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2016 : l’anno del petrolio

C’è chi ha detto che il 2015 sarà ricordato come l’anno dei migranti. È ancora presto per dire che anno sarà il 2016 ma c’è già chi è pronto a scommettere che sarà l’anno del petrolio.
Da mesi ormai sono in corso stravolgimenti riguardanti questa risorsa che avranno ripercussioni sulla vita di buona parte della popolazione.

Nei mesi scorsi se ne è parlato a proposito della vendita da parte dell’ISIS di questo combustibile, fondamentale per la sopravvivenza di quasi tutti i paesi industrializzati. Vendita “in nero” che molti, almeno questa la versione ufficiale, stanno cercando di capire. È strano che i moderni mezzi di spionaggio (gli stessi che hanno permesso di scoprire terroristi nascosti nei più remoti anfratti del mondo), non riescano a seguire le carovane di centinaia e centinaia di camion-cisterna in viaggio attraverso i continenti (dall’Asia all’Europa e poi di nuovo in Asia).

Quello che non è strano, invece, è come mai uno dei maggiori produttori mondiali, l’Arabia Saudita, abbia i propri conti pubblici in rosso (tanto da dover emettere titoli di stato per 80 miliardi di dollari, di conseguenza il debito pubblico raddoppierà) proprio a causa del calo del prezzo del petrolio. Il prezzo del petrolio è sceso in picchiata nell’ultimo periodo e le conseguenze internazionali si sono già fatte vedere: diversi paesi, come l’Arabia Saudita (ma anche il Qatar e molti altri) che fino ad ora avevano basato la propria economia sullo sfruttamento di questa risorsa, sono stati costretti a “diversificare” le proprie attività e hanno deciso di scendere in guerra (quanto questa attività sia lucrativa lo dimostra l’economia americana) o darsi al commercio delle armi.

Il prezzo del petrolio basso, se da un lato è ancora un problema per molti paesi arabi (l’ultima riunione dei paesi produttori di petrolio, l’Opec, si è conclusa con nulla di fatto e con il rinvio di ogni decisione a giugno 2016), dall’altro permette loro di essere concorrenziali su due mercati.

Il primo è quello delle fonti energetiche rinnovabili: un prezzo dei combustibili fossili elevato renderebbe vantaggiosa la corsa (senza ritorno) verso le energie ecocompatibili. Ma con il prezzo del petrolio ai minimi storici non c’è competizione e quasi tutti i paesi industrializzati, nonostante le promesse fatte al COP21 di Parigi, preferiscono restare schiavi dei combustibili fossili.
Inoltre un prezzo del petrolio così basso permette anche ai paesi arabi di esercitare forti pressioni su altri produttori. Primi fra tutti gli Stati Uniti d’America e il Canada.
Navi Dhaliwal e Martin Stuermer, due esperti del settore, in un report citato da Bloomberg, hanno detto che “i prezzi bassi del petrolio hanno generato danni finanziari consistenti ai produttori di petrolio e gas americani, soprattutto perché questi devono far fronte a costi di produzione molto più alti dei loro concorrenti altrove nel mondo”. Non è un caso se, come ha riportato la Federal Reserve, sono almeno nove le compagnie che, negli ultimi mesi del 2015, hanno quasi dichiarato bancarotta, per un debito totale di oltre 2 miliardi di dollari. Cosa che ha anche causato la perdita di oltre settantamila posti di lavoro. “Se le bancarotte proseguono a questo ritmo, ci potranno essere ancor più ripercussioni nel 2016” è stato l’allarme lanciato dei due ricercatori.
Il modo di estrarre il petrolio nell’America settentrionale, basato sul fracking (la rottura delle rocce che ‘imprigionano’ la materia prima energetica), è estremamente costoso (per non parlare delle pesanti conseguenze per l’ambiente).
È questo che ha consentito ai paesi riuniti nel cartello dell’Opec di rallentare l’emergente produzione degli Stati Uniti, e di costringere Washington a rinunciare alla propria indipendenza energetica e tornare addirittura ad importare petrolio. L’Opec ha deciso di limare in maniera consistente i propri guadagni, pur di non perdere anzi di conquistare quote di mercato ribassando i prezzi.
Questo non potrà non avere conseguenze rilevanti anche in altre parti del mondo nel prossimo futuro. La decisione di abbattere i prezzi del petrolio ha consentito all’Opec di conquistare quote di mercato, ma, di contro, ha leso la coesione interna. Oggi, di fatto, il cartello non esiste più.
Questo non potrà non causare instabilità politica in alcuni paesi produttori, come l’Algeria, che fino ad ora si erano tenuti fuori dai conflitti internazionali. Ma non potrà non influire anche sulle scelte di politica estera della Russia.
Senza contare che, nell’immediato futuro, potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sulla corsa allo sfruttamento dei giacimenti dell’Artico e dell’Atlantico. Con rischi per l’ambiente che sono stati già dimostrati negli anni passati.
Una situazione difficile da interpretare ma che intanto ha portato la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse. Cosa che, nel breve periodo, avrà conseguenze rilevanti anche sulle economie di molti altri paesi. A cominciare da quelli europei. Non è un caso se, negli ultimi mesi, il rapporto euro/dollaro è cambiato a favore di quest’ultimo. Per non parlare del fatto che un dollaro forte potrebbe avere conseguenze non indifferenti per le economie di quei paesi che devono ripagare i propri debiti in dollari e causare una crisi sulla crescita in altre parti del mondo.
Tutto questo a causa delle decisioni che poche persone prenderanno a proposito del petrolio. Per questo non è azzardato dire che il 2016 sarà l’anno del petrolio.
C.Alessandro Mauceri

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Chi vende le armi ai paesi in guerra? Le nazioni “pacifiste”

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“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania (nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra) e dopo quello della vendita di armi all’India (nonostante la guerra decennale, e ancora non conclusa, con il Pakistan), anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti peròfino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.
C.Alessandro Mauceri

 

L’Arabia Saudita è uno degli ultimi paesi nella graduatoria dei diritti civili e umani….ma l’Onu ha deciso di metterla a capo della Commissione sui diritti umani

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In Arabia Saudita le esecuzioni capitali sono ormai una prassi usuale. Spesso avvengono in pubblico (addirittura recentemente dopo l’esecuzione per decapitazione di cinque condannati a morte, le teste sono state appese ad un elicottero e portate in giro per la città per essere mostrate al pubblico). Solo pochi giorni fa, in Arabia Saudita, fa un ragazzo di 21 anni, Ali Mohammed al-Nimr, è stato condannato a morte per un reato commesso quando era ancora diciassettenne, è sarà decapitato e il suo corpo crocefisso ed esposto in pubblico (la notizia è stata diffusa dalla ong britannica Reprieve che si batte contro la pena di morte). E le esecuzioni stanno aumentando (Amnesty International e dall’agenzia di stampa AFP, parlano di un’esecuzione capitale ogni due giorni) al punto che, recentemente, le autorità hanno pubblicato un annuncio per assumere nuovi boia.
Anche i diritti delle donne nel Paese sono solo una chimera: ancora oggi, in questo paese, le donne non possono guidare l’automobile (la pena, in caso di violazione, sono dieci frustate), non possono aprire un conto corrente in banca, a loro è proibito lavorare nel settore petrolifero o anche solo avere un documento di riconoscimento (possono farlo solo se hanno il permesso di un uomo). Solo recentemente è stato concesso alle donne di votare e di candidarsi alle elezioni, ma con grosse limitazioni.
Per non parlare di molte scelte di politica internazionale alquanto discutibili: dalla decisione dell’Arabia Saudita di bombardare presunti terroristi al di fuori del proprio territorio (e senza alcuna autorizzazione dell’Onu), all’aver fatto del commercio di armi una delle principali attività economiche del paese (non a caso recentemente il paese e diventato il paese che effettua i maggiori scambi di armi al mondo).

Secondo l’associazione Freedom House, che ogni anno valuta la violazione o il rispetto dei diritti umani in quasi tutti i paesi del mondo, l’Arabia Saudita è “non libera” e i voti relativi ai diritti umani sono i peggiori possibili: in una scala da 1 a 7 (dove 1 è il migliore e 7 il peggiore) l’Arabia Saudita ha meritato 7 per le libertà civili, 7 per i diritti umani e ancora 7 per i diritti politici. Più chiaro di così….

Eppure stranamente, pochi giorni fa, Michael Møller, direttore generale della sede di Ginevra delle Nazioni unite ha comunicato la nomina di Faisal bin Hassan Trad a presidente del panel di cinque esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, Unhrc. La nomina, i, realtà, è avvenuta a giugno scorso, ma è stata tenuta nel massimo riserbo fino allo scorso 17 settembre quando è apparsa in un report nel quale si dava mandato al gruppo di lavoro presieduto da Trad di conferire gli incarichi agli esperti in vista della trentesima sessione del Consiglio.

Una decisione che in molti hanno definito “scandalosa” specie considerando che l’Arabia Saudita è tra i paesi con il più alto numero di violazioni dei diritti umani accertate.

Secondo Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, le motivazioni che hanno portato alla nomina di Trad alla presidenza della Commissione sarebbero solo frutto di un “compromesso” politico dopo che l’Arabia Saudita aveva esercitato pressioni per sostenere la candidatura di un suo uomo alla presidenza del Consiglio dei diritti umani. Una posizione troppo in vista che avrebbe scatenato un inferno mediatico (e privato l’organizzazione di ogni credibilità a livello mondiale). È per questo motivo che i rappresentanti del Consiglio hanno deciso di conferire al rappresentate dell’Arabia Saudita “solo” l’incarico di presidente del comitato consultivo. “Avere Riad come membro dell’Unhrc è già un male di per sé”, ha detto Neuer, “ma lasciargli presiedere un organo chiave delle Nazioni Unite è come versare del sale sulle ferite dei dissidenti rinchiusi nelle prigioni saudite, come nel caso di Raif Badawi” (il blogger saudita incarcerato e condannato a mille frustrate per aver protestato in favore della libertà di espressione).
Oggi in Arabia Saudita non solo i diritti umani sono calpestati quotidianamente, ma è vietato anche solo parlare e chiedere delle riforme. E chi lo fa viene punito con la fustigazione o ucciso barbaramente. Una situazione che, fino ad ora, è stata inspiegabilmente tollerata da diversi paesi (gli stessi che, per molto meno, hanno scatenato guerre internazionali che durano da decenni) e da organizzazioni internazionali come l’Onu. Un paese che da molti è accusato di violare continuamente i diritti umani fondamentali. Violazioni che, a quanto pare, le Nazioni Unite non hanno considerato abbastanza gravi da impedire che il loro rappresentante venga messo a capo del “panel di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU”….
C.Alessandro Mauceri