Giappone….corsa al riarmo

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Per quasi settant’anni, dalla tremenda sconfitta al termine della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone è stato un paese pacifista. Era stato quasi costretto a legiferarlo: l’articolo nove della “costituzione di pace” che il Giappone adottò subito dopo la guerra dice: “Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come strumento di soluzione delle dispute internazionali. Le forze terrestri, navali o aeree, così come altri potenziali strumenti di guerra, non saranno mai più mantenuti”.
Una dichiarazione che sembra somigliare a quelle che si trovano in quasi tutte le “Costituzioni” dei paesi occidentali, tutti paesi pacifisti, nessuno dei quali, però, ha rinunciato a inviare il proprio esercito e a partecipare a decine di guerre (anzi a volta a scatenarle). Semplicemente si è deciso di chiamarle missioni di pace o interventi di polizia internazionale (come se cambiarne il nome potesse cambiare la sostanza).

I giapponesi, però, sono diversi. Per loro, se la legge dice che il Giappone rinuncia alla guerra “come strumento di soluzione delle dispute internazionali”, significa che non è possibile mandare le truppe a combattere all’estero. In nessun caso. Non sorprende, dopo i tre milioni di morti e il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, che i giapponesi non vogliano più sentir parlare di guerre (secondo i sondaggi l’80 per cento dei giapponesi vorrebbe che il Giappone restasse un paese pacifista).

Ma i tempi cambiano e con loro anche le priorità per il governo giapponese. Un governo che come in molti altri paesi non sempre ascolta la volontà del popolo. Per questo, nonostante le numerose manifestazioni pacifiste delle scorse settimane e le difficoltà tecniche (è necessaria una maggioranza di due terzi in entrambi i rami del parlamento e un referendum popolare per cambiare o abolire questo articolo), il governo ha deciso che è ora di cambiare la legge.
Poco male se il popolo non approverebbe mai una simile modifica: basta non fare il referendum e affermare che, per cambiare lo stato delle cose, basta “interpretare” diversamente quanto dice la legge.

Per questo motivo, la settimana scorsa, il premier giapponese Shinzō Abe ha fatto approvare alla camera bassa del parlamento due disegni di legge che “reinterpretano” questo articolo. Il governo ha parlato di nuove “forze di auto- difesa” che saranno autorizzate ad entrare in azione “solo in caso di conflitti che mettano in pericolo la sicurezza della nazione”. Numerose le proteste in piazza e le manifestazioni contro il premier (la tivù di stato ha mostrato migliaia di cartelli con la scritta “Io non sono Shinzo Abe”).

Una decisione che, secondo molti, è stata a seguito delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti che, in questo modo potrebbero contare su un Giappone pronto a combattere al loro fianco in un ipotetico scontro con le altre potenze dei Brics. Non a caso non si sono fatti attendere i commenti da parte delle autorità cinesi: il Ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che l’abrogazione della costituzione pacifista giapponese “è un atto senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale” e che adesso “è perfettamente legittimo chiedersi se il Giappone rinuncerà alla sua politica orientata alla difesa, abbandonando la linea dello sviluppo pacifico”.
Una decisione, quella presa dal governo giapponese che avrà conseguenze economiche non indifferenti: recentemente il governo ha aumentato considerevolmente le somme destinate alla difesa (36 miliardi di euro). Non a caso Abe ha ammesso che non partecipare alle missioni internazionali “preclude vitali opportunità di business” e ha annunciato che il prossimo 15 agosto (anniversario dalla resa nipponica) terrà “un discorso fondamentale”, con cui cercherà di distendere le relazioni con Pechino. Relazioni che dopo la decisione del governo di tornare ad armarsi sono diventate incandescenti.

C.Alessandro Mauceri

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