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Chi vende le armi ai paesi in guerra? Le nazioni “pacifiste”

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“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania (nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra) e dopo quello della vendita di armi all’India (nonostante la guerra decennale, e ancora non conclusa, con il Pakistan), anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti peròfino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.
C.Alessandro Mauceri

 

Tutti (tranne Renzi) dicono che in Italia la corruzione sta dilagando

Distratti dalle beghe legate ad alcune banche, è passato in sordina la data del 9 dicembre: dal 2003, in tutto il mondo, in questo giorno si celebra la Giornata Internazionale Contro la Corruzione, istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare i cittadini sul problema.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha diffuso un documento in cui sono raccolti i dati sull’attuazione della Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali del 17 dicembre 1997 (Working-Group-on-Bribery). I “numeri”, aggiornati a dicembre 2014, parlano di 393 indagini in 25 Stati dal 1999 al 2014. Ma a sorprendere sono altri dati riportati nello studio: le condanne, ad esempio, che sono state complessivamente 361 per le persone fisiche (e 126 per quelle giuridiche). In ben 24 stati (tra i quali la Grecia) non sarebbero mai state comminate sanzioni per corruzione né nei confronti di persone fisiche né nei confronti di persone giuridiche (nel periodo indicato).
Un problema grave in Italia e in Sicilia. A denunciarlo è stato Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, (l’Autorità Nazionale Anticorruzione): “I numeri delle sentenze definitive relative a processi per corruzione in Italia sono disastrosi”. Lo ha fatto intervenendo al Forum “Anticorruzione e Trasparenza”. “Purtroppo far emergere casi di corruzione in Italia è difficile, in quanto nessuno denuncia. Sarebbe necessario che prima dell’intervento penale fossero predisposti strumenti di prevenzione”, ha aggiunto. “Nel solo caso delle grandi opere pubbliche la corruzione (comprese le perdite indirette) è stimata a ben il 40% del valore totale dell’appalto. Secondo gli studi, l’ alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.
È questo il motivo per cui la corruzione si sta diffondendo a macchia d’olio: le probabilità di essere scoperti è minima e condannati ancor più bassa.
Ormai è raro trovare un grande progetto che non si sia macchiato di corruzione: dal Mose, all’Expo 2015 a Mafia Capitale (solo per citare i più famosi). Per non parlare delle attività di lobbying (in Italia ancora poco regolamentata) e degli appalti. Secondo i dati della relazione dell’Unione europea sulla lotta alla corruzione, questo fenomeno costa all’economia europea 120 miliardi di euro ogni anno e secondo la Corte dei conti italiana fa notare che i costi diretti totali della corruzione sarebbero 60 miliardi di euro l’anno (pari a circa il 4% del PIL).
Eppure la Convenzione è in vigore per l’Italia dal 15 dicembre 2000 (legge di ratifica ed esecuzione n. 300/2000) e con il Dlgs n. 231/2001 è stata introdotta la responsabilità amministrativa delle società per reati di corruzione interna e internazionale. E non sono mancati gli arresti: solo nel 2014, hanno portato a centinaia di arresti in Calabria (244), in Piemonte (201), in Lombardia (209). Arresti che però, come in molti altri paesi, solo raramente sono stati seguiti da condanne.
Ancora peggio la situazione in Sicilia: al portale anticorruzione lanciato dal Movimento 5 Stelle in Sicilia, in sole due settimane, sono stati registrati oltre duecento casi. “Ci sono segnalazioni di tutti i tipi: alcune denunce sembrano veramente interessantissime. È ovvio che tutto va preso con le pinze ed analizzato con la massima attenzione, alla ricerca di riscontri che ci possano portare a denunciare tutto alla magistratura” ha detto la parlamentare Giulia Di Vita. Pare che il settore più appetibile sia quello della Formazione professionale. Ma la corruzione dilaga anche in altri settori. Come quello della sanità. A denunciarlo è stato Francesco Macchia, presidente dell’Istituto per la promozione dell’etica in Sanità, che commentando i dati del Libro bianco dell’Ispe, ha detto: “Sprechi, inefficienze e corruzione costano ogni anno all’Italia 23 miliardi di euro: la malasanità ci costa in pratica l’equivalente di una finanziaria. È anche per queste ragioni che la Sicilia affonda. Anni di infiltrazioni mafiose, incompetenza e malcostume, hanno fatto sì che gli abitanti dell’Isola abbiano pagato 300 milioni di euro in più per ripianare i conti in rosso. Hanno versato le massime aliquote possibili per avere dei servizi sanitari spesso scadenti e inadeguati”. Che ha aggiunto: “Il settore dove si sperpera la maggior parte dei 23 miliardi l’anno è il procurement, ossia l’acquisto di beni e servizi che rappresenta il 40 per cento del budget sanitario”. E ancora, “C’è corruzione anche in ambito farmaceutico, dove si registra il fenomeno della sovraprescrizione e quello del comparaggio che lega talvolta in maniera indebita medici e aziende in nome di reciproci vantaggi economici”.
Dati, quelli riportati da Macchia, che sarebbero confermati anche da uno studio di Transparency International Italia, in collaborazione con Rissc e Ispe-Sanità. Fatta eccezione per quattro regioni che sembrerebbero immuni da problemi legati alla corruzione nella sanità, in tutte le altre è ormai una piaga dilagante. Al punto che per classificare e registrare tutti casi i ricercatori hanno dovuto suddividere i casi in sottoclassi: farmaci, nomine, appalti di beni e servizi, sanità privata e negligenza medica.
Una situazione che il governo pare non conoscere bene. Anzi, sembra non conoscerla affatto. Almeno stando alle parole pronunciate da Renzi, poche settimane fa al G20. Il premier ha dichiarato che l’Italia è diventata un esempio a livello internazionale nella lotta alla corruzione. “Due esempi di buon funzionamento, di best practices: Anac per salvare Expo e combattere corruzione”. Peccato che proprio l’Anac abbia detto l’esatto contrario e che, a proposito dell’Expo 2015, uno dei sub commissari nominanti dal governo abbia dovuto patteggiare una pena a tre anni per corruzione (Antonio Acerbo avrebbe pilotato la gara per la costruzione delle Vie d’acqua sud in cambio di contratti fittizi di consulenza a favore del figlio Livio). Ma non basta, anche la Corte dei Conti avrebbe aperto un’inchiesta a proposito di certe gare d’appalto per la realizzazione della manifestazione appena conclusa. “Negare che ci siano fatti di corruzione su Expo sarebbe negare l’ovvio” aveva detto Cantone a proposito dell’Expo 2015. Ma di tutto questo Renzi pare non sapere nulla.
Diversa la posizione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La corruzione è un furto di democrazia! Per questo la guerra contro questo male non può basarsi solo sull’azione “degli organismi internazionali, degli Stati, delle istituzioni pubbliche e dei corpi sociali”. È imprescindibile la “pratica di una cittadinanza attiva”, ha aggiunto Mattarella.
C.Alessandro Mauceri

L’Arabia Saudita è uno degli ultimi paesi nella graduatoria dei diritti civili e umani….ma l’Onu ha deciso di metterla a capo della Commissione sui diritti umani

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In Arabia Saudita le esecuzioni capitali sono ormai una prassi usuale. Spesso avvengono in pubblico (addirittura recentemente dopo l’esecuzione per decapitazione di cinque condannati a morte, le teste sono state appese ad un elicottero e portate in giro per la città per essere mostrate al pubblico). Solo pochi giorni fa, in Arabia Saudita, fa un ragazzo di 21 anni, Ali Mohammed al-Nimr, è stato condannato a morte per un reato commesso quando era ancora diciassettenne, è sarà decapitato e il suo corpo crocefisso ed esposto in pubblico (la notizia è stata diffusa dalla ong britannica Reprieve che si batte contro la pena di morte). E le esecuzioni stanno aumentando (Amnesty International e dall’agenzia di stampa AFP, parlano di un’esecuzione capitale ogni due giorni) al punto che, recentemente, le autorità hanno pubblicato un annuncio per assumere nuovi boia.
Anche i diritti delle donne nel Paese sono solo una chimera: ancora oggi, in questo paese, le donne non possono guidare l’automobile (la pena, in caso di violazione, sono dieci frustate), non possono aprire un conto corrente in banca, a loro è proibito lavorare nel settore petrolifero o anche solo avere un documento di riconoscimento (possono farlo solo se hanno il permesso di un uomo). Solo recentemente è stato concesso alle donne di votare e di candidarsi alle elezioni, ma con grosse limitazioni.
Per non parlare di molte scelte di politica internazionale alquanto discutibili: dalla decisione dell’Arabia Saudita di bombardare presunti terroristi al di fuori del proprio territorio (e senza alcuna autorizzazione dell’Onu), all’aver fatto del commercio di armi una delle principali attività economiche del paese (non a caso recentemente il paese e diventato il paese che effettua i maggiori scambi di armi al mondo).

Secondo l’associazione Freedom House, che ogni anno valuta la violazione o il rispetto dei diritti umani in quasi tutti i paesi del mondo, l’Arabia Saudita è “non libera” e i voti relativi ai diritti umani sono i peggiori possibili: in una scala da 1 a 7 (dove 1 è il migliore e 7 il peggiore) l’Arabia Saudita ha meritato 7 per le libertà civili, 7 per i diritti umani e ancora 7 per i diritti politici. Più chiaro di così….

Eppure stranamente, pochi giorni fa, Michael Møller, direttore generale della sede di Ginevra delle Nazioni unite ha comunicato la nomina di Faisal bin Hassan Trad a presidente del panel di cinque esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU, Unhrc. La nomina, i, realtà, è avvenuta a giugno scorso, ma è stata tenuta nel massimo riserbo fino allo scorso 17 settembre quando è apparsa in un report nel quale si dava mandato al gruppo di lavoro presieduto da Trad di conferire gli incarichi agli esperti in vista della trentesima sessione del Consiglio.

Una decisione che in molti hanno definito “scandalosa” specie considerando che l’Arabia Saudita è tra i paesi con il più alto numero di violazioni dei diritti umani accertate.

Secondo Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, le motivazioni che hanno portato alla nomina di Trad alla presidenza della Commissione sarebbero solo frutto di un “compromesso” politico dopo che l’Arabia Saudita aveva esercitato pressioni per sostenere la candidatura di un suo uomo alla presidenza del Consiglio dei diritti umani. Una posizione troppo in vista che avrebbe scatenato un inferno mediatico (e privato l’organizzazione di ogni credibilità a livello mondiale). È per questo motivo che i rappresentanti del Consiglio hanno deciso di conferire al rappresentate dell’Arabia Saudita “solo” l’incarico di presidente del comitato consultivo. “Avere Riad come membro dell’Unhrc è già un male di per sé”, ha detto Neuer, “ma lasciargli presiedere un organo chiave delle Nazioni Unite è come versare del sale sulle ferite dei dissidenti rinchiusi nelle prigioni saudite, come nel caso di Raif Badawi” (il blogger saudita incarcerato e condannato a mille frustrate per aver protestato in favore della libertà di espressione).
Oggi in Arabia Saudita non solo i diritti umani sono calpestati quotidianamente, ma è vietato anche solo parlare e chiedere delle riforme. E chi lo fa viene punito con la fustigazione o ucciso barbaramente. Una situazione che, fino ad ora, è stata inspiegabilmente tollerata da diversi paesi (gli stessi che, per molto meno, hanno scatenato guerre internazionali che durano da decenni) e da organizzazioni internazionali come l’Onu. Un paese che da molti è accusato di violare continuamente i diritti umani fondamentali. Violazioni che, a quanto pare, le Nazioni Unite non hanno considerato abbastanza gravi da impedire che il loro rappresentante venga messo a capo del “panel di esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU”….
C.Alessandro Mauceri