Incisi

Mucche (e non solo) clonate in Cina

È prevista a breve l’apertura della più grande “fabbrica” di animali al mondo. In questo stabilimento, a Tianjin, vicino Pechino, in Cina, cani, cavalli, vitelli e mucche non saranno allevati, ma “prodotti”. L’obiettivo è quello di clonare bestiame. Dati non confermati parlano una produzione di 100 mila capi all’anno da subito per arrivare, a pieno regime, a un milione di capi (pari al 5 per cento del fabbisogno complessivo di carne in Cina). La fabbrica è il risultato di una cooperazione tra Sinica (controllata da Boyalife) e la fondazione sudcoreana di biotecnologie Sooam, specializzata proprio nella clonazione di cani.
A guidare Sooam, è Hwang Woo-suk che divenne famoso nel 2004 per aver pubblicato su Science uno studio nel quale affermava di aver clonato cellule staminali umane. E quando riuscì a clonare un cane, alcuni pensarono che avrebbe vinto il Nobel. Tutto cambiò quando si scoprì che le sue scoperte erano false. Pochi anni dopo cercò di clonare addirittura un mammut (nel 2006, ammise di aver usato fondi statali coreani per acquistare dalla mafia russa alcuni esemplari di tessuto di mammut). Anche in questo caso, però, si scoprì che si trattava di un bluff.
A confermare la notizia dell’avvio delle attività di clonazione di animali, sui media cinesi (i media internazionali, invece, non hanno dedicato grande attenzione a questa notizia) è stata confermata dal presidente e amministratore delegato di Boyalife, Xu Xiaochun: “Vogliamo migliorare gli allevamenti cinesi iniziando dai bovini e dai cavalli”. “Stiamo per percorre un sentiero mai battuto”, ha aggiunto. “Stiamo creando qualcosa che non è mai esistito prima”. Boyalife opera in 16 regioni cinesi, e stando a quanto ha dichiarato, non si occuperà solo di animali per l’alimentazione. Lo stabilimento, secondo quanto comunicato ai media dallo stesso fondatore, si occuperà anche di produrre “modelli malati” di animali di grossa taglia per la sperimentazione di nuovi farmaci. “In Cina facciamo cose in grande scala, ma non inseguiamo solo il profitto. Vogliamo lasciare un segno nella storia” aveva dichiarato Xu ai media l’anno scorso.
Dopo il clamore suscitato dalla pecora Dolly, prodotta al Roslin Institute come parte di una ricerca per la produzione di medicinali nel latte degli animali da allevamento, la clonazione è già una realtà in diversi paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, ViaGen, una società che ha sede in Texas, offre ai propri clienti la promessa di clonare cani e gatti. Un servizio che, però, ha un costo non per tutte le tasche: dai 50mila ai 100mila dollari.
Il costo del processo di clonazione è uno dei motivi che hanno fatto dire a molti che la decisione dell’industria cinese di investire in questo settore potrebbe rivelarsi un fallimento: secondo Ryu Young-joon, docente alla scuola medica dell’università nazionale Kangwon, “clonare un animale richiede un processo estremamente dispendioso. Clonare un animale da compagnia costa all’incirca 87 mila dollari. Chi comprerà bestie da allevamento così costose? Lasciamo perdere il problema della sicurezza alimentare, è dal punto di vista economico che non ha senso”. Se, come hanno dichiarato i vertici della Boyalife, il progetto ha come scopo quello di abbassare il prezzo della carne, allora è destinato al fallimento.
Senza contare che molti paesi e la stessa Unione Europea hanno già vietato l’importazione di carne da allevamenti clonati. La sicurezza, infatti, è uno dei problemi maggiori: “Deve essere ancora testata. La clonazione ha diversi effetti collaterali, fra cui invecchiamento precoce e predisposizione dell’animale ad ammalarsi”, ha dichiarato critico Woo Hee-jong, veterinario presso l’Università nazionale di Seoul.
Ma a questo gli astuti imprenditori cinesi forse hanno già pensato. I divieti imposti da molti paesi e anche dall’Ue riguardano il consumo di carni da organismi clonati. Ma pare che nessuno abbia posto vincoli al cibo proveniente dai figli degli animali clonati (la cosiddetta progenie). E questo lo si sta già facendo in diversi paesi: negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile. Ma non basta. I “materiali riproduttivi”, i figli degli animali clonati e i loro embrioni, così come il cibo proveniente dalla progenie di cloni (ad esempio il latte), potrebbero essere importati anche in altri paesi, come quelli dell’UE, e senza che i consumatori abbiano la minima indicazione.
A conti fatti, quindi, la clonazione potrebbe davvero essere un affare colossale. Ma di cui è meglio fare sapere meno possibile ai consumatori.
C.Alessandro Mauceri

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Visita del premier iraniano in Italia e in Francia ……

Mentre in Italia non si placano le (giustificate) polemiche per la decisione di coprire alcune statue in occasione della sua visita, il premier iraniano Hassan Rohani ha attraversato la frontiera diretto in Francia.

La scia di polemiche lasciata in Italia riguarda prima di tutto l’”accoglienza” organizzata dallo staff del premier Matteo Renzi. A cominciare dalla sede degli incontri (perché un sito con tante statue raffiguranti nudi?). E poi, perché tanta cura certosina nel coprire queste statue quando, come ha confermato Ehsan Soltani, collaboratore di Notizie Geopolitiche ed esperto d’arte che vive in Iran, nei musei di questo paese non mancano statue e altre opere d’arte raffiguranti persone senza abiti?
Nessuno ha detto niente durante la visita di Hassan Rohani in Vaticano: anche qui decine di affreschi raffiguranti persone in abiti succinti. Anche il libro che Rohani ha regalato a Papa Francesco è pieno di miniature che mostrano scene in cui si usa il vino (che attualmente secondo legge del’Iran è proibito) e anche scene romantiche che, secondo la legge islamica, non sono consentite in pubblico. Secondo Soltani, regalare un libro come questo al Papa aveva un messaggio da parte di Rohani che rappresenta i moderati del’Iran.
Gesti che molti (ma di certo non i rappresentanti del governo italiano) hanno considerato come chiari segni.
A bacchettare Renzi dopo l’incontro sono stati anche gli alleati statunitensi. E non per aver coperto le statue. Dopo gli incontri tra imprenditori italiani e autorità iraniane sono circolate voci di accordi per la fornitura di 20 aerei Atr, costruiti da una joint venture tra Finmeccanica e Airbus, alla compagnia Meraj Airlines. Un contratto che, secondo gli esperti statunitensi, viola le sanzioni americane ancora in vigore contro la Repubblica islamica (in base all’Executive Order 13224, firmato dal presidente Bush nel 2001, per combattere il sostegno di attività terroristiche “La Meraj Air è una linea aerea del governo iraniano che è stata utilizzata per trasportare carichi illeciti, incluse armi, da Teheran al regime siriano, almeno dal 2013”). La compagnia italiana ha immediatamente smentito dicendo che “le discussioni commerciali contemplate riguardano solo linee aeree non sanzionate nel contesto della parziale eliminazione delle sanzioni contro l’Iran”, ma Washington ha replicato che sta analizzando la pratica, per decidere se intraprendere qualche azione. Valore dell’affare 400 milioni di dollari. Possibile che nessuno ci abbia pensato, prima di scegliere quali imprese fare incontrare al presidente iraniano?
Intanto, giunto in Francia, Rohani ha ricevuto un’accoglienza ben diversa da quella che ha trovato in Italia. Il movimento delle Femen ha organizzato manifestazioni plateali per denunciare le impiccagioni che avvengono in Iran: da quando è salito al potere Rohani, nel giugno 2013, sono state ben 2.277 le esecuzioni capitali (dati rapporto di Nessuno tocchi Caino) e in alcuni casi si è trattato anche di minori (o che lo erano quando avevano commesso il reato) e di condannati a morte per “reati politici” (ovvero aver manifestato contro il regime).
Il premier iraniano si è detto pronto “a voltare pagina nei rapporti con la Francia” e, per dimostrarlo, così come ha fatto in Italia, ha incontrato una ventina di aziende francesi con cui firmare contratti. Tutto ciò non è bastato, come ha dichiarato Associated Press (Ap), ad impedire alla Francia di chiedere ai propri partner di “pensare” a nuove sanzioni contro Teheran a causa dei recenti test missilistici. Una richiesta che secondo Ap è stata formalizzata la settimana scorsa durante il Consiglio dei ministri degli Esteri dei 28, solo pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni per il programma nucleare. Una notizia, quella diffusa dall’agenzia di stampa francese che, però, non è stata confermata da fonti dell’Ue.
Anche la stampa francese ha accolto Rohani in modo ben diverso da come è avvenuto in Italia. Non sono mancati alcuni commenti polemici sulla “doppia faccia” dell’Iran, che mentre si apre all’Occidente sotto il profilo della collaborazione economica, al proprio interno rimane un paese sul quale permangono seri dubbi circa il rispetto dei diritti umani. Per questo motivo poco prima dell’inizio degli incontri all’Eliseo più di 60 deputati della maggioranza e dell’opposizione francese hanno inviato una lettera aperta al presidente François Hollande in cui si chiedeva fermezza e coerenza di fronte al presidente iraniano in tema di diritti umani. Fonti del governo francese hanno risposto che la questione dei diritti umani non è stata ignorata, ma che non è oggetto di prese di posizione pubbliche durante la visita.
E, come in Italia ci si è precipitati a coprire le statue per non infastidire l’ospite, in Francia per non ledere la sensibilità dell’ospite, facendogli trovare del vino (proibito dal Corano ma obbligatorio secondo il protocollo delle cene ufficiali in Francia), hanno “trasformato” la cena di gala in una “merenda di Stato”, tenuta nel pomeriggio. Ovviamente, senza vino o alcolici di alcun tipo.
Un modo diplomatico per far capire all’ospite che, a Parigi come in Italia, i miliardi dell’Iran valgon bene una cena…
C.Alessandro Mauceri

Brasile: ennesimo dissastro ambientale (e 250mila persone sono senza acqua)

In Brasile, a 300 chilometri da Rio de Janeiro, due dighe, erette per contenere i rifiuti tossici derivati dalle estrazioni di una miniera di ferro di proprietà della Samarco sono crollate riversando una montagna di acqua e fango sul fiume e sul villaggio di Bento Rodrigues a Mariana, nella regione di Minas Gerais. Almeno 17 i morti e una cinquantina i feriti, ma si teme che questo bilancio possa aggravarsi dal momento che sono decine i dispersi.
Il crollo delle dighe ha fatto riversare oltre cinquanta milioni di metri cubi di fanghi e liquidi residui della lavorazione mineraria, contenenti sostanze altamente tossiche come il mercurio. Scopo delle dighe, infatti, era sbarrare il cumulo di “fanghi tossici e scarti minerari, su una superficie pari a dieci stadi di calcio”, come ha riferito il presidente del locale sindacato dei minatori, Ronaldo Bento. Il comandante dei vigili del fuoco, Adaõ Severino, ha riferito che “la situazione è drammatica, c’è fango ovunque”. Per questo la zona circostante è stata evacuata.
La società mineraria Samarco ha accettato di pagare 260 milioni di dollari per la rottura delle due dighe, ma ha negato che i fanghi possano essere tossici. Ciononostante si è impegnata a “effettuare tutti gli sforzi possibili per dare priorità alle esigenze delle persone che erano nella zona di incidente”. Di diverso parere Klemens Laschesfki, professore di geoscienze dell’Università di Minas Gerais, il quale ha detto che “È già stato appurato che numerosi animali selvatici sono stati uccisi dal fango”.
Intanto sono più di 250mila le persone che non dispongono più di un accesso sicuro all’acqua potabile: il fiume si è colorato di arancione a causa delle sostanze chimiche utilizzate per ridurre le impurità del ferro. Sostanze, come i cosiddetti ether amines, che potrebbero causare gravi danni alla fertilità dei terreni agricoli e alterare il Ph del fiume e ridurre i livelli di ossigeno nell’acqua.
Quello dei gironi scorsi è solo l’ultimo di una lunga serie di disastri che stanno causando gravi danni al fiume Rio Doce a causa dell’intenso sfruttamento minerario, soprattutto di oro e ferro. Il corso d’acqua è una delle principali vie di collegamento tra lo stato di Minas Gerais e l’Oceano Atlantico. Per questo i ricercatori temono che le sostanze tossiche disperse dopo il crollo delle due dighe possano scaricarsi in mare e contaminare la costa.
I danni per l’ambiente potrebbero essere incalcolabili. La presidente brasiliana Dilma Rousseff ha paragonato le conseguenze dell’incidente a quelle causate dalla piattaforma petrolifera della British Petroleum nel Golfo del Messico.

A chi convengono le guerre (e le missioni di pace…..)?

Dopo eventi come la strage di Parigi ei giorni scorsi è normale chiedersi com’è possibile che, nel XXI secolo, avvengano cose simili. Come è stato possibile per un gruppo di rivoltosi come quelli dell’Isis riuscire ad espandere il proprio dominio fino alla Libia e all’Egitto (ma, casualmente, senza toccare paesi come Israele o la Giordania).

Molti pensano che ciò è stato reso possibile grazie al controllo sui pozzi petroliferi e agli aiuti concessi da alcuni paesi come quelli del Golfo (sia il primo ministro iraniano, sia quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’Isis – senza però fornire prove). Basti pensare che, secondo alcune fonti, l’Is venderebbe petrolio anche alla Siria con cui è in guerra. Anche i proventi derivanti dal contrabbando di reperti archeologici, di cui Siria Libia ed Egitto sono ricchi, costituisce una voce rilevante del bilancio “nazionale”.
Denaro che serve principalmente a consentire un costante afflusso di armi e armamenti per i terroristi.

Basti pensare che, secondo gli studiosi, i conflitti in atto nel solo continente africano generano “flussi finanziari illegali” legati al commercio delle armi che ammontano a circa 50 miliardi di dollari all’anno. Un mercato in crescita dato che, dal 2000 ad oggi, gli scambi sono praticamente raddoppiati.

Missioni di pace, guerre e rivolte, in realtà, sono un toccasana per le economie di molti stati. A cominciare dai paesi occidentali.
Mentre in tutta Europa sono in molti a piangere sui cadaveri delle vittime dell’attentato del 14 novembre, nessuno si è preso la briga di chiedere al governo francese quanto abbia beneficiato della guerra contro l’Is. Ebbene, nel 2012, la vendita di armi all’estero ha permesso alla Francia e alle sue aziende di incassare circa quattro miliardi di dollari. Solo due anni, nel 2014, dopo questa somma era praticamente raddoppiata (8,2 miliardi). E nel 2015, il volume d’affari ha già superato i 12 miliardi di dollari. Secondo i datai diffusi dal Sipri, ovvero la fonte più autorevole di dati sul commercio di armi e armamenti a livello globale, oggi la Francia è il quinto esportatore di armi al mondo (preceduta da Usa, Russia, Cina e Germania).
Armi che spesso finiscono proprio in Africa e in Medio Oriente: i due maggiori contratti stipulati dalle industrie francesi di armi, nel 2015, riguardavano vendite all’Egitto, al Qatar (che in molti hanno indicato come uno dei maggiori finanziatori e fornitori di armi alle milizie mediorientali) e all’Arabia Saudita che, sempre secondo i dati del Sipri, è il secondo compratore di armi al mondo.
La vendita di armi e armamenti è una fonte di entrate irrinunciabile per molti paesi. Basti pensare che, l’anno scorso, al Salone aeronautico di Dubai, le commesse di aerei civili sono state scarse; al contrario, secondo il portavoce delle forze armate degli Emirati Arabi, in pochi giorni sono stati firmati contratti per oltre 35 miliardi di dollari per il settore militare.
Giri d’affari e scambi di armi e armamenti che gli accordi internazionali non riescono a controllare (se non in minima parte). Pochi hanno fatto notare che, proprio il giorno dell’attentato, mentre in tutto il mondo la gente piangeva per le vittime delle stragi di Parigi, gli Stati Uniti, asciugate le lacrime, consegnavano l’ennesimo carico di armamenti e munizioni alla coalizione arabo-siriana (secondo quanto affermato dal Pentagono, sono state trasferite da Erbil verso la Siria orientale). Ma la cosa più strana, come ha fatto notare il sito Difesaonline.it, è che il programma “train and equip” (che prevede la collaborazione tra USA e Siria) è stato sospeso. Eppure è continuata incessante la fornitura di equipaggiamento ai ribelli!
Il traffico d’armi è un settore economico di dimensioni mostruose. E quando circolano tanti soldi non possono mancare le banche. Anche quelle italiane. Secondo il rapporto Don’t Bank on the Bomb, curato dalla Ong Pax e dall’istituto di ricerca economico olandese Profundo, sarebbero undici gli istituti bancari italiani ad aver concesso finanziamenti a 26 compagnie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione di armi nucleari. Il tutto per un giro d’affari, dal 2012 ad oggi di 4 miliardi e 248 milioni di euro. E questo in barba ai divieti e agli accordi internazionali legati alle armi nucleari.
Se poi si guarda alle banche che finanziano i produttori di armi e armamenti in generale, le cifre diventano spaventose. Stando ai dati di Nigrizia sulle cosiddette “banche armate” (gli istituti di credito che mettono a disposizione i conti correnti dei propri clienti per finanziare le grandi aziende produttrici di armi), in Europa al primo posto c’è la tedesca Deutsche bank (32,2 per cento del giro d’affari in Europa). Al secondo posto la francese Bnp Paribas (12,7 per cento) e poi, al terzo, la britannica Barclays (10,4 per cento). Queste tre banche controllano oltre il 55% dell’export di armi e armamenti del vecchio continente.
Solo quarta l’Italia: Unicredit (che si è accaparrato il 9,1 per cento delle transazioni europee). E questo nonostante il controllo che dovrebbe essere effettuato dai governi su questi scambi. Un controllo che recentemente è stato “semplificato” fino quasi ad essere annullato: ad esempio, sul rapporto relativo alla vendita di armi all’estero una parte rilevante delle vendite non specificata. E gli stessi istituti di credito ormai non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione del Ministero dell’economia e delle finanze (Mef): è sufficiente una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Uno “snellire” l’iter procedurale che favorisce le banche, ma che è gradito soprattutto ai produttori e agli acquirenti di armi e armamenti.

Armi di cui molto spesso, appena varcati i confini territoriali, si perdono le tracce. Recentemente un tribunale americano ha chiesto il rinvio a giudizio del gruppo bancario francese Bnp Paribas per avere “deliberatamente e consapevolmente” fornito ad al-Qaida “denaro, sostegno materiale e risorse” che hanno permesso ai terroristi di compiere gli attacchi alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe avuto il ruolo di “banca centrale per il governo sudanese”, finanziando le organizzazioni terroristiche con scambi di denaro tra Bnp Nord America e Bnp Svizzera.

Spesso i diversi contendenti di molti conflitti in corso sono uniti da un filo comune: le armi. Uguali i produttori di armi, i trafficanti e anche i finanziatori di questi “scambi commerciali” altamente redditizi.

Fermare l’Is non sarebbe difficile: basterebbe chiudere il costante flusso di armi e armamenti che da ogni parte del mondo finisce in Medio Oriente. Questo eviterebbe milioni di morti, l’impoverimento di molti paesi e farebbe cessare i flussi migratori di cui tutti i giornali riempiono le prime pagine.
Al tempo stesso, però, impedirebbe a molti stati, a molte industrie e alle banche di intascare soldi facili. Soldi sporchi di sangue, ma pur sempre soldi.
Cercare di pulirlo chiamandole missioni di pace, inneggiando alla guerra santa o imponendo una democrazia gestita da sovrani non eletti da nessuno non servirà a niente. Sarà sempre denaro. E “il denaro non ha coscienza […] è l’uomo che lo possiede ad operare la scelta, e quella scelta si chiama potere” (W.Smith, 1988)…..

C.Alessandro Mauceri