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La giornata della memoria ….

Il 27 gennaio è il giorno dedicato alla memoria di ciò che avvenne nei campi di sterminio nazisti. Quel giorno del 1945, l’esercito sovietico entrò dai cancelli di Auschwitz e rese noto al mondo l’orrore che vi era stato compiuto. Un orrore che lo stesso fuhrer aveva tenuto nascosto al suo stesso popolo. In tutti i regimi conosciuti (e non solo) la propaganda è uno strumento fondamentale. Non fu diverso durante il nazismo: vennero organizzate campagne tese a facilitare la persecuzione degli ebrei e per molto tempo si cercò di nascondere il genocidio classificandolo come una politica antisemita. Per questo la decisione di distruggere gli ebrei, la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”, venne annunciata senza grandi clamori a Wannsee, nel 1942, dai dirigenti del partito, dalle SS e da pochi funzionari di stato.
Nonostante la pubblica diffusione e pubblicazione di alcune dichiarazioni generiche sull’obiettivo di eliminare gli ebrei, le informazioni concesse ai comuni cittadini nascondevano i dettagli della “Soluzione Finale”. Mentre da una parte venivano mostrate immagini e dichiarazioni miranti a dimostrare come il popolo tedesco si stesse prendendo cura degli Ebrei, (creando posti di lavoro, costruendo ospedali, organizzando la distribuzione di pasti caldi), dall’altra nei comunicati ufficiali venivano utilizzate descrizioni eufemistiche per spiegare e giustificare il trasferimento degli Ebrei dai ghetti ai campi di transito e, poi, ai campi di concentramento.
Qui morirono 6 milioni di Ebrei, ma anche 300.000 zingari di etnia Rom e Sinti (alcune stime parlano di 800.000 vittime), 300.000 esseri umani affetti da disabilità mentale o fisica, 100.000 oppositori politici e 25.000 omosessuali. Una strage di dimensioni terrificanti e non solo per i numeri spaventosi, ma anche per il modo in cui vennero sterminate così tante persone.
Ma sebbene questa sia quella più nota, quella di cui tutti i libri di storia parlano e certo quella più celebrata, non è l’unica strage nei confronti di un popolo. Sin dalla fine del XIX secolo ci sono testimonianze di campi di concentramento. Spesso utilizzati come strumento di repressione, ma anche per impedire a tutti coloro che erano sospettati di offrire aiuto e assistenza ai partigiani di farlo.
Li utilizzò il generale spagnolo Valeriano Weyler y Nicolau, nel 1896, per reprimere la rivolta di Cuba. E anche gli americani ne fecero largo uso nelle Filippine, tre anni dopo. E così gli inglesi che li utilizzarono su larga scala in Sudafrica, contro i boeri. Furono loro, nel 1900, a decidere di costruire campi in cui internare intere famiglie: per questo realizzarono i laagers, come venivano chiamati dai boeri. Nel 1901, si calcola che gli inglesi avevano rinchiuso nei loro concentration camps (i loro lager) 109.418 bianchi. Killing fields: con questo termine vennero chiamati i campi di concentramento durante il regime di Pol Pot. Luoghi dove avvenne non solo un genocidio e l’eliminazione di un nemico politico ma la riduzione della stessa popolazione cambogiana. Nell’S-21, luogo di internamento per i prigionieri politici, ora sede del museo del genocidio di Tuol Sleng, morirono oltre 17.000 persone e solo sette sopravvissero.
O come quelli dove in Russia, negli anni venti, persero la vita circa 20 milioni di persone in campi di concentramento non molto diversi da quelli nazisti. Nessuno a loro ha dedicato una giornata. Così come nessuno ha dedicato un solo rigo ai campi di concentramento dove gli israeliani detenevano i palestinesi: da quanto è emerso dagli archivi della Croce Rossa, erano almeno cinque i campi che contenevano fino a 3.000 prigionieri l’uno (17 quelli non riconosciuti). Eppure anche in questo caso si tratta di dati che le autorità conoscono bene: il report (500 pagine di relazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa CICR scritte durante la guerra del 1948), è stato declassificato e reso pubblico solo nel 1996 (insieme alle testimonianze di ex detenuti civili palestinesi). Anche in questo caso si trattava di luoghi definiti eufemisticamente “campi di lavoro”. Ma del resto anche i tedeschi avevano scritto “il lavoro rende liberi” sui cancelli di Auschwitz. Oggi tutti conoscono le atrocità che sono avvenute in quel luogo. Nessuno però parla di Atlit o di Ijlil, di Sarafand di Tel Letwinksy o di Umm Khalid, i campi di concentramento dove venivano rinchiusi i palestinesi. L’unico a parlarne fu Papa Pio XII che, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, parlando dei palestinesi, scrisse “Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”.
Secondo un recente sondaggio a pensare che Israele stia conducendo una guerra di sterminio, cioè un genocidio contro i palestinesi sarebbero il 48 per cento degli intervistati in Germania, il 42 in Gran Bretagna, il 49 in Portogallo, e addirittura il 63 per cento in Polonia. Uno sterminio noto a tutti ma di cui nessuno parla e al quale nessuno dedica giornate.
La verità è che gli ultimi secoli sono stati pieni di campi di concentramento, di campi di sterminio. Alcune volte passati alla storia per il clamore delle stragi commesse al loro interno. Altre volte meno. E di alcuni solo pochi hanno avuto il coraggio di parlare. “L’Europa e gli organismi derivanti dal Piano Marshall non sono l’espressione spontanea della volontà e delle esigenze dei popoli europei, bensì sono stati artificiosamente creati con lo scopo politico di fare d’un gruppo di nazioni europee uno schieramento in funzione antisovietica, e con lo scopo economico di fare dell’Europa Occidentale un campo di sfruttamento della finanza americana”. A pronunciare queste parole e a paragonare l’Europa un campo di concentramento fu una persona che quei campi li conosceva bene, il presidente Pertini. Fu lui a dire che “un uomo senza lavoro, che vive nella misera, non può essere certamente considerato libero. Questo comporta che esso non sarà neppure un uomo in grado di capire la sua condizione e reagire ad un nemico così occulto, subdolo e purtroppo per noi strategicamente molto preparato”.
Altri tempi, altre persone ….ben diverse da quelle attuali in cui in Italia il presidente del Consiglio ha deciso di ricevere il 27 gennaio, il giorno della Shoah, il premier iraniano, ovvero uno degli ultimi negazionisti (coloro che negano che la Shoah sia mai avvenuta)….
C.Alessandro Mauceri

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