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Francia e Italia si scambiano i territori….ma nessuno dice niente ai pescatori

Continuano gli scontri tra i Italia e Francia riguardanti i confini territoriali. Nei mesi scorsi a finire sui giornali fu la disputa per il possesso del valico di frontiera in prossimità dell’accesso al ghiacciaio del Gigante dal rifugio Torino. Ora la lite si è spostata in mare.
I confini marittimi tra Italia e Francia e i relativi diritti di pesca erano regolamentati da un documento le cui origini risalgono al 1892. Nel 2011, l’Italia ha creato una Zona di pesca esclusiva i cui confini erano stabiliti provvisoriamente “in attesa degli accordi di delimitazione con la Francia”. Ma, seppure senza grandi clamori, a marzo del 2015, Francia e Italia hanno sottoscritto un trattato con il quale regolamentavano la convenzione generale sui confini.
In base a questo accordo l’Italia accettava di definire “aree di mutuo scambio” alcune zone di mare a nordovest e a sudest della Corsica. In altre parole l’Italia cedeva un pezzetto di mar Ligure in cambio di uno di mar Tirreno. Una modifica apparentemente di poco conto. Almeno così devono aver pensato gli incaricati del ministero degli Affari esteri della Difesa, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, delle Politiche Agricole e persino dei Beni culturali che lo scorso anno, erano presenti alla stipula del trattato.
Nessuno di loro ha pensato alle conseguenze che avrebbe causato il fatto che l’accordo sottoscritto tra i due paesi prevede sì la libera circolazione dei pescherecci tranne nella zona di mare dove più fruttuosa è la pesca dei gamberoni. Una zona che i francesi non a caso hanno rivendicato di uso esclusivo: “Onde evitare che il presente accordo pregiudichi le tradizioni dei pescatori professionali dei due paesi, le parti concordano, quale intesa di vicinato, di lasciare ai pescherecci costieri italiani e francesi esercitare un’attività sui luoghi di pesca tradizionali situati all’interno di una zona definita…”. Lo spostamento dei confini riguarda infatti la cosiddetta “fossa del cimitero”, una zona che, come sanno bene i pescatori della zona, è il paradiso per la pesca dei gamberoni rossi.
L’accordo non è ancora stato ratificato dall’Italia. A farlo è stata solo la Francia le cui autorità, nei giorni scorsi, proprio sulla base di questo accordo, hanno sequestrato il Mina, un peschereccio italiano, che navigava nelle acque marittime al largo di Ventimiglia. Alla fine equipaggio e imbarcazione sono stati rilasciati. Ma solo dopo il pagamento di una cauzione di 8mila e 300 euro (somma che, per assurdo che possa apparire, il tribunale ha preteso non fosse pagata mediante assegno circolare firmato dall’armatore Ciro Lobasso – è stato necessario effettuare un bonifico sulla cassa degli avvocati francesi e, solo dopo il ricevimento della somma richiesta, è stato possibile procedere).
Improvvisamente tutte le autorità politiche si sono svegliate dal letargo durato quasi un anno: il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha tuonato: “Non sapevamo nulla, è inaudito! Ci hanno scippato un pezzo di mare senza dirlo, cioè una risorsa che è turistica ed economica, dà lavoro e garantisce sviluppo. Perché? Gentiloni dovrà fornire adeguate spiegazioni”. Un’affermazione alla quale il Ministero degli Esteri ha risposto blandamente: “Non sappiamo se ci sono interessi particolari dietro allo scambio”.
Intanto pare che ad essere danneggiate dalla decisione del governo non saranno solo le imprese che si occupano della pesca del gambero: a subire grossi danni saranno anche i pescatori di pesce spada, le cui flotte navigano fino a questa zona di mare dalla Toscana, dalla Sardegna e da altre regioni meridionali. “Buona parte delle zone di cala sono state sottratte ai nostri pescatori” ha detto Barbara Esposto, dirigente e portavoce di Legacoop. E ancora una volta, vaghe le dichiarazioni del ministero dell’Agricoltura: “Cercheremo di capire cosa è successo”, ha detto il sottosegretario Giuseppe Castiglione, “e poi chiederemo lumi agli Esteri”. “Faremo il possibile per rimediare ai torti subiti dai liguri”, ha detto il sottosegretario alle Politiche agricole: “Il trattato non è ancora stato ratificato, i margini ci sono”.
Viste le conseguenze, la senatrice Donatella Albano ha annunciato un’interrogazione parlamentare: “Non si decidono cose così importanti senza coinvolgere il territorio”. Dello stesso avviso Alice Salvatore capogruppo in Regione del Movimento Cinque Stelle, che ha detto: “Roba da matti, nessuno ci ha detto niente. Con che cosa hanno barattato il nostro mare?”.
Un silenzio di cui è apparsa sorpresa anche Renata Briano, vicepresidente della commissione pesca della Ue: “Incredibile che non sia stato informato il territorio. E che una vicenda durata sei anni non abbia avuto nessuna eco sui media”.
Intanto, nessuno ha detto niente circa il procedimento penale nei confronti del peschereccio italiano “colpevole” di aver sconfinato: nonostante la dichiarazione rilasciata dall’europarlamentare Renata Briano e dall’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante della direzione marittima della Liguria, che hanno ribadito che il peschereccio si trovava in acque italiane (dato che il trattato che modifica i confini non è ancora in vigore), le autorità francesi infatti hanno confermato l’accusa nei confronti del Mina e del suo comandante.
C.Alessandro Mauceri

 

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Visita del premier iraniano in Italia e in Francia ……

Mentre in Italia non si placano le (giustificate) polemiche per la decisione di coprire alcune statue in occasione della sua visita, il premier iraniano Hassan Rohani ha attraversato la frontiera diretto in Francia.

La scia di polemiche lasciata in Italia riguarda prima di tutto l’”accoglienza” organizzata dallo staff del premier Matteo Renzi. A cominciare dalla sede degli incontri (perché un sito con tante statue raffiguranti nudi?). E poi, perché tanta cura certosina nel coprire queste statue quando, come ha confermato Ehsan Soltani, collaboratore di Notizie Geopolitiche ed esperto d’arte che vive in Iran, nei musei di questo paese non mancano statue e altre opere d’arte raffiguranti persone senza abiti?
Nessuno ha detto niente durante la visita di Hassan Rohani in Vaticano: anche qui decine di affreschi raffiguranti persone in abiti succinti. Anche il libro che Rohani ha regalato a Papa Francesco è pieno di miniature che mostrano scene in cui si usa il vino (che attualmente secondo legge del’Iran è proibito) e anche scene romantiche che, secondo la legge islamica, non sono consentite in pubblico. Secondo Soltani, regalare un libro come questo al Papa aveva un messaggio da parte di Rohani che rappresenta i moderati del’Iran.
Gesti che molti (ma di certo non i rappresentanti del governo italiano) hanno considerato come chiari segni.
A bacchettare Renzi dopo l’incontro sono stati anche gli alleati statunitensi. E non per aver coperto le statue. Dopo gli incontri tra imprenditori italiani e autorità iraniane sono circolate voci di accordi per la fornitura di 20 aerei Atr, costruiti da una joint venture tra Finmeccanica e Airbus, alla compagnia Meraj Airlines. Un contratto che, secondo gli esperti statunitensi, viola le sanzioni americane ancora in vigore contro la Repubblica islamica (in base all’Executive Order 13224, firmato dal presidente Bush nel 2001, per combattere il sostegno di attività terroristiche “La Meraj Air è una linea aerea del governo iraniano che è stata utilizzata per trasportare carichi illeciti, incluse armi, da Teheran al regime siriano, almeno dal 2013”). La compagnia italiana ha immediatamente smentito dicendo che “le discussioni commerciali contemplate riguardano solo linee aeree non sanzionate nel contesto della parziale eliminazione delle sanzioni contro l’Iran”, ma Washington ha replicato che sta analizzando la pratica, per decidere se intraprendere qualche azione. Valore dell’affare 400 milioni di dollari. Possibile che nessuno ci abbia pensato, prima di scegliere quali imprese fare incontrare al presidente iraniano?
Intanto, giunto in Francia, Rohani ha ricevuto un’accoglienza ben diversa da quella che ha trovato in Italia. Il movimento delle Femen ha organizzato manifestazioni plateali per denunciare le impiccagioni che avvengono in Iran: da quando è salito al potere Rohani, nel giugno 2013, sono state ben 2.277 le esecuzioni capitali (dati rapporto di Nessuno tocchi Caino) e in alcuni casi si è trattato anche di minori (o che lo erano quando avevano commesso il reato) e di condannati a morte per “reati politici” (ovvero aver manifestato contro il regime).
Il premier iraniano si è detto pronto “a voltare pagina nei rapporti con la Francia” e, per dimostrarlo, così come ha fatto in Italia, ha incontrato una ventina di aziende francesi con cui firmare contratti. Tutto ciò non è bastato, come ha dichiarato Associated Press (Ap), ad impedire alla Francia di chiedere ai propri partner di “pensare” a nuove sanzioni contro Teheran a causa dei recenti test missilistici. Una richiesta che secondo Ap è stata formalizzata la settimana scorsa durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 28, solo pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni per il programma nucleare. Una notizia, quella diffusa dall’agenzia di stampa francese che, però, non è stata confermata da fonti dell’Ue.
Anche la stampa francese ha accolto Rohani in modo ben diverso da come è avvenuto in Italia. Non sono mancati alcuni commenti polemici sulla “doppia faccia” dell’Iran, che mentre si apre all’Occidente sotto il profilo della collaborazione economica, al proprio interno rimane un paese sul quale permangono seri dubbi circa il rispetto dei diritti umani. Per questo motivo poco prima dell’inizio degli incontri all’Eliseo più di 60 deputati della maggioranza e dell’opposizione francese hanno inviato una lettera aperta al presidente François Hollande in cui si chiedeva fermezza e coerenza di fronte al presidente iraniano in tema di diritti umani. Fonti del governo francese hanno risposto che la questione dei diritti umani non è stata ignorata, ma che non è oggetto di prese di posizione pubbliche durante la visita.
E, come in Italia ci si è precipitati a coprire le statue per non infastidire l’ospite, in Francia per non ledere la sensibilità dell’ospite, facendogli trovare del vino (proibito dal Corano ma obbligatorio secondo il protocollo delle cene ufficiali in Francia), hanno “trasformato” la cena di gala in una “merenda di Stato”, tenuta nel pomeriggio. Ovviamente, senza vino o alcolici di alcun tipo.
Un modo diplomatico per far capire all’ospite che, a Parigi come in Italia, i miliardi dell’Iran valgon bene una cena…
C.Alessandro Mauceri

A chi convengono le guerre (e le missioni di pace…..)?

Dopo eventi come la strage di Parigi ei giorni scorsi è normale chiedersi com’è possibile che, nel XXI secolo, avvengano cose simili. Come è stato possibile per un gruppo di rivoltosi come quelli dell’Isis riuscire ad espandere il proprio dominio fino alla Libia e all’Egitto (ma, casualmente, senza toccare paesi come Israele o la Giordania).

Molti pensano che ciò è stato reso possibile grazie al controllo sui pozzi petroliferi e agli aiuti concessi da alcuni paesi come quelli del Golfo (sia il primo ministro iraniano, sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’Isis – senza però fornire prove). Basti pensare che, secondo alcune fonti, l’Is venderebbe petrolio anche alla Siria con cui è in guerra. Anche i proventi derivanti dal contrabbando di reperti archeologici, di cui Siria Libia ed Egitto sono ricchi, costituisce una voce rilevante del bilancio “nazionale”.
Denaro che serve principalmente a consentire un costante afflusso di armi e armamenti per i terroristi.

Basti pensare che, secondo gli studiosi, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno. Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati.

Missioni di pace, guerre e rivolte, in realtà, sono un toccasana per le economie di molti stati. A cominciare dai paesi occidentali.
Mentre in tutta Europa sono in molti a piangere sui cadaveri delle vittime dell’attentato del 14 novembre, nessuno si è preso la briga di chiedere al governo francese quanto abbia beneficiato della guerra contro l’Is. Ebbene, nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Solo due anni, nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Secondo i datai diffusi dal Sipri, ovvero la fonte più autorevole di dati sul commercio di armi e armamenti a livello globale, oggi la Francia è il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania).
Armi che spesso finiscono proprio in Africa e in Medio Oriente: i due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar (che in molti hanno indicato come uno dei maggiori finanziatori e fornitori di armi alle milizie mediorientali) e all’Arabia Saudita che, sempre secondo i dati del Sipri, è il secondo compratore di armi al mondo.
La vendita di armi e armamenti è una fonte di entrate irrinunciabile per molti paesi. Basti pensare che, l’anno scorso, al Salone aeronautico di Dubai, le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.
Giri d’affari e scambi di armi e armamenti che gli accordi internazionali non riescono a controllare (se non in minima parte). Pochi hanno fatto notare che, proprio il giorno dell’attentato, mentre in tutto il mondo la gente piangeva per le vittime delle stragi di Parigi, gli Stati Uniti, asciugate le lacrime, consegnavano l’ennesimo carico di armamenti e munizioni alla coalizione arabo-siriana (secondo quanto affermato dal Pentagono, sono state trasferite da Erbil verso la Siria orientale). Ma la cosa più strana, come ha fatto notare il sito Difesaonline.it, è che il programma “train and equip” (che prevede la collaborazione tra USA e Siria) è stato sospeso. Eppure è continuata incessante la fornitura di equipaggiamento ai ribelli!
Il traffico d’armi è un settore economico di dimensioni mostruose. E quando circolano tanti soldi non possono mancare le banche. Anche quelle italiane. Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi di 4 miliardi e 248 milioni di euro. E questo in barba ai divieti e agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.
Se poi si guarda alle banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale, le cifre diventano spaventose. Stando ai dati di Nigrizia sulle cosiddette “banche armate” (gli istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento). Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente.
Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi. Un controllo che recentemente è stato “semplificato” fino quasi ad essere annullato: ad esempio, sul rapporto relativo alla vendita di armi all’estero una parte rilevante delle vendite non specificata. E gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Uno “snellire” l’iter procedurale che favorisce le banche, ma che è gradito soprattutto ai produttori e agli acquirenti di armi e armamenti.

Armi di cui molto spesso, appena varcati i confini territoriali, si perdono le tracce. Recentemente un tribunale americano ha chiesto il rinvio a giudizio del gruppo bancario francese Bnp Paribas per avere “deliberatamente e consapevolmente” fornito ad al-Qaida “denaro, sostegno materiale e risorse” che hanno permesso ai terroristi di compiere gli attacchi alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe avuto il ruolo di “banca centrale per il governo sudanese”, finanziando le organizzazioni terroristiche con scambi di denaro tra Bnp Nord America e Bnp Svizzera.

Spesso i diversi contendenti di molti conflitti in corso sono uniti da un filo comune: le armi. Uguali i produttori di armi, i trafficanti e anche i finanziatori di questi “scambi commerciali” altamente redditizi.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine.
Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili. Soldi sporchi di sangue, ma pur sempre soldi.
Cercare di pulirlo chiamandole missioni di pace, inneggiando alla guerra santa o imponendo una democrazia gestita da sovrani non eletti da nessuno non servirà a niente. Sarà sempre denaro. E “il denaro non ha coscienza […] è l’uomo che lo possiede ad operare la scelta, e quella scelta si chiama potere” (W.Smith, 1988)…..

C.Alessandro Mauceri