomento di una riflessione, direi più per un vuoto mentale da abbondanza di argomenti. A fronte di decine di giornalisti professionisti che parlano del nulla e se va bene di qualcosa di concreto ma a mezze parole e nascondendo più o meno velatamente la verità, dovrebbero esistere decine di non giornalisti come me che ci provano a svelare quelle verità. Ed esistono, non sono certo famosi, le loro parole sono raramente oggetto di divulgazione mediatica di massa, ma ci sono. Potrei farne anche un elenco striminzito ma sinceramente non ne vedo l’utilità. L’impenetrabilità di certi argomenti verso i media di divulgazione di massa talvolta sfiorano il ridicolo e una redazione seria dovrebbe accantonare triti argomenti di riempimento temporale e dedicarsi anima e corpo a spiattellare regolarmente argomenti politici ed economici a fronte di una penetrazione nel tessuto sociale di coscienza e a seguito di questa di un’azione che è attualmente assolutamente inesistente, sia a livello politico che popolare.
Certo è che una tal si fatta redazione avrebbe vita difficile, immagino la quantità di querele e sputtanamenti ad opera di altra parte mediatica che si svilupperebbero e quanti soloni si accenderebbero come un mortaretto per controbattere, ma almeno ci sarebbe un confronto. In quante interviste giornalistiche cartacee o televisive vedete un giornalista mettere in difficoltà il suo interlocutore politico? Personalmente lo vedo talmente di rado che sospettare una collusione fra giornalismo e politica o finanza è ormai obbligo. Quei rari spezzoni che esistono girano in rete, ma mai sono riproposti in un telegiornale o in un programma di approfondimento. Più facile assistere a dei cani che scodinzolando annusandosi il posteriore che a vere e proprie inchieste giornalistiche. Certo è che i più conosciuti giornalisti televisivi definirli tali è diventato utopistico e non a caso occupano certi posti. Vedere intervistatori che sappiamo essere collusi con club sovranazionali o altri che sappiamo occupare quel posto solo per influenza politica e non per merito investigativo è stomachevole e per chi conosce i retroscena è un vera e propria pena.
Vuole un movimento politico dimostrare di essere fuori da questi giochetti di censura e avvalorare il proprio riconoscimento verso i Cittadini non solo a parole, ma con atti concreti? Bene, cominci ad organizzarsi per una riforma della comunicazione perchè senza essa, la comunicazione, l’informazione realmente libera e scevra da condizionamenti, non si riuscirà mai a cambiare la coscienza di un popolo o di più popoli. Il nodo del 4° potere è attuale più che mai e non può essere disatteso ancora per molto. Il controllo editoriale non può più essere in mano ai burattinai, ma deve essere realmente libero e non controllabile dai poteri forti. Sovranità dell’informazione. Allora cambieranno le coscienze e le persone ritroveranno i giusti stimoli a combattere per i propri diritti e per quelli dei propri figli. Se ciò non accadrà saranno inutili anche le battagli parlamentari o le riunioni di piazza fra pochi coscienti.

Jacopo Cioni

L’affare banche (e gli scheletri nell’armadio)

L’”affare banche” si contorna di aspetti strani ogni minuto che passa. Dopo le polemiche a proposito degli interessi di uno dei ministri in una delle banche salvate dal governo (pare che mezza famiglia fosse in qualche modo “interessata” al salvataggio della banca), è la volta il presidente del consiglio: Renzi ha promesso che il governo interverrà per tutelare i risparmiatori che hanno perso tutti i loro risparmi (e alcuni di loro anche la vita). Salvarli come? In modo “renziano”, ovviamente.
A rimborsare i correntisti dovrebbe essere un “fondo di solidarietà” finanziato con 100 milioni provenienti dal Fondo interbancario per la tutela dei depositi. Ma, e qui sta il bello, ad essere risarciti non saranno tutti i risparmiatori, ma solo alcuni: a definire i criteri di scelta e a gestire la faccenda sarà un commissario. Perché questo arbitrato non dovrebbe essere affidato alla Consob o alla Banca d’Italia (qual è il suo ruolo da quando molte delle sue competenze sono passate alla Bce)? Senza contare che la nomina del soggetto che dovrà occuparsi dell’analisi dei correntisti da risarcire non avverrà mediante una selezione (magari a seguito di un bando pubblico): sarà effettuata con decreto del presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’Economia e previa deliberazione del Consiglio dei ministri.
Nessuno sa quali saranno i criteri adottati per questa selezione né perché dovrebbero essere risarciti solo alcuni e non tutti quelli che sono stati danneggiati dal modo di fare delle banche. Un modo di fare che, in più occasioni, sarebbe stato tutt’altro che trasparente. “Il problema non è tanto cosa firma il cliente all’atto dell’acquisto dei prodotti finanziari, ma il grado di consapevolezza da questi raggiunto allorché gli viene sottoposto il prospetto informativo”, ha detto Vincenzo Imperatore, ex manager e capo area di un importante istituto di credito, autore del libro “Io so e ho le prove”. Che ha aggiunto: “Nel momento in cui il cliente intende effettuare un investimento, la banca è obbligata a fotografare il suo grado di preparazione, la consapevolezza che ha del mercato finanziario e delle dinamiche economiche. Così il funzionario di banca – in base alla direttiva Mifid – deve porgli un questionario. In questo modo viene creato il profilo di rischio del cliente, personalizzato e modellato sulla base delle sue conoscenze”. Secondo Imperatore, spesso i clienti delle banche non sanno esattamente cosa hanno firmato o non sarebbero in grado di conoscere il livello di rischio che certi investimenti comportano.
Anche altri i risvolti di questa vicenda appaiono poco chiari. Come ha più volte denunciato il settimanale l’Espresso, sarebbe molto strano quanto è accaduto in un’altra di queste banche: secondo la rivista, alcuni azionisti della Popolare di Vicenza sarebbero riusciti a disfarsi delle azioni della banca subito prima che esplodesse lo scandalo (con conseguente calo del valore dei titoli di oltre il 20 per cento). A farlo, però, sarebbero stati alcuni imprenditori (tra loro ci sarebbe addirittura un banca) e nomi illustri dell’alta borghesia, mai persone comuni. Almeno una ventina di azionisti nel 2014, poco prima del crollo della banca, sarebbero stati così previdenti da decidere liberarsi delle azioni. Proprio poche settimane prima che la Popolare di Vicenza facesse il tonfo (l’ultima semestrale ha mostrato perdite superiori al miliardo di euro). Il sospetto avanzato da l’Espresso è che mentre a molti dei risparmiatori veniva nascosto quale fosse realmente lo stato dell’azienda, ad altri, invece, sarebbe stato detto quando era il momento di abbandonare la nave.
Ma non basta. Anche il motivo di tanta fretta da parte del governo nel varare il decreto e soprattutto di quali saranno i criteri adottati per il salvataggio dei clienti delle banche sono poco chiari. Dall’1 gennaio 2016, entrerà in vigore la possibilità per le banche di effettuare il bail in, ovvero la possibilità di far pagare la cattiva gestione saranno prima di tutto gli azionisti, ma anche i correntisti. Se già risulta poco chiara la situazione per i primi, potrebbe essere ancora più complicata per i secondi. Tra i clienti delle banche ci sono anche grossi enti i quali, in caso di bail in, non potrebbero esimersi dal “condividere” i problemi delle banche. Enti come l’Anas che pare abbia depositato una bella sommetta proprio su un conto aperto presso Carichieti, un’altra delle banche in crisi. In caso di default della banca, per pagare parte delle perdite potrebbero essere prelevati i soldi dell’Anas (che è al 100 per cento proprietà dello stato).
A meno che qualcuno non intervenga prima scegliendo con oculatezza quali clienti e quali banche aiutare e commissariando il soggetto valutatore.
Una vicenda, quella del modo di gestire e di salvare le banche, che appare più sporca ogni giorno che passa. Non c’è da sorprendersi se gli italiani non hanno più fiducia nelle banche. Oggi, nove italiani su dieci non si fidano più delle banche: “Per il sistema bancario – ha detto Pietro Vento, direttore di Demopolis – è il punto più basso degli ultimi dieci anni”. Come dargli torto: a chi, aprendo un deposito bancario e, è stato detto che, in base alla legge vigente, una volta depositati, i suoi soldi non sarebbero più stati loro proprietà, ma sarebbero automaticamente diventati proprietà delle banche? Eppure è proprio quello che accade dopo aver messo la firma su decine e decine di fogli…..
C.Alessandro Mauceri

Le crisi delle banche italiane: quasi 200 miliardi di Euro di ‘sofferenze’

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei Ministri del governo Renzi, con un decreto scritto e approvato in fretta e furia (di domenica!), ha approvato  una misura d’urgenza per salvare quattro banche a rischio fallimento. Banche “in sofferenza” (un eufemismo per dire che erano quasi fallite?) che erano già commissariate da tempo: Banca Marche, Carife, Cari Chieti e Banca Etruria (di cui è stato vicepresidente, fino subito prima di essere commissariata, il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi). Per alcune di loro, le criticità risalgono addirittura al 2011. E, in tutto questo tempo, la gestione controllata non sembra sia servita a risolvere i problemi. Anzi, forse, li ha peggiorati. Al punto che, oggi, le risorse necessarie per evitare clamorosi fallimenti ammonterebbero alla ragguardevole somma di 2 miliardi di Euro (ma c’è chi parla di una cifra ben maggiore – 3 miliardi di Euro – per fornire a queste banche un “certa liquidità”).

Una misura, si sono precipitati a specificare i tecnici del governo, “a costo zero per i contribuenti”. Ammesso che sia vero (non lo è come vedremo tra poco), si tratta dell’ennesimo favore di un governo italiano alle banche. Del resto, anche a proposito degli aiuti miliardari concessi dai governi precedenti al Monte dei Paschi di Siena (MPS) si parlò di misura a costo zero. Semplici prestiti, si disse. Dimenticando di spiegare che la banca avrebbe potuto restituirli praticamente senza interessi.

E proprio le quattro banche sopra citate erano già state oggetto di un’altra misura da parte del governo: a gennaio scorso quando il Consiglio dei Ministri si era riunito per decidere della misura per convertire le Banche popolari. Una riforma importante alla quale, però, proprio il ministro delle Riforme, Elena Boschi, non partecipò (stando alle sue dichiarazioni, per evitare polemiche dato che il padre era dirigente di una delle banche oggetto della misura). Eppure, in passato, i governi non avevano adottato misure analoghe in favore di banche come il Banco di Sicilia. Ma, allora, nessuno si azzardò a pronunciare una sola parola (e tutti i siciliani stanno ancora pagando le conseguenze di questa “dimenticanza”).

La realtà è che, nonostante trattamenti privilegiati e sostegni da parte di tutti i governi, molti istituti di credito sono in crisi. Negli ultimi anni, a queste “imprese” sono stati erogati miliardi e miliardi di aiuti. Le misure e gli interventi volti a favorire le banche non si contano più.

In attesa del via libera definitivo, da parte di Bruxelles, per la creazione di una “bad bank” nazionale (un istituto che raccolga tutte le “sofferenze” delle banche del Belpaese e scarichi sulle spalle dei cittadini le conseguenze di gestioni azzardate), il primo gennaio 2016, entrerà in vigore il cosiddetto “bail in”: le banche potrebbero scaricare le perdite derivanti dalla gestione dei titoli spazzatura o a rischio anche sui correntisti (con depositi superiori ai 100.000 euro). Un modo come un altro per consentire a questi istituti di far pagare ad altri parte delle colpe derivanti da una cattiva gestione.

Aiuti dopo aiuti che si sommano a trattamenti privilegiati che cercano di nascondere l’elevato numero di banche italiane in crisi. Secondo un rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana, ad essere a rischio sarebbero molte: l’Istituto per il credito sportivo, la Cassa di risparmio di Ferrara, la Banca delle Marche, la Bcc Irpina, la Cassa di risparmio di Loreto, la Banca popolare dell’Etna, la Banca padovana credito cooperativo, la Cru di Folgaria, il Credito trevigiano, la Banca popolare delle province calabre, la Cassa di risparmio della provincia di Chieti, la Banca di Cascina, la Bcc Banca Brutia, la Bcc di Terra d’Otranto e la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio.

Come mai tante banche versano in condizioni così disastrose? A cosa sono serviti gli aiuti diretti e indiretti concessi fino ad ora? E che fine hanno fatto le montagne di euro periodicamente distribuiti dalla Banca Centrale Europea (BCE)? A proposito di BCE, alla fine dello scorso anno, la situazione non sembrava così tragica dopo lo “stress test” dalla stessa Banca Centrale Europea imposto alle banche dei Paesi dell’Unione Europea. Proprio una delle banche oggetto della misura dei giorni scorsi, la Banca popolare dell’Etruria (sempre ‘lei’), nel 2014 aveva fatto registrare performance sbalorditive. Inspiegabilmente, però, all’inizio del 2015, la Banca d’Italia ha deciso di commissariarla per “insufficienza patrimoniale rispetto ai requisiti prudenziali”. E senza che nessuno si chiedesse la ragione di un simile cambiamento.

Che la situazione di molte banche sia critica lo si sa bene. Lo dicono i numeri. Secondo l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), il rapporto tra le sofferenze bancarie e il capitale ha superato il venti per cento (20.92), con un trend in crescita e un’impennata nell’ultimo periodo. Non a caso, a Settembre, la Banca d’Italia, in qualità di Autorità nazionale di risoluzione delle crisi nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico europeo, ha preannunciato l’istituzione di una Unità di Risoluzione e gestione delle crisi.

A questo si aggiunge la criticità derivante dalle ‘sofferenze’ bancarie: secondo i dati del Centro Studi Unimpresa, queste avrebbero raggiunto la ragguardevole somma di 198 miliardi di Euro (di cui 142 miliardi di Euro derivanti da imprese – in barba alla ricrescita sbandierata da Renzi). Una criticità che continua a crescere, anno dopo anno, e che imporrà, per evitare tracolli, la ricapitalizzazione di molte banche.

Una crisi che potrebbe stendersi a macchia d’olio fino a interessare le banche più grandi: in attesa che a pagare siano i cittadini, infatti, a intervenire per compensare le perdite delle banche, dovrebbe essere il Fondo interbancario di garanzia dei depositi (Fitd) o Fondo di risoluzione, cui partecipano i 155 istituti aderenti all’ABI. Soldi che, secondo gli ultimi dati diffusi, dovrebbero essere reperiti attingendo, in prima battuta, alle banche più grandi (come Intesa San Paolo o Unicredit).

Uno stato di criticità di molte banche italiane che ha spinto il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a inviare una lettera al consiglio di supervisione della BCE (a diffondere la notizia è stata Bloomberg) chiedendo di non prendere decisioni “ingiustificate” e “arbitrarie” nell’esame annuale sullo stato degli istituti di credito (Srep).

Investimenti sbagliati, gestioni errate, controlli superficiali, commissariamenti e fallimenti evitati in estremis. Possibile che gli enti di controllo non si siano mai accorti di tutto questo (a cosa serviva, se non a questo, lo stress test voluto dalla BCE)? E se, invece, se ne erano accorti, cosa è stato fatto?

Tanto più che il problema non riguarda solo le banche italiane: si è già manifestato più volte in diversi Paesi europei. In Spagna, in Grecia, ma anche in Paesi economicamente “forti” come la Germania: la maggiore banca tedesca, la Deutsche Bank, versa in una situazione critica (da anni è soggetta a procedure e sanzioni miliardarie in tutto il mondo e, secondo diverse agenzie di rating, è a rischio, come dimostra anche il fatto che il titolo è crollato negli ultimi mesi).

La verità è che tutto il modo di gestire la finanza in Europa è stato sbagliato. E le misure correttive adottate fino ad ora non sono state altro che blandi palliativi per favorire chi ha sempre creato soldi dal nulla (basti pensare alla vicenda dei derivati che, pur essendo stati vietati a Comuni, Province e Regioni, costano agli italiani miliardi di Euro, al punto che il governo ha deciso di porre il segreto di Stato sull’esposizione dello stesso Stato italiano in questi titoli e sulle perdite). E quando la situazione è diventata tanto grave da non poterla più nascondere e le banche sono finite “in sofferenza”, le conseguenze della cattiva gestione dei banchieri sono state scaricate sulla gente comune (che si parli di “bad bank” o di “bail in” poco importa).

Il motivo per cui tutto ciò avviene è che, ormai, quasi tutti i Paesi europei sopravvivono (e rispettano i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles) grazie alle continue elargizioni di valuta fresca (ma virtuale) da parte delle banche. Sono questi istituti che comprano titoli di Stato che non rendono nulla: le ultime aste di Bot a sei mesi e di Ctz a due anni avevano addirittura rendimenti negativi. Quale investitore sarebbe tanto ingenuo da prestare soldi allo Stato, sapendo che, per fargli questo favore, deve pure pagare? Nessuno. Eppure, alle aste periodiche, questi titoli vanno a ruba. A comprarli sono le banche. Per loro queste forme d’investimento presentano molti vantaggi: innanzitutto, sono una alternativa a “parcheggiare” i soldi nei forzieri della BCE (cosa che costerebbe di più); e, poi, permettono di compensare, almeno in parte, i rischi connessi con altri investimenti ben più rischiosi.

Ma non basta: disporre di questi titoli permette alle banche di esercitare forti pressioni su decisioni che dovrebbero essere prese in modo indipendente dal Parlamento, sia esso nazionale o comunitario. Non a caso, recentemente, il Financial Times ha reso noti i risultati di un’inchiesta che proverebbe scambi di informazioni tra “banchieri e asset manager pochi giorni prima, e in un’occasione anche poche ore prima, che venissero prese alcune importanti decisioni strategiche”.

Stando così le cose, non sorprendono gli sforzi compiuti da molti governi nazionali ed europei per risolvere i problemi delle banche. Anche quando i loro bilanci hanno del marcio al loro interno. Anche a costo di scaricare sui clienti (con il “bail in”) e sui cittadini (con le bad bank) i problemi e le perdite derivanti dalla cattiva gestione.

Anche quando si tratta di misure, come quella approvata nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, che, forse, riuscirà a prolungare l’agonia di alcune banche. Ma sarà anche l’ennesima dimostrazione di chi comanda realmente il Paese …

C.Alessandro Mauceri