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L’ambiente, per chi governa e amministra l’Italia, è spazzatura.

Mentre il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il presidente della Commissione Europea, Junker, riempiono le prime pagine dei giornali con il loro battibecco a distanza, solo in pochi hanno pensato di informare i cittadini delle sanzioni che saranno costretti a pagare a causa della cattiva gestione di impianti idrici, rifiuti e fognature. A settembre dello scorso anno, l’Italia era già stata costretta a pagare, a seguito di sentenze emesse dalla Corte di Giustizia europea, multe per circa 153 milioni di euro. Nel 2016, i contribuenti dovranno pagare all’Ue sanzioni per quasi mezzo miliardo all’anno. E potrebbe essere solo l’inizio. Da quanto risulta dalle proiezioni su alcune procedure di infrazione, le sanzioni dovrebbero ammontare a circa 480 milioni all’anno. Fino a quando? Finchè in Italia non si deciderà di fare qualcosa di concreto per ottemperare a quanto previsto da regolamenti e direttive comunitarie.
La situazione, infatti, è ben lontana dall’essere risolta (forse è proprio per questo che il nuovo che avanza ha preferito non parlarne rivolgendosi a Junker e tanto meno lo ha fatto a dicembre nel suo “discorso agli italiani”). Nel Bel Paese esistono enormi problemi sui sistemi fognari e depurativi in oltre 2.500 comuni. E che sia questa la causa delle sanzioni emesse dall’Ue, il governo lo sa bene. Non a caso, con la legge di Stabilità (comma 813), ha autorizzato il ministero dell’Economia e delle finanze a rivalersi sulle amministrazioni locali responsabili delle violazioni.
In poche parole, quindi, l’Unione europea ha multato l’Italia che si rivarrà sui comuni e sulle regioni., le quali, viste le condizioni economiche di estremo disagio in cui si trovano, non potranno che scaricare questa palla sugli “ignari cittadini che saranno costretti a pagare queste multe con l’aumento dei tributi locali”, come ha affermato il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi. E per di più sperano di riuscire a farlo parlando della vicenda meno che si può.
Lo dimostra il fatto che quanto accadrà non è una novità. Le principali procedure d’infrazione la 2004/2034, la 2009/2034 e la 2014/2059 non sono “nuove”. Di queste, sulla prima (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in ben 110 agglomerati) la Corte di Giustizia europea si è espressa già nel 2012. Da allora si sono succeduti ben tre governi. E nessuno di questi ha detto niente né è riuscito a fare granchè per risolvere il problema. Sulla seconda (relativa agli obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta e dei sistemi di trattamento in 41 siti) la Corte di Giustizia si è espressa ad 10 aprile 2014. E anche in questo caso, in quasi due anni, il “governo del fare” non pare abbia fatto molto. L’ultima, ma non per questo meno importante dato che riguarda ben 883 agglomerati urbani e 55 aree sensibili, è stata avviata anche questa all’inizio del 2014, a seguito delle ispezioni EU Pilot 1976/11/ENVI.
Il problema riguarda tutto il territorio nazionale. Siti in violazione delle norme comunitarie si trovano praticamente in tutte le regioni d’Italia. Ma la situazione è decisamente più grave nel Mezzogiorno e ancora di più in Sicilia, dove ad essere sotto accusa non sono solo gli “inceneritori” di cui si è parlato negli ultimi anni (spesso senza sapere nulla della materia e comunque senza giungere a niente). Le violazioni riguardano praticamente tutto il territorio regionale, da Agrigento a Bivona, da Caltabellotta a Casteltermini, da Cattolica Eraclea a Lampedusa, da Menfi a Montevago, da Palma di Montechiaro a Porto Empedocle, da Ribera a Sambuca di Sicilia, da Sciacca a Campofranco, da Niscemi a Catania, da Giarre a Milo, da Randazzo a Vizzini, da Enna a Piazza Armerina, da Capo d’Orlando a Gioiosa Marea, da Lipari-Vulcano a Messina, da Milazzo a Patti, da Giardini-Naxos a Bagheria, da Carini e Asi Palermo a Cefalù, da Corleone a Monreale, da Piana degli Albanesi a Prizzi, da Termini Imerese a Ustica, da Ragusa a Noto, da Castellammare del Golfo a Erice, da Marsala a Mazara del Vallo, da Pantelleria a San Vito Lo Capo, solo per citarne alcuni.
In pratica non c’è provincia, comune o impianto che non risulti, per un motivo o per l’altro, irregolare e che non dimostri l’incapacità di chi ha amministrato la “cosa comune” di risolvere il problema, pur sapendo che l’Unione Europea aveva avviato una procedura di infrazione. Un problema (anzi più di uno, dato che le infrazioni contestate in molti dei siti sono state diverse) che non può e non deve essere considerato solo “locale”: una simile estensione di procedure di infrazione praticamente a tutto il territorio regionale è segno che la situazione non è il risultato della cattiva gestione di questo o di quel sindaco (magari giovane o alle prime armi). Vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nella gestione del territorio nel suo insieme. Anche in molte altre regioni italiane gli ispettori dell’Unione hanno segnalato inesattezze e hanno avviato procedure di infrazione, ma mai così tante e così diffuse praticamente su tutto il territorio regionale. A non aver funzionato è l’intero sistema. E questo nonostante, grazie all’autonomia regionale (che costa cara ai siciliani in termini di tasse e imposte), dovrebbe essere più facile prendere alcune decisioni e agire di conseguenza.

Ma non basta. Alla situazione già grave della violazioni dei regolamenti e delle norme comunitarie riguardanti acque e rifiuti solidi urbani, si aggiungono anche le violazioni legate alle discariche abusive, alle eco balle, agli sgravi per le imprese legati ai rifiuti e al trattamento delle acque reflue. Tutti settori per i quali l’Unione europea ha avviato procedure di infrazione nei confronti degli amministratori del Bel Paese. Procedure che, in molti casi, si sono già concluse con la condanna dell’Italia (per le altre è prevedibile una fine analoga).

Condanne per la cattiva gestione dell’ambiente delle quali nessuno ha parlato né durante Expò 2015 né in occasione dell’incontro di tutti i paesi a Parigi per il COP21. Nessuno era si è preso la briga di informare i cittadini che saranno loro a dover pagare per tutto questo neanche nel proprio discorso di fine anno nè in nessuna altra occasione.

C.Alessandro Mauceri

 

Nei mari e sulla terra la temperatura aumenta ….e l’Ue finanzia l’uso di combustibili fossili?

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Circa un mese fa, riuniti a Parigi, al COP21, i leader mondiali si sono vantati delle proprie promesse e degli impegni presi per salvare il pianeta riducendo le emissioni che stanno provocando un rapido innalzamento della temperatura terrestre: si sono impegnati ad attuare iniziative per limitare l’innalzamento della temperatura globale a non oltre 1,5° Celsius. Non subito, però: nei prossimi decenni.
Il problema è che i mari e l’intero pianeta potrebbero non avere tutto questo tempo: secondo i dati diffusi nei giorni scorsi da due organismi americani, la Nasa e l’Agenzia federale per la meteorologia (Noaa) (:http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/summary-info/global/201512), il 2015 è stato l’anno più caldo da quando vengono effettuate rilevazioni attendibili, il 1880.
Lo scorso anno, la temperatura è aumentata di un grado (e non di frazioni) rispetto all’epoca preindustriale. E, come se non bastasse, il mese di dicembre è stato il più caldo in oltre 130 anni: 1,11 gradi sopra la media. Cosa che confermerebbe che il fenomeno è in rapida evoluzione, come ha spiegato Compton Tucker, della Nasa, “ciò è dovuto all’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera, che agisce come una coperta isolante intorno alla Terra e tiene intrappolate le radiazioni terrestri. È proprio come mettere una coperta in più sul letto la notte. Tiene più caldi e l’anidride carbonica tiene la Terra più calda”.
Gli effetti di questo fenomeno si stanno manifestando in diversi modi ed entro il 2030 nel Mediterraneo, in Usa e in Brasile la temperatura media sarà cresciuta di oltre due gradi.
Ma non basta. Secondo un panel di esperti dal Politecnico federale di Zurigo, il cui lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nature, un aumento della temperatura media globale pari a 2 gradi, corrisponderebbe all’aumento della temperatura massima di 3 gradi nel mar Mediterraneo. Con una brusca accelerazione di fenomeni come l’innalzamento del livello del maree la scomparsa di alcune città costiere.
Per mantenere l’aumento della temperatura massima annuale del Mediterraneo entro i due gradi, (e non 1,5 gradi come concordato a Parigi), le emissioni di CO2 dovrebbero essere contenute entro i 600 miliardi di tonnellate (attualmente sono 850 miliardi).
La sola speranza per raggiungere questi risultati sarebbe un massiccio ricorso alle fonti energetiche rinnovabili (prime fra tutte solare ed eolica) e la riduzione dei consumi di combustibili fossili.
Stranamente, però, senza alcun motivo scientifico a supporto, l’Unione europea, nei giorni scorsi, ha deciso di fare l’esatto contrario e ha dato il via libera alla proposta della Commissione europea di sostenere con ben 217 milioni di euro nuovi progetti di infrastrutture energetiche trans-europee. In altre parole, ha deciso di finanziare la costruzione di impianti per il trasporto e l’utilizzo di combustibili fossili!
“Stiamo mirando a quelle regioni in Europa che ne hanno più bisogno” ha detto il commissario Ue all’energia, Miguel Arias Canete. Che ha aggiunto “Dobbiamo avanzare con la modernizzazione delle nostre reti energetiche e portare tutti i Paesi ancora isolati all’interno del mercato europeo dell’energia”. Nel settore del gas, le sovvenzioni Ue stanziate serviranno a promuovere e modernizzare la rete di trasmissione del gas in Bulgaria in Grecia, in Romania, e nell’ex Repubblica jugoslava oltre che in Macedonia e Turchia. Ma anche l’interconnettore che lega le reti del gas in Romania, Bulgaria, Austria e Ungheria, beneficerà dei fondi europei e permetterà al gas proveniente dal Caspio di raggiungere tutta l’Europa centrale.
E, visto che quando si parla di petrolio, di gas e di combustibili fossili i soldi non bastano mai, è stato deciso che i vari paesi potranno beneficiare anche dell’assistenza finanziaria della Connecting Europe Facility.
Tutte misure e azioni che non potranno che rallentare il processo di conversione verso fonti energetiche rinnovabili ed ecosostenibili: invece di promuovere lo sviluppo e l’uso delle energie ecosostenibili, sostenere finanziariamente il ricorso ai combustibili fossili rallenterà tremendamente la riduzione delle emissioni in atmosfera. Con le inevitabili conseguenze per l’ambiente e una inevitabile accelerazione dell’aumento della temperatura del pianeta e, in misura ancora maggiore del Mediterraneo.
Così facendo è “quasi certo che il pianeta Terra sia destinato al disastro entro i prossimi mille o diecimila anni”, ha detto Stephen Hawking. Secondo lo scienziato, la razza umana ha davanti a sé uno dei secoli più delicati della sua storia, in cui potrà decidere in che modo influenzare il lontano futuro. Un’influenza che, stando alle decisioni prese nell’ultimo periodo, potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.
C.Alessandro Mauceri

Mucche (e non solo) clonate in Cina

È prevista a breve l’apertura della più grande “fabbrica” di animali al mondo. In questo stabilimento, a Tianjin, vicino Pechino, in Cina, cani, cavalli, vitelli e mucche non saranno allevati, ma “prodotti”. L’obiettivo è quello di clonare bestiame. Dati non confermati parlano una produzione di 100 mila capi all’anno da subito per arrivare, a pieno regime, a un milione di capi (pari al 5 per cento del fabbisogno complessivo di carne in Cina). La fabbrica è il risultato di una cooperazione tra Sinica (controllata da Boyalife) e la fondazione sudcoreana di biotecnologie Sooam, specializzata proprio nella clonazione di cani.
A guidare Sooam, è Hwang Woo-suk che divenne famoso nel 2004 per aver pubblicato su Science uno studio nel quale affermava di aver clonato cellule staminali umane. E quando riuscì a clonare un cane, alcuni pensarono che avrebbe vinto il Nobel. Tutto cambiò quando si scoprì che le sue scoperte erano false. Pochi anni dopo cercò di clonare addirittura un mammut (nel 2006, ammise di aver usato fondi statali coreani per acquistare dalla mafia russa alcuni esemplari di tessuto di mammut). Anche in questo caso, però, si scoprì che si trattava di un bluff.
A confermare la notizia dell’avvio delle attività di clonazione di animali, sui media cinesi (i media internazionali, invece, non hanno dedicato grande attenzione a questa notizia) è stata confermata dal presidente e amministratore delegato di Boyalife, Xu Xiaochun: “Vogliamo migliorare gli allevamenti cinesi iniziando dai bovini e dai cavalli”. “Stiamo per percorre un sentiero mai battuto”, ha aggiunto. “Stiamo creando qualcosa che non è mai esistito prima”. Boyalife opera in 16 regioni cinesi, e stando a quanto ha dichiarato, non si occuperà solo di animali per l’alimentazione. Lo stabilimento, secondo quanto comunicato ai media dallo stesso fondatore, si occuperà anche di produrre “modelli malati” di animali di grossa taglia per la sperimentazione di nuovi farmaci. “In Cina facciamo cose in grande scala, ma non inseguiamo solo il profitto. Vogliamo lasciare un segno nella storia” aveva dichiarato Xu ai media l’anno scorso.
Dopo il clamore suscitato dalla pecora Dolly, prodotta al Roslin Institute come parte di una ricerca per la produzione di medicinali nel latte degli animali da allevamento, la clonazione è già una realtà in diversi paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, ViaGen, una società che ha sede in Texas, offre ai propri clienti la promessa di clonare cani e gatti. Un servizio che, però, ha un costo non per tutte le tasche: dai 50mila ai 100mila dollari.
Il costo del processo di clonazione è uno dei motivi che hanno fatto dire a molti che la decisione dell’industria cinese di investire in questo settore potrebbe rivelarsi un fallimento: secondo Ryu Young-joon, docente alla scuola medica dell’università nazionale Kangwon, “clonare un animale richiede un processo estremamente dispendioso. Clonare un animale da compagnia costa all’incirca 87 mila dollari. Chi comprerà bestie da allevamento così costose? Lasciamo perdere il problema della sicurezza alimentare, è dal punto di vista economico che non ha senso”. Se, come hanno dichiarato i vertici della Boyalife, il progetto ha come scopo quello di abbassare il prezzo della carne, allora è destinato al fallimento.
Senza contare che molti paesi e la stessa Unione Europea hanno già vietato l’importazione di carne da allevamenti clonati. La sicurezza, infatti, è uno dei problemi maggiori: “Deve essere ancora testata. La clonazione ha diversi effetti collaterali, fra cui invecchiamento precoce e predisposizione dell’animale ad ammalarsi”, ha dichiarato critico Woo Hee-jong, veterinario presso l’Università nazionale di Seoul.
Ma a questo gli astuti imprenditori cinesi forse hanno già pensato. I divieti imposti da molti paesi e anche dall’Ue riguardano il consumo di carni da organismi clonati. Ma pare che nessuno abbia posto vincoli al cibo proveniente dai figli degli animali clonati (la cosiddetta progenie). E questo lo si sta già facendo in diversi paesi: negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile. Ma non basta. I “materiali riproduttivi”, i figli degli animali clonati e i loro embrioni, così come il cibo proveniente dalla progenie di cloni (ad esempio il latte), potrebbero essere importati anche in altri paesi, come quelli dell’UE, e senza che i consumatori abbiano la minima indicazione.
A conti fatti, quindi, la clonazione potrebbe davvero essere un affare colossale. Ma di cui è meglio fare sapere meno possibile ai consumatori.
C.Alessandro Mauceri

Ponte sullo Stretto di Messina (la storia infinita…) …..terza (e ultima) parte.

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Passano pochi mesi e cambia il governo. Mario Monti, nominato da Napolitano in fretta e furia prima “senatore a vita” e poi “presidente del Consiglio”, che fa? Dichiara, per voce di Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, che: “Non esiste l’intenzione di riaprire le procedure per il ponte sullo Stretto di Messina, anzi al contrario, il governo vuole chiudere il prima possibile le procedure aperte anni fa dai precedenti governi”. Ennesimo cambio di rotta. E nuove multe (a carico dei cittadini): per questo vengono inseriti, nella legge di stabilità, 300 milioni di euro da destinare al pagamento delle penali per la mancata realizzazione del progetto. In questo periodo, Alfano è leader del PdL (che ha la maggioranza sia al Senato che alla Camera) e il suo partito non dice una parola di questa decisione e appoggia il governo “tecnico” voluto dal Presidente della Repubblica. In questo modo, nel silenzio generale, i soldi stanziati per la realizzazione del Ponte sullo Stretto possono essere stornati a favore delle grandi opere del Nord. A denunciarlo è il deputato dell’Api, Franco Bruno: “L’avere accantonato l’idea di completare l’unico vero corridoio europeo che coinvolgeva la Calabria ha consentito lo spostamento definitivo di quelle risorse verso i territori del Nord. Purtroppo, devo registrare che i fondi del Ponte sullo Stretto, con l’ultimo Decreto “Fare”, sono stati sostanzialmente spostati all’alta velocità Milano-Genova e alla linea 4 della Metropolitana di Milano”….
Non passa neanche un mese che, a ottobre 2012, Monti decide l’ennesimo cambio di strategia (giusto per non essere diverso dalla maggior parte dei suoi predecessori): concede una proroga di due anni per l’approvazione del progetto definitivo del ponte (si dice, al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità…). L’opera viene considerata realizzabile e fruibile entro il 2019.
Forse è solo un coincidenza, ma solo un mese dopo, a novembre 2012, due grandi aziende cinesi (la China Investment Corporation (Cic) e la China Communication and Construction Company (Cccc)) dichiarano di essere interessate a sostenere parte dei costi dell’opera. Anche Giuseppe Zamberletti, presidente della società Stretto di Messina SpA, lo conferma: “Ci sono capitali cinesi pronti a finanziare l’opera”.
Con la Legge 221/12 si decide di stipulare un nuovo contratto con il general contractor Eurolink (ovviamente con nuove previsioni di spesa…). Ma la situazione non cambia. Per questo, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il 15 aprile 2013, la società Stretto di Messina S.p.A. viene posta in liquidazione. Non prima, però, di aver indennizzato Eurolink con alcune decine di milioni di euro di penale. Lo stop alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina “potrà determinare contenzioso ed ulteriori oneri per effetto della mancata realizzazione dell’opera”, a lanciare l’allarme è la Corte dei Conti nella relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria di Anas SpA per l’esercizio 2011. Ma nessuno ascolta il suo monito.
Cambia il governo, ora guidato da Letta. E il nuovo esecutivo (di cui Alfano fa parte, in qualità di ministro degli Interni e di vicepresidente del Consiglio dei ministri) conferma di non volere realizzare il ponte sullo Stretto. In seguito ad una mozione presentata in Parlamento (la 1-00713), il Presidente del Consiglio con decreto del 15 aprile 2013, pone in liquidazione la società Stretto di Messina SpA (si parla di contenziosi per la sua mancata realizzazione, che rischiano di pesare sulle casse pubbliche per più di 1 miliardo di euro). Alfano, visto il ruolo ricoperto, non può non appoggiare la decisione di Letta. Ma alcuni parlamentari a lui vicini cercano di aggirare l’ostacolo (e salvare la Stretto di Messina SpA). Per questo motivo presentano un emendamento (il 4.14) alla Finanziaria: “Il comma 8 dell’articolo 34-decies del decreto legge n. 179/2012 è abrogato e tutti gli atti che regolano i rapporti di concessione nonché le convenzioni e ogni altro rapporto contrattuale stipulato dalla società concessionaria proseguono”. Ma, dato che gli unici emendamenti che hanno una minima probabilità di essere approvati, sono quelli con alle spalle adeguate coperture finanziarie, l’emendamento viene dichiarato inammissibile.
Intanto continuano le pressioni degli ambientalisti affinchè l’opera non venga mai realizzata: dal Fai a Italia Nostra, dalla Legambiente al Man e al Wwf. Ma non basta. Sebbene ad essere stati incaricati siano alcuni tra i più preparati progettisti sulla piazza (almeno, così, si dice) e nonostante gli elaborati siano stati valutati ed approvati decine e decine di volte da decine di enti, c’è chi dice che l’opera sarebbe “tecnicamente irrealizzabile”.
Del ponte sullo Stretto pare non si debba più parlare neanche con il nuovo governo Renzi. Il 10 Novembre 2014, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, presieduto proprio dal “nuovo che avanza”, decide di cancellarlo definitivamente dall’elenco delle “Grandi Opere”. La decisione è confermata dal ministro dei Trasporti Lupi, deputato del Ncd (ovvero, proprio il partito guidato da Alfano), il quale dichiara che l’opera “non è una priorità per il governo”, ma che, secondo lui, “rimane un progetto strategico”. “Io sono sempre favorevole alla realizzazione del ponte e credo sia un tema che qualunque governo dovrebbe porsi”, afferma dispiaciuto Lupi (poco dopo, presenterà le proprie dimissioni a seguito dello scandalo “Grandi Opere”).
Ma (giusto per rendere le cose meno chiare possibili), pare che il governo dimentichi di togliere circa 1,3 miliardi di euro destinati alla realizzazione dell’opera dall’allegato alla nota di aggiornamento del Def (riportati sotto la voce “Revoche finanziamenti” e anche “reimpieghi”). Ad attaccare sono i deputati di Sel che presentano una interrogazione in Parlamento. Alla fine, non senza aver sollevato polemiche e critiche, il Ministero delle Infrastrutture chiarisce l’equivoco: “Il termine reimpieghi – spiega il Mit – indica non lo stanziamento di risorse a un’opera, ma l’indicazione storica di risorse revocate e non utilizzate né utilizzabili”. Come dire: da una parte abbiamo destinato questa somma per la realizzazione dell’opera, dall’altra le abbiamo tolte per farne tutt’altro….
Non passa neanche un anno che il ministro Alfano fa risorgere, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri, l’idea di realizzare un’unione fisica tra la Sicilia e il resto d’Italia e promette che il ponte si farà. “Non vedo ragioni per cui non si debba più parlare del ponte sullo Stretto di Messina. E noi in Parlamento presentiamo una proposta di legge per realizzarlo”. E la Camera dei deputati, che, in tutti questi anni insieme al governo ha dato prova di grande coerenza, approva la mozione del Nuovo Centro Destra (suggerita dal sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro) per “valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del Ponte sullo Stretto come infrastruttura ferroviaria previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici, quale possibile elemento di una strategia di riammagliatura del sistema infrastrutturale del Mezzogiorno”. De Caro specifica che si tratta di un “intervento che non è presente nell’agenda del governo e la cui complessità richiederebbe uno specifico approfondimento, che può tranquillamente essere rimandato ad altro momento”.
Peccato che il governo (di cui Ncd fa parte) dica l’opposto. Il ministro Del Rio ribadisce che il progetto non è nell’agenda del governo: “Sul mio tavolo non c’è alcun dossier sul Ponte nello Stretto, se arriveranno proposte, le valuteremo”. A ribadire che il governo non ha nessuna intenzione di portare avanti questo progetto è addirittura il presidente del Partito Democratico, Matteo Orfini che, in una intervista a Rai3, dichiara: “Il ponte sullo Stretto di Messina non è una priorità di questo Governo e il ministro Del Rio lo ha detto chiaramente. La posizione del Ncd è giusto che sia valutata, ma personalmente non la ritengo prioritaria”.
E gli enti locali? Sì perché in tutta questa vicenda, a pagare le conseguenze di promesse mai mantenute, fino ad ora sono stati prima di tutto i cittadini e i sindaci dei comuni sullo stretto (oltre che, ovviamente, tutti i siciliani). “Siamo indignati che qualcuno parli ancora di realizzazione del Ponte sullo Stretto, dopo che sono già stati bruciati milioni di euro solo per fare campagna elettorale”, afferma il sindaco di Messina Renato Accorinti. Che aggiunge: “Abbiamo fatto 15 anni di lotte nel passato e ora c’è un’importante presa di coscienza della popolazione che ha compreso l’inutilità dell’opera. Che la smettano ogni tanto di parlare del ponte per motivi elettorali, perchè offendono il Sud che per anni è stato preso in giro. Forse vorrebbero di nuovo bruciare milioni di euro e non realizzare invece quelle che sono delle opere indispensabili per la nostra Regione e per la città. Noi vogliamo tutto quello che non ci hanno mai dato al posto del ponte”.
Come dargli torto: le infrastrutture e i servizi sia in Sicilia che in Calabria sono a dir poco fatiscenti (come dimostrano io continui crolli dei mesi scorsi lungo le autostrade dell’isola). E gli interventi promessi per colmare il gap con altre regioni italiane spesso hanno il sapore di vere e proprie prese in giro.
Come quelle delle indennità a seguito degli espropri per la realizzazione dei lavori propedeutici al ponte sullo Stretto. Nessuno ne parla mai, ma sarebbero oltre duemila, tra Calabria e Sicilia, i proprietari immobiliari nei cui confronti la società Stretto di Messina SpA risulta inadempiente per il mancato pagamento delle indennità dovute a seguito della reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio. E questo indipendentemente dal fatto che l’opera sia stata o meno o cancellata dagli obiettivi del governo e che la società sia stata posta in liquidazione. È quanto emergerebbe dalla ricerca che “Benvenuti al Sud” ha commissionato ad un ufficio legale che si occupa della materia. (L’indennità da reiterazione del vincolo costituisce, infatti, un diritto ulteriore ed indipendente dall’indennità di espropriazione del bene vincolato, come peraltro conferma la delibera del CIPE che, nel settembre del 2008, reiterando il vincolo imposto nel 2003 con l’approvazione del progetto preliminare al Ponte, aveva assegnato alla “Stretto di Messina” la somma forfettaria di 5 milioni di euro proprio per far fronte, in parte, alle indennità per “reitero del vincolo”).
Somme che potrebbero andare a sommarsi alle penali (che continuano ad aumentare) che il governo, a causa di tutti questi cambi di rotta e stagnazioni, potrebbe essere costretto a pagare: secondo le ultime stime, il loro totale ammonterebbe a circa 1,5 miliardi di euro. Una somma stratosferica, specie se si considera che, in cambio, gli italiani hanno ricevuto solo promesse al vento. Quello sullo Stretto di Messina.
C.Alessandro Mauceri

 

Il ponte sullo Stretto di Messina (un problema non solo tecnico …..) ….seconda parte…..

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Con la decisione di costituire una società per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, comincia un periodo di scontri durissimi (a tutti i livelli) tra soggetti privati, politici e pubbliche amministrazioni.
Da grande scommessa tecnologica, il ponte diventa oggetto di dibattito politico, spesso connesso alle lobby nazionali ed internazionali. A questo si aggiunge che, da una valutazione più attenta dei costi dell’opera, emerge anche un altro problema: anche se fosse possibile realizzarla, esistono seri dubbi sui vantaggi economici che ne deriverebbero. Un aspetto tutt’altro che secondario dato che la compartecipazione di imprese e privati diventerà indispensabile. Questo inevitabilmente influenzerà molte delle scelte che verranno prese da questo momento in poi e imporrà compromessi a volte difficili da condividere.
Nel 1982, il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, promette: “Il ponte si farà entro il ’94”. Nel 1985, il governo Craxi presenta la “tabella di marcia” per la realizzazione dell’opera: entro il 1987 avrebbe dovuto essere redatto il progetto esecutivo, i lavori sarebbero cominciati l’anno successivo e sarebbero stati completati nell’arco di dieci anni. Craxi concede 220 miliardi di lire alla Società Stretto di Messina SpA.
Al fine di rispettare le scadenze, nel 1986, viene presentato un nuovo studio di fattibilità, che prevede non una, ma addirittura tre diverse possibili soluzioni per collegare la Sicilia alla Calabria: una che passa sottoterra, una in mare, l’ultima sospesa. Romano Prodi, ai tempi presidente dell’IRI ribadisce che il ponte è una priorità: “I lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto cominceranno al più presto. Il risparmio per un automobilista sarebbe di 40 minuti, 35 per autocarro e 92 per il treno. Nel 2015 transiterebbero sul ponte 12 milioni e 621mila autovetture, oltre a 295 mila carrozze ferroviarie”.
Nel 1992, incuranti di tutti i progetti fino ad allora presentati, i tecnici presentano un ennesimo progetto preliminare.
Poco dopo, scoppia lo scandalo di Tangentopoli che pone fine alla prima repubblica. Ma l’idea di realizzare il ponte sullo Stretto sopravvive e se ne torna a parlare poco dopo. A sostenere con forza l’idea che è necessario unire la Sicilia al resto d’Italia sono quasi tutti i governi del nuovo corso. Dal primo governo Berlusconi (1994), al governo Dini (1995) e perfino il governo Prodi (1996) lo appoggia. Unica eccezione, quella del governo Ronchi che ritiene che sarebbero più utili investimenti sul potenziamento delle infrastrutture esistenti.
Durante il primo governo Berlusconi il ministro dei trasporti Fiori riprende la questione del ponte che ottiene di nuovo parere favorevole dall’Anas e dalle FS. È in questo periodo che cominciano a prendere corpo i progetti definitivi e, con questi, le miriadi di valutazioni (e approvazioni) effettuate da decine di enti preposti. Primo fra tutti, nel 1997, il Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici (CSLP). L’anno dopo il Cipe (forse anche per sedare le polemiche dell’opposizione e di Lega ambiente) decide di affidare la valutazione del progetto a consulenti esterni: Steiman Int. emette un giudizio tecnico positivo; Pricewaterhouse Coopers, incaricata della valutazione economica, finanziaria e ambientale, rilascia un parere “non sfavorevole” (pur sollevando diversi dubbi).
Nel frattempo, visto l’interesse che l’opinione pubblica dedicava alla realizzazione del ponte, lo stesso diviene cavallo di battaglia in molte campagne elettorali. Nel 2001, lo usano come specchietto per le allodole, per ricavare voti in Sicilia e in Calabria, i due principali candidati alla guida del governo: Silvio Berlusconi (“Credo che sia folle continuare a porre ostacoli a un’opera che potrebbe cambiare il volto di un’intera Regione” e, ancora, “Sogno, perché l’ho sempre avuto nel cuore di poter passare, prima di morire, sul ponte sullo Stretto, che farà della Sicilia una terra superitaliana”) e Francesco Rutelli (“Sì al Ponte sullo Stretto, purché non sia una cattedrale nel deserto”). Con la legge 443/2001, l’opera viene inclusa tra le “infrastrutture strategiche”: viene anche introdotto un regime d’urgenza che dovrebbe velocizzarne la realizzazione.
Il tutto, però, continua con una lentezza che avrebbe dovuto insospettire. E sono necessarie continue promesse (regolarmente non mantenute) per convincere la gente della volontà del governo di realizzare l’opera. Nel 2004, nonostante le proteste a livello locale e degli ambientalisti, il Ministro Lunardi inserisce il ponte sullo Stretto tra le 18 opere prioritarie a livello europeo: “Il ponte è partito. Il ponte si fa. Lo possiamo dire con commozione, orgoglio e certezza: il ponte sarà realizzato. È il progetto-simbolo del nuovo impulso che l’Italia vuole dare alle sue infrastrutture”. E infatti, ad aprile 2004, il Parlamento Europeo approva il Piano Van Miert per lo sviluppo delle Reti Transeuropee di Trasporto (TEN-T), che nell’ambito del Corridoio 1 Berlino-Palermo prevede la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Pochi mesi dopo, però, l’Europarlamento ferma tutto, richiede all’Italia ulteriori analisi e valutazioni e, di fatto, blocca il co-finanziamento comunitario.
Da questo momento in poi, venuti meno i miliardi (in euro) di aiuti dell’Unione Europea, diventa essenziale dimostrare non soltanto che il ponte si può realizzare tecnicamente, ma anche che tale intervento è economicamente conveniente ovvero che le entrate che se ne ricaveranno saranno superiori ai costi per la sua realizzazione. Secondo alcune stime basate sul confronto tra i costi attuali di attraversamento dello Stretto (mediante traghetti) e i costi necessari per la realizzazione del ponte, sarebbero necessari non meno di venti anni per recuperare i costi dell’opera (e questo senza considerare interventi di manutenzione straordinaria, guasti e simili).
Nel 2005, durante il governo Berlusconi, viene creata un’Associazione Temporanea di Imprese che riceve l’incarico di contraente generale per la costruzione del ponte. Neanche un mese dopo la Direzione investigativa antimafia dichiara che il ponte sullo Stretto di Messina è diventato “interessante” anche per Cosa nostra. Una relazione della Dia del 2005 riporta: “Cosa nostra tende a rafforzare la propria maglia invasiva con interventi volti a tentare di interferire anche sulla realizzazione di grandi opere d’interesse strategico nazionale, quale, ad esempio, il ponte sullo Stretto di Messina”.
Ad indagare sul ponte non sono solo gli investigatori italiani, ma addirittura la polizia canadese (la vicenda è narrata da Deaglio e Castaldo nel loro libro “La mafia internazionale vuole fare il Ponte con la cocaina”): “Ho parlato con quelle persone che erano molto interessate del fatto che un’impresa con capitali arabo-canadesi intende costruire il ponte finanziando l’opera per intero”, rivela confidenzialmente l’ingegnere a Libertino Parisi, in una telefonata del 5 marzo 2004. “Ho ricevuto indicazioni di mandare un fax con la proposta alla segreteria del Presidente della società Stretto di Messina”. Ma le telefonate sono intercettate e scoppia lo scandalo.
Sempre nel 2005, l’Associazione Temporanea di Imprese Eurolink S.C.p.A., capeggiata da Impregilo s.p.a., si aggiudica la gara d’appalto e diventa contraente generale per la costruzione del ponte. Costo dell’opera: 3,88 miliardi di euro. Poco dopo Impregilo firma il contratto. Tra gennaio e aprile 2006 vengono firmati tutti i contratti (con il Project Management Consultant, per il Monitoraggio Ambientale e con il Broker Assicurativo).
Passano pochi mesi (inizio 2006) e il nuovo governo, guidato da Romano Prodi (lo stesso che, solo pochi anni prima, aveva approvato l’idea) decide che il ponte non s’ha da fare. La Legge n. 286 stabilisce che il ponte sullo Stretto di Messina non è una priorità nel programma di Governo e viene rinviata a tempo indeterminato ogni decisione sulla sua realizzazione.
Comincia il gioco delle penali (altro aspetto fondamentale per comprendere questa storia infinita): un governo decide di costruire il ponte e conferisce un incarico a qualcuno, ma, poco dopo, decade e il governo successivo cambia idea e decide che è più “conveniente” pagare una penale piuttosto che realizzare i lavori. Somme sempre consistenti: nel caso del governo Prodi si parla di una penale di 500 milioni di euro per ritirare l’appalto e annullare il contratto con Impregilo. Un fallimento per l’Italia, ma (molte volte) un affare per i vincitori degli appalti che, senza muovere un dito, incassano decine di milioni di euro. Pare che sul progetto debba essere scritta la parola fine, ma due ministri del governo Prodi (affermando che la penale da pagare per la mancata esecuzione dei lavori sarebbe troppo salata) chiedono a Prodi di rivalutare la questione. Nuovo cambio di decisione e nuovo via libera (appoggiato dall’opposizione – di cui fa parte Alfano) alla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina.
Nei primi mesi del 2008, in Italia c’è un nuovo governo, guidato da Berlusconi (Alfano è ministro della Giustizia), che dichiara di voler riprendere l’iter del progetto di costruzione del ponte, anzi, come ormai prassi usuale, va oltre: promette che i lavori sarebbero iniziati nel 2009 e si sarebbero conclusi in tempi record, nel 2016 (dimenticando che la data di completamento dei lavori era inizialmente prevista per il 1994). Nella seduta del 30 settembre 2008, il Cipe riconferma la pubblica utilità del ponte sullo Stretto di Messina. Ad agosto 2009, ai sensi della Legge 3 agosto 2009 n. 102, viene nominato un Commissario Straordinario con l’obiettivo di rimuovere entro 60 giorni gli ostacoli frapposti al riavvio delle attività.
Lo stesso anno interviene la Corte dei Conti, che chiede al governo e alla società Stretto di Messina SpA di “operare una costante valutazione” dei profili di fattibilità tecnica dell’opera. Ovvero di valutare meglio il rapporto costi/benefici attualizzando “le stime di traffico che stanno alla base del disegno progettuale del ponte” e di verificare la “compatibilità ambientale” dell’opera e la “completezza delle modalità di imputazione nel bilancio dello Stato delle somme, già destinate all’intervento per il ponte sullo Stretto di Messina e successivamente oggetto di riutilizzazione”.
Un’opera così grande (sia in termini di costi di realizzazione che di futuri sviluppi occupazionali che di giro d’affari) non poteva non interessare molti. A lanciare di nuovo l’allarme è J. Patrick Truhn, console generale americano a Napoli, che tra il 2008 e il 2009 invia negli Usa cinque dispacci (pubblicati da Wikileaks) nei quali dichiara che la mafia potrebbe essere “tra i principali beneficiari” della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (“The Bridge to More Organized Crime” viene definito) e che “servirà a poco senza massicci investimenti in strade e ferrovie” in Sicilia e Calabria. “Miliardi di dollari stanziati dai governi dell’Unione Europea finiscono nelle mani delle organizzazioni criminali. Anche se le associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune aree, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale” riporta Truhn.
A gennaio 2010, viene presentato al pubblico il progetto preliminare (come si possa iniziare i lavori senza un progetto definitivo è un mistero). Al convegno partecipa il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli che definisce il progetto di “peculiare valenza europea”, “essendo un importante tassello del Corridoio 1 Berlino-Palermo, già approvato dal Parlamento europeo nel 2004”. A dicembre viene presentato il progetto definitivo: oltre ottomila elaborati che confermano la fattibilità dell’opera, le impostazioni tecniche e i costi di realizzazione (ma della validità economica nessuno parla).
E dato che l’Unione Europea non vuole includere il ponte sullo Stretto tra le opere pubbliche cui sono destinati i fondi comunitari il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dichiara: “le risorse per il manufatto saranno reperite sul mercato”. Intanto, a luglio 2011, il Cda della Stretto di Messina S.p.A. approva il progetto definitivo “riconfermando le impostazioni di ordine tecnico ed economico” del Ponte: il costo dell’opera che originariamente ammontava a poco più di un miliardo di euro e che era salito a oltre tre miliardi, poi diventati 6,3 miliardi di euro, ora vola in alto fino a 8,5 miliardi di euro.
A ottobre 2011, il Parlamento vota una mozione dell’IdV, con la quale vengono eliminati “i finanziamenti per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”. Alla guida del partito Di Pietro. Lo stesso che, pochi anni prima, da ministro del governo Prodi, aveva suggerito di realizzare l’opera per non pagare le penali…..
Passano pochi giorni e la maggioranza, guidata dal Pdl, ribadisce che il ponte si farà. Dichiarazioni confermate dal presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa le sui dichiarazioni sono confermate da una nota ufficiale del governo Berlusconi che specifica: “L’opera è solo in parte finanziata dall’intervento pubblico. L’onere complessivo dell’infrastruttura prevede anche la partecipazione di capitale privato, l’utilizzo di Fondi strutturali e di altre fonti”.
Nuova crisi di governo e………
…….continua……

C.Alessandro Mauceri

Erosione costiera: un problema di cui si parla molto, …. ma non si fa niente.

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Delle coste italiane si parla solo in occasione dell’inizio della stagione balneare. Quali sono i lidi migliori, in quali zone l’acqua è pulita, se è presente la famigerata alga rossa. Poi, passata l’estate, non se ne parla più. L’attenzione viene rivolta verso altri problemi (e, di certo, non ne mancano).
Esiste, però, un altro problema anche questo legato alle coste di cui si parla (troppo) poco: quasi la metà delle spiagge italiane sono interessate dal fenomeno dell’erosione costiera. A parlarne è stato il rapporto ‘Spiagge indifese: dati e storie dell’erosione costiera’ di Legambiente. Secondo i dati rilevati, il 42 per cento dei litorali italiani sono colpiti dall’erosione. Ma in alcune regioni la situazione è assolutamente drammatica: in Molise, ad esempio, questo fenomeno interessa quasi la totalità delle coste (il 91 per cento). Situazione analoga in Basilicata (78 per cento), in Puglia (65 per cento) e in Abruzzo (61 per cento). Un fenomeno le cui conseguenze sono evidenti anche in Sicilia: sulle spiagge della provincia di Messina (a Galati ma anche a Giardini di Naxos) molte spiagge, che pure esistevano fin dai tempi della Piccola Era Glaciale, oggi rischiano di scomparire per sempre. Secondo i più recenti studi, meno del 30 per cento delle coste italiane sarebbe immune da problemi di erosione.
Le cause di questo fenomeno sono molte: alcune meteorologiche e naturali (come le precipitazioni e la tipologia del terreno), altre, invece, antropiche, legate alla gestione e allo sfruttamento del territorio. La riduzione dei trasporti fluviali di materiale sabbioso, l’urbanizzazione selvaggia delle coste, la costruzione di imponenti infrastrutture (come porti, approdi, dighe foranee che alterano il profilo delle correnti marine e del moto ondoso), l’agricoltura intensiva e la deforestazione provocano la drastica riduzione degli apporti di sedimenti (sabbie, ghiaie, limi) al mare. A questo si aggiunge la decisione di modificare ben 34.000 ettari di terreno all’interno di aree protette, ma anche, per quasi il dieci per cento del totale, delle zone a pericolosità idraulica e il cinque per cento delle rive dei fiumi e dei laghi. Sì perché, come hanno dimostrato i ricercatori, il problema dell’erosione non riguarda solo il mare, ma anche laghi e fiumi.
Una situazione ben nota al governo centrale e alle amministrazioni locali: a confermare i dati allarmanti, infatti, è stata Ispra nel “Rapporto sul Consumo di Suolo 2015”. Zone che fino a non molto tempo fa rivestivano un ruolo importante nell’equilibrio naturale, come la Pianura Padana, stanno cambiando: secondo lo studio dell’Ispra, il 12 per cento di questo territorio è andato perduto a causa della erosione delle coste o della cementificazione. E le conseguenze si stanno già facendo sentire sul territorio.
Un problema, però, che non riguarda solo l’Italia, ma tutto il vecchio continente. Già nel 2007 uno studio denominato Eurosion mise in luce gli effetti devastanti di questo fenomeno.
Da allora, però, poco o niente è stato fatto per fermare questo processo. Oggi, in Europa, la situazione continua a peggiorare a ritmo preoccupante: ogni anno scompaiono 970 milioni di tonnellate di coste (pari a circa 600 milioni di metri cubi di suolo). E, secondo i ricercatori europei, il paese in cui si stanno verificando i danni maggiori è proprio l’Italia (seguita dalla Slovenia). A confermarlo l’ultimo rapporto del Joint research centre della Commissione Ue.

Un problema che andrebbe affrontato e risolto in modo concreto dato che ha gravi ripercussioni non solo sull’ecosistema, ma anche sulla produzione alimentare e, in generale, sull’economia. L’erosione delle coste e della cementificazione selvaggia ha conseguenze rilevanti in molti ambiti. A cominciare dall’alimentazione: a causa della perdita di aree da destinare a coltivazioni e allevamenti, è diminuita la possibilità di produrre alimenti. Oggi 100.000 persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti “italiani” (e sono costrette a ricorrere a prodotti importati – spesso con effetti negativi sulla salute e sull’economia del paese). Ma non basta. Rilevanti anche gli effetti sul turismo (siti come la spiaggia di Eraclea Minoa, la Scala dei Turchi e la spiaggia di Linguaglossa sono ormai quasi irrimediabilmente perduti), e su tutta l’economia legata alla balneazione.

Quello dell’erosione delle coste è un problema ben conosciuto: è noto come si sta evolvendo, sono note le cause, sono noti gli effetti sul territorio, sulla popolazione e sull’economia.
L’unica cosa che non si sa è perché nessuno finora abbia fatto niente per fermarlo (a parte organizzare qualche convegno scientifico o pubblicare i risultati di qualche studio) …..

C.Alessandro Mauceri

IgNobel

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Nei giorni scorsi nel Sanders Theatre dell’Università di Harvard, sono stati resi noti i nomi dei vincitori dei premi Ig Nobel 2015. Come nel caso dei più classici Nobel, la cerimonia co-patrocinata dalla Harvard Computer Society, dalla Harvard-Radcliffe Science Fiction Association e dalla Harvard-Radcliffe Society of Physics Students, prevede l’assegnazione di un premio a studiosi e ricercatori che si sono distinti in tutto il mondo. La differenza è che, in questo caso, il premio (che non comprende, come invece nel caso del Nobel, un compenso in denaro) viene assegnato a quei ricercatori che hanno condotto studi “strani, divertenti, e perfino assurdi”, lavori improbabili e che quasi sicuramente non serviranno a nulla ma che “che prima fanno ridere e poi danno da pensare”. Non a caso il fine dichiarato è quello di “premiare l’insolito, l’immaginifico, e stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia”.
Il premio, la cui prima edizione risale al 1991, ha sempre visto tra i vincitori studiosi che hanno condotto ricerche assolutamente originali.
Ricerca come quella di alcuni dei vincitori di quest’anno. L’Ig Nobel per la Fisica è andato a Patricia Yang, David Hu (USa-Taiwan), Jonathan Pham e Jerome Choo (Usa) per aver appurato in modo scientificamente incontrovertibile che occorrono 21 secondi per fare pipì: secondo i dati dei ricercatori la durata della minzione non cambia a seconda della taglia del corpo. Per la Chimica hanno vinto Callum Ormonde e Colin Raston (Australia) e Tom Yuan, Stephan Kudlacek, Sameeran Kunche, Joshua Smith, William Brown, Kaitlin Pugliese, Tivoli Olsen, Mariam Iftikhar, Gregory Weiss (Usa), che hanno finalmente (chissà da quanti secoli generazioni di persone se lo sono chiesto) come è possibile riportare allo stato liquido un uovo dopo che è stato bollito.

In alcuni casi si tratta di studi che avranno notevoli ripercussioni sulla vita di tutti i giorni di molte persone: alcuni studiosi hanno finalmente scoperto un modo infallibile (almeno a loro dire) per diagnosticare se una persona ha un’appendicite acuta o no: il sistema scoperto si basa sul dolore che si prova percorrendo strade sconnesse in auto. Una metodologia che soprattutto al sud d’Italia potrebbe avere grande successo.
Il premio per l’Economia è andato alla Bangkok Metropolitan Police per aver offerto bonus ai poliziotti che rifiutavano tangenti.
Tra i vincitori anche un italiano: Gennaro Bernile, che però lavora a Singapore e che, con i suoi colleghi Vineet Bhagwat e Raghavendra Rau, ha scoperto il rapporto che esiste tra il successo in carriera di un dirigente e i disastri naturali che ha vissuto durante la sua infanzia: molti manager nella loro infanzia hanno vissuto disastri naturali, e questo li avrebbe poi influenzati nel diventare leader. Una ricerca che, forse, spiegherebbe il motivo per cui alcuni paesi si trovano nella situazione attuale (basti pensare che i leader di tutti i maggiori partiti italiani vantano sul proprio curriculum la partecipazione a programmi televisivi di “intrattenimento”) …..
C.Alessandro Mauceri

Le foreste aumentono o diminuiscono? (e in Italia?)

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Stando ai risultati di un recente studio, i cui risultati sono stati diffusi dalla rivista Nature, sulla Terra ci sarebbero circa 3.040 miliardi di alberi, più di quattrocento per abitante (422 considerando che sul pianeta vivono circa 7,2 miliardi di persone).
La novità e l’importanza del dato è che contrariamente alle stime fino ad ora considerate attendibili, questo numero sarebbe quasi dieci volte maggiore di quanto si pensava: fino ad ora gli studiosi avevano calcolato che sul pianeta si trovavano 61 alberi a testa. Il paese più alberato sarebbe la Russia, con oltre 641 miliardi di piante. A seguire il Canada (318 miliardi) e il Brasile (301). Come al solito, molto indietro in questa graduatoria l’Italia: nel Bel Paese ci sarebbero circa 8,8 miliardi di alberi, per una media di 143 alberi a testa, molto al disotto della media mondiale.
Ma se da un lato la notizia di un tale numero di alberi appare positiva, dall’altro ha mostrato un altro dato che invece è preoccupante: i ricercatori hanno calcolato che, ogni anno, vengono tagliati oltre 15 miliardi di alberi. Ciò ha fatto sì che nel corso degli anni il loro numero è diminuito del 46 per cento. Un dato preoccupante non solo per il fatto che le piante d’alto fusto sono una delle maggiori riserve d’ossigeno del pianeta, ma anche per il fatto che con il crescere della popolazione e con la sempre maggiore necessità di trovare nuove aree da destinare alle coltivazioni, la deforestazione sta procedendo a ritmi sempre più veloci. A conferma di ciò il dato rilevato dai ricercatori: le foreste stanno scomparendo e circa il 43 per cento degli alberi si trova nelle zone tropicali e subtropicali, mentre circa il 24 per cento è nelle regioni boreali.
Encomiabile da questo punto di vista la decisione di alcuni paesi “riforestare” intere aree. Lo scorso anno le Filippine avevano stabilito il record mondiale di alberi piantati (in un’ora) nell’ambito di un programma di riforestazione su larga scala approvato dal governo. Nelle scorse settimane Il presidente ecuadoregno, Rafael Correa, ha ricevuto dalla Fondazione Guinness dei primati il certificato di record mondiale per il maggior numero di alberi piantati simultaneamente: sono stati 765.073 suddivisi su 2.269 ettari in diverse località del paese. Anche in questo caso si è trattato di un progetto di riforestazione voluto dal governo di Correa e che prevede programmi simili anche in futuro. Anche il piccolo stato del Bhutan ha voluto fare la sua parte: in occasione della giornata delle Foreste, una squadra di cento volontari ha piantato 49.672 alberi in 60 minuti nei pressi della capitale Thimpu.
Anche in Italia il numero degli alberi è cresciuto, ma solo di un esiguo 0,6% annuo. Un risultato che non ha impedito ai nostri rappresentanti al Consiglio Economico e Sociale Onu (Ecosoc), durante il quale sono stati diffusi i risultati, di vantarsi della performance raggiunta: “Fin dal secolo scorso abbiamo lanciato campagne massicce per il rimboschimento e il Belpaese ora sta attraversando il periodo con il più alto tasso di boschi dei suoi ultimi 500 anni di storia”….

C.Alessandro Mauceri

perchè si parla di Ebola e nessuno dice una pariola dei casi di peste bubbonica (anche negli USA)?

PESTE

Ci sono malattie che richiamano alla memoria periodi lontani. Come la peste bubbonica, una malattia infettiva di origine batterica causata dal batterio Yersinia pestis e che si credeva ormai solo un lontano ricordo.
Un ricordo che, nelle scorse settimane è tornato vivido dopo che è stata diffusa la notizia di alcuni casi in Cina e negli Usa. In Cina, le autorità hanno deciso di mettere due villaggi e i loro trentamila abitanti dopo la morte di un uomo di 38 anni per peste bubbonica. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, le autorità hanno imposto la quarantena a tutti gli abitanti di Yumen e di Chijin.
Ma pare che sia scattato l’allarme anche negli Usa dopo la morte di una persona anziana nello Utah a causa di questa malattia. Una caso non isolato dato che, negli Usa, sarebbero almeno undici i contagi e quattro decessi in vari stati (Colorado, Arizona, New Mexico, California, Georgia e Oregon). Il timore è che siano i primi segni di una nuova epidemia. Non molto tempo fa l’allarme per il contagio era scattato in una delle maggiori attrazioni d’America il Parco di Yosemite, dove era stata diagnosticata la peste bubbonica ad una bambina ed erano stati trovati diversi scoiattoli contagiati (sono stati chiusi diversi camping nella Foresta Nazionale di Stanislaus, che a Crane Flat che a Yosemite e i turisti che vi avevano soggiornato sono stati invitati a fare scrupolosi controlli). Secondo quanto riferito da Charla Haley, del dipartimento statale per la salute, è stata aperta un’inchiesta sulle origini del contagio.
Gli esperti stanno anche cercando di comprendere il motivo per cui si sono verificati così tanti casi nei primi mesi del 2015. La peste bubbonica, che durante il Medio Evo era diffusa in Europa, oggi è un evento molto raro. Basti pensare che negli ultimi dodici anni negli Stati Uniti i casi accertati sono stati solo 17 episodi. Da aprile però inspiegabilmente si è avuta una impennata dei casi di questa malattia che solitamente è causata dalla puntura di pulci infette dal batterio spesso trasmesso da roditori malati, come scoiattoli e topi (anche in Cina si sospetta che possa essere stata questa l’origine).
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, ogni anno nel mondo si registrano dai 1000 ai 3000 casi di peste. E il tasso di mortalità per peste bubbonica è elevatissimo: va dal 66% al 93% (ma scende al 16% se la malattia viene diagnosticata subito e trattata con antibiotici). È per questo che la peste bubbonica secondo il Regolamento Sanitario Internazionale è assoggettata a denuncia internazionale all’OMS, sia per i casi accertati che per quelli sospetti.

Peccato che finora nessuno abbia parlato di questi casi. Né dalla Cina né dagli Usa ….

C.Alessandro Mauceri

La robotica (in alcuni settori) è ancora un miraggio

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La robotica avanza a passi da gigante. In tutti i settori. Dall’industria all’automazione dei veicoli fino alla chirurgia. Proprio in questo settore sono stati resi noti recentemente alcuni dati interessanti che dovrebbero far riflettere sul futuro.
I campo medico la possibilità di effettuare interventi chirurgici mediante l’uso dei robot è sempre stato presentato come un grande successo della scienza. Ricorrere a sistemi di controllo a distanza dovrebbe consentire di effettuare interventi anche da una parte all’altra del globo con innegabili vantaggi. Ma anche con qualche svantaggio: in base alle statistiche rese note dalla U.S. Food and Drug Administration, i robot chirurghi avrebbero causato la morte di 144 persone dal 2000 al 2013 (i casi più frequenti si sono verificati in operazioni alla testa, al collo o cardiotoraciche). Un tasso di mortalità che è 10 volte superiore rispetto ad altre forme di chirurgia.
Nella maggior parte dei casi si sarebbe trattato di morti causate dal malfunzionamento della strumentazione. In altri casi, invece, a causare il decesso del paziente sarebbero stati errori dell’operatore.
Una percentuale elevata che ha costretto i medici americani a istituire, come ha riferito il dottor Raman del Rush University Medical Center di Chicago a creare un registro pubblico a cui segnalare qualunque incidente nel corso di interventi chirurgici robotizzati: il Manufacturer and User Facility Device Experience, MAUDE.
Se il numero dei decessi è elevato, molto maggiore è il numero degli incidenti verificatisi durante gli interventi chirurgici assistiti da robot. Le segnalazioni sono state oltre 10.000. un volume così elevato che è stato necessario cercare di classificarle in qualche modo. I ricercatori hanno diviso gi incidenti in 5 categorie. In alcuni casi, ad esempio, il problema è stato un corto circuito (sono 193 i pazienti ustionati tra il 2000 ed il 2013). In altri casi gli incidenti sono stati causati dalla caduta di parti bruciate o infrante nel corpo del paziente (più di 100 casi). In alcuni casi a causare danni al paziente durante l’intervento è stato il movimento errato causato dalla strumentazione (52 pazienti feriti e due morti). Ma la maggior parte delle lesioni e dei decessi sarebbe stata causata da errori di sistema (perdita di connessione video o simili) che hanno provocato oltre ottocento incidenti.
Numeri che dimostrano che, nonostante il numero di interventi realizzati mediante robot sia in costante crescita, la strada per arrivare a rendere questa prassi affidabile è ancora lunga.
C.Alessandro Mauceri